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Cardinali, benedizioni, Sanremo e lettere a Tenco


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Uso il mio blog per fare il mio commento semi-professionale sul Festival della Canzone italiana

Quando un cardinale ritwitta il ritornello di una tua canzone e non sei alla messa della domenica devi chiederti cosa c’è che non va. È obbligatorio. La vita non è perfetta e talvolta non solo non ti aspetta quando cadi, ma ti prende pure a calci. A volte la vita va più veloce di te e tu la insegui ansimando. Altre volte ti accorgi di essere andato avanti, mentre lei, la vita, sta tranquillamente fumando una sigaretta al bar mentre fa gli occhi dolci ad un altro. Fiorella Mannoia è la migliore interprete di se stessa e per questo piace. È sempre brava, ha una gran classe; ascoltare una sua canzone (purtroppo non troppe di seguito) dà sempre un brivido. Ma se sei Fiorella Mannoia e ti invitano al Festival perché hanno bisogno di un “classico” di qualità, ti prego, imponiti: porta una canzone come si deve. Non ci prendere in giro sulla vita, neanche fossi una vecchia nonna che dà consigli ai nipoti. Tu sei quella che ci ha imposto perentoria che l’amore con l’amore si paga e che come i treni a vapore di dolore in dolore il dolore passerà. Certo, potresti dirmi che il concetto è simile tutto sommato, ma vuoi mettere? Pensando alle vecchie signore, mi è venuta a mente la nonna di una mia cara amica, che parla due lingue che non sono la mia, eppure si fa capire benissimo quando mescola spagnolo e francese. Lei ti dice che quando esci da un dolore non devi avere fretta di stare bene, ma devi saper aspettare, fare le cose con calma, lasciare che il dolore scivoli piano. La prossima volta le canzoni dovresti farle scrivere a lei. Anche Paola Turci dovrebbe, perché ci siamo anche un po’ stufati di queste canzoni “al femminile”, che dovrebbero farci pensare, farci sentire diverse, perché noi sì che lo sappiamo quando ci sentiamo belle, quando stiamo male, quando abbiamo i pensieri nostri… anche gli uomini hanno i pensieri e forse almeno in quello dovremmo somigliare di più a loro e fare meno piagnistei. Soprattutto quando ascoltiamo e cantiamo canzoni: cerchiamo di abbandonare la sindrome di “Sally”. Anche perché è già stata scritta, è vera, è meravigliosa e se l’è immaginata un uomo. E poi, per tornare alla Turci, resto tanto male perché “nonostante parli  spesso ad alta voce e nessuno crede a ciò che dici a quel che immagini nonostante tutto io ti ascolterò quando non parli quando non mi guardi io ti vedrò lo stesso” è un modo così vero per spiegare come una donna sa amare un uomo, che quando invece ama se stessa non se la può cavare con un “fatti bella per te”, non nell’epoca in cui i ragazzi si salutano al grido: “bellapettefratè”. Non essere anche tu una zia Carmela che dà i consigli alle signorine vagamente depresse perché sono state lasciate o alle mamme stanche dopo l’ennesima lavatrice. E poi parliamo anche di musica: perché questa canzone parte già pronta per diventare uno spot di una compagnia telefonica? E perché in questo festival non ho fatto altro che sentire canzoni perfette per fare da colonna sonora il sabato pomeriggio dentro un negozio di Tezenis con la svendita di fine stagione? Perché la musica pop ormai è tutta un unico blocco sonoro senza variazioni, senza vuoti, senza passaggi, senza la possibilità di distinguere un suono o una idea armonica? Molto fa il silenzio quando si scrive una canzone, mi ha detto una volta un cantautore. E allora ad Ermal Meta che è così bravo e così cantautore e anche così indipendente, glielo voglio dire: lo so che è dura e che sei andato a Sanremo e sei arrivato terzo. Ma sai che ti dico? Se oltre ad un testo che spacca – e grazie eh, perché la vita a volte è difficile benedirla, ma è davvero vietato morire – mi inventi un arrangiamento e mi trovi una soluzione sonora che non ti faccia somigliare agli 883, magari la prossima volta lo vinci pure il Festival e noi faremo Namastè Alè! Che furbacchione simpatico questo Gabbani: ha preso la canzone dell’anno scorso, ci ha messo parole nuove, un po’ a casaccio, e ha vinto. Io lo stimo. Anche perché le parole a caso arrivano e raccontano un fatto vero. Ammettiamolo, siamo tutti vittime del buddismo faidate, del namioorenghechiò alla vaccinara (l’ho scritto così di proposito eh!), degli oracoli indiani, degli oroscopi cinesi… e questo solito modo occidentale di comprare anche le culture ci ha portato una scimmia nuda che balla all’Ariston. E la facciamo molto onestamente vincere. Cos’è l’Oriente lo ha capito invece Ron, che forse non aveva una grandissima canzone, ma era una canzone, vivaddio, una canzone vera, piena di sentimento, che raccontava di un cammino insieme: “nei miei occhi l’America, nei tuoi passi l’Oriente” e ha detto tutto eh! Ci ha detto anche che la vita è benedetta e che bisogna tenersela stretta, ma così ci piace molto di più. E che succede? Che lo eliminano. Non me ne capacito. Così come ancora devo capacitarmi dell’eliminazione del pezzo delizioso, tra i giovani, di Marianne Mirage e della seconda posizione dell’unico pezzo veramente bello di questo Festival: la “Canzone per Federica” di Maldestro, con questa vita fatta di polvere ed inganni, se pur sempre benedetta. Ma il ragazzo si farà anche se ha le spalle strette. In finale resta da dire che come al solito il grande assente è stato lui, Luigi Tenco, anche quest’anno, a cinquant’anni dalla morte. Sì lo so che Tiziano Ferro l’ha omaggiato. Ma Luigi non c’era lo stesso. Allora gli ho scritto una lettera l’altro giorno.

