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Buon anno In punta di penna


Stamattina dal mio poddino all’improvviso è partita una canzone di Peter Gabriel: Biko. Abbastanza a sorpresa. Non l’ascoltavo da molto tempo e devo dire che è proprio un bel brano. Quella è una canzone del 1980 e l’attivista sudafricano anti Apartheid Stephen Biko era morto nel 1977, in prigione, in circostanze mai del tutto chiarite. Ma fin troppo chiare.

A questo ho pensato: al fatto di aver attraversato tante cose. In questo mondo in cui si muore ad Aleppo, l’Apartheid è un ricordo lontano; pare appartenere ad una storia antica; sembra più lontana ancora della Seconda Guerra Mondiale. Forse perché su quest’ultima si è raccontato molto. E l’Apartheid magari è una storia ancora in via di scrittura. Me lo ricordo Mandela in prigione, Mandela liberato e quel lungo fiume di gente che lo ha accompagnato fuori dalla galera. E poi Mandela Presidente.

L’Apartheid come una vicenda lontana insomma; eppure noi manifestavamo contro. Era il mondo di Arafat, del Muro che sembrava indistruttibile e poi andò in frantumi in un attimo.

C’ero quando hanno rapito Moro, quando hanno messo la bomba alla stazione di Bologna. C’ero quando la Storia la vivevamo sulla pelle nostra.

C’ero quando hanno ammazzato Falcone e Borsellino. Falcone l’ho anche visto io. Ne ero innamorata.

C’ero poi quando Craxi era un latitante e non un esule. Leggevamo Cuore e Dostoewsky. Andavamo tantissimo al cinema. Erano gli anni 90.

Era la mia giovenezza; ma non la rimpiango, non la rivoglio indietro. Io voglio vivere oggi. E voglio che questo tempo lo facciano i giovani. Anche quando non sono d’accordo con loro. Ci voglio litigare: non li voglio snobbare. Non mi interessa di dire che quel mondo era migliore, perché non lo era. E non lo era nemmeno quello prima di noi. Lo dico a beneficio dei tanti amici che sono venuti appena prima di me. Quelli degli anni 70. Non eravate belli nemmeno voi. E tanto di cappello a chi ha cercato di portare avanti delle idee tra voi. Gli altri però stessero buoni e si levassero quell’inutile aria di superiorità. Finiti voi, finiti noi, questo mondo andrà avanti come sempre è accaduto. Fino a che un giorno si spegnerà. O scoppierà. O brucerà. E allora non sarà accaduto nulla. Nulla esisterà più. Non ci saremo più.

E alto risuonerà il grande: CHISSENEFREGA.

Ma nel frattempo, fino a che ci sono, io voglio vivere il mio tempo. Giorno per giorno; e lo voglio fare impegnandomi nella cosa che – oramai lo so – è l’unica che mi riesca bene e mi renda felice ogni momento.

E cioè vivere in punta di penna, come diceva Collodi in un suo vecchio libro sui giornalisti. In quel mondo lontano di fine Ottocento, che ho studiato a lungo, fino al Dottorato, perché mi piaceva tanto. Quel mondo in cui ritrovi l’Italia di oggi se vai a rileggerne i giornali. O forse l’Italia è cambiata, ma non il carattere dell’italiano, mai pago, mai contento, sempre lì a criticare, distinguere e cercar la pagliuzza.

Siamo fatti così.

E io così voglio vivere. In punta di penna, a scrivere. E non importa nemmeno che leggiate.

A tutti auguro per la fine di quest’anno di vivere in punta di quel che vi pare. Ricordando che il futuro è dei giovani e perciò non permettetevi mai di dire loro che non esiste più perché non vi sentite più di esistere voi.

Fate come loro: Amatevi.

Io intanto mi vado a fare la piega. Ciao.

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5 commenti

  1. limucci ha detto:

    E io in punta di nota (musicale!) 😉

    Liked by 1 persona

  2. Manola ha detto:

    Auguri che in ogni tempo fanno sempre bene e fare ciò che piace ci fa star pure meglio nonostante tutto .

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  3. Renato ha detto:

    Al contrario di te, l’articolo non fa una … piega!! Ciao

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