La ripropongo:

Ciao Luigi,

Io scherzo molto su Sanremo come ho sempre fatto da quando lo vedo: cioè da sempre. A me Sanremo diverte. Ci sono anche stata per vari anni ed è un enorme baraccone industriale. È tutto spettacolo e paillettes ed è soprattutto autoreferenziale: funziona esattamente come la Borsa. Non sto scherzando: tutto funziona e macina perché  tutti sono convinti che quella è la squadra vincente, quella è la comunicazione vincente, quelle le case discografiche vincenti, quello lo show televisivo vincente, il reality vincente, il tipo di musica vincente, la voce vincente, il look. L’artista. Il manager. L’etichetta discografica. E il tipo di pubblico. Salta una pedina e crolla tutto. Salvo ricostruire però, perché è un grande circo che fa guadagnare tutti; un po’ come il calcio. Tu di che squadra eri? Insomma, caro Luigi, se lo sai che è una grande farsa va tutto bene. Tu lo sapevi? Secondo me sì. Ora – ATTENZIONE: seguimi! – questo mondo si sta anche accorgendo che oltre alla grande musica dei reality c’è la rete, l’indie e una musica underground che fa tanti ascolti su YouTube e consimili. Se la stanno già piano piano accaparrando. Costruiranno altre forme industriali, altri cartelli cultural-economici con artisti che piaceranno anche a noi addetti ai lavori. Saranno glamour e piaceranno a un certo pubblico. Insomma. Un grande business. Non la musica d’autore eh: quella era la tua anche se non la chiamavate ancora così. Non si tratta di questo. Perché al di là delle intenzioni degli artisti, per quella roba tipo la tua ci vuole fegato rabbia, durezza. Non questo “radical chic” di oggi che piace e fa tendenza. Quando la diversità diventa un prodotto commerciale l’anima giocoforza se ne va. Ma per questo siamo ancora all’inizio e solo noi addetti ai lavori lo cominciamo a vedere. Gli altri aspetteranno un paio d’anni. Forse anche meno. Ma per ora torniamo a Sanremo. E mi sento di dirti che se entro lì io mi aspetto il baraccone e accetto tutto, a differenza tua. Anche le polemiche fanno parte del gioco. Però poi c’è il sospetto che anche quelle siano organizzate, in questo metaspettacolo di questa immensa provincia che è l’Italia. Eppure, a cinquanta anni dalla tua morte, caro Luigi Tenco, accade di rimanere comunque sconcertati perché una commissione e un pubblico tengono dentro Bernabei, Comello e Atzei e fanno fuori uno come Ron, che canta: “nei miei occhi l’America nei tuoi passi l’Oriente”. Un po’ come quella tua “solita strada bianca come il sale”. E allora Luigi, no, quel gesto non è servito a far riflettere nessuno.

O forse qualcuno ha riflettuto troppo, ma al contrario di come avresti voluto tu. E quelli che raccolsero il tuo messaggio, beh, su di loro… ti saprò dire molto presto.

Ciao Luigi,

Betta.

P.S. Ma quella lettera l’hai davvero scritta tu?

tenco

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2 commenti

  1. my3place ha detto:

    Mamma mia, cosa mi sono perso scegliendo di andare al cinema…
    “Un re allo sbando” era carino però. 🙂

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