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Pep, le arance, i miei dieci anni e me

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Oggi Peppe Voltarelli ha fatto un post su Facebook per ricordare i suoi dieci anni di carriera dal suo primo disco da solo, senza il Parto delle Nuvole pesanti.

Dieci anni, proprio dieci anni fa ci siamo conosciuti con Pep, con la sua scrittura senza punti e senza virgole, il suo piccolo fagotto sulla spalla di personaggio da film muto americano. Che non può guardarsi indietro troppo spesso.

Però oggi l’ha fatto, e chissà perché? Magari si sente un po’ più sedentario, un po’ più invecchiato.

Quando l’ho conosciuto, proprio dieci anni fa, lui era inquieto, strano, insolente eppure dolcissimo. Io invece ero una fresca vedovella, intenta a raccogliere i cocci e a far finta di essere sana.

Ma non lo ero affatto. E lui se ne accorse abbastanza presto.

Mi ricordo ridendo di quando mi disse “testa di cazzo” e di quando siamo andati al Puff e ridevamo senza poter smettere e non certo per lo spettacolo. Per non parlare poi di quella volta che ascoltando un provino di un ragazzetto giovine, gli disse: “Beh, innanzitutto comincerei con l’accordare la chitarra”. Una volta con Pep di notte andammo in un locale dove c’era gente anche un po’ equivoca, in centro. E c’era il karaoke. Allora ci mettemmo a cantare, soprattutto Lucio Battisti. E uno si avvicinò pensando di fargli un grande complimento e gli disse: “Lo sai che la tua voce non è niente male?” e Pep gli rispose un grazie come se fosse la prima volta che prendeva un microfono in mano.

Che ridere e che piangere.

Se Pep ha preso in mano questi dieci anni, non potevo non farlo io che la cifra l’ho fatta tonda per ragioni anagrafiche. Oggi ci ho pensato eccome a questi dieci anni da quando Stelio se ne è andato.

Non penso proprio che siano volati. Li sento tutti. Sento ancora quella paura di dormire con la luce spenta dopo quella morte e poi ricordo di aver spento la luce in stanza e lasciato la lampada sul comodino. E dopo un po’ ho lasciato accesa la luce nella camera da pranzo. E poi l’ho spenta e ho acceso quella del soppalchino.  Infine ho spento tutto ma non ho mai più chiuso le serrande.

Penso a quella luce che non si spegneva mai neanche quando spingevo l’interruttore, e continuava a vivere di vita proprio. E penso a quelle arance regalate da Peppe e poi da Carlo e infine da Ciro. E ai mandarini in fiore. Alle Nine di Raffaella. A quanto avevano ragione lei e Chiara a dire che quell’inizio dello spettacolo andava tagliato e chissà perché mi ero tanto impuntata. Mi ricordo i complimenti di Andrea e di Ulderico, le parole accorate di Clotilde quando lesse il testo. Ricordo tutti quelli che mi hanno aiutato, che ci hanno aiutato.

Penso a quell’amore che mi ha affettato in piccole porzioni il cuore e a quella causa di lavoro che mi ha devastato l’anima.

Ma penso anche all’incontro con Guido Bulla, ai suoi consigli da scrittore, alla mia voglia di vivere in punta di penna, al Premio Tenco dove tornare era sempre una festa e che tanto mi ha dato in termini di crescita professionale.

Penso a Parigi, al Tour de France. Ai disegni sulla sabbia di Licio. A quanto mi hanno dato Timi e Andrea. E i Tetes de bois tutti.

E l’amicizia con Marie, per non dire di Ilaria e di quella volta che mi sono trovata a dormire nella sua stanza e mi dicevo: sto dormendo nella stanza di Ilaria; oddio, allora non era solo una vignetta. Esiste veramente Ilaria.

La mia testa è un calderone, di conoscenze, brutte esperienze, incontri straordinari, amori, dolori, scoperte.

Di crescita soprattutto.

Guardavo Jamil ieri sera e pensavo a quanto la vita ci ha cambiato, da quando lui è venuto a Roma per essere il mio fratellone arabo. Erano gli anni Ottanta.

Siamo cambiati eccome. Però ci piace ancora mangiare.

È tutto dentro. Io ci sono. Sono inquieta. A volte mi sento persa. Ma sono sempre in costruzione. Nell’assenza e nella presenza.

Dieci anni e tutto è cambiato, nelle prospettive, nel sentire, in quello che sono io, in come mi vedono gli altri. In quello che so fare.

Eppure eccomi. Mi riconosco proprio eh.

Chissà perché.

Chissà che cosa pensa Pep (di sé)

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3 commenti

  1. Gatto Atlantico ha detto:

    L’ha ribloggato su My3Place.

    Mi piace

  2. my3place ha detto:

    C’è poco (o troppo) da fare, siamo come la Salerno – Reggio Calabria, complicati, difficili, tortuosi, e per un certo verso assurdi. Siamo continuamente costretti a gettare ponti altissimi per superare gli abissi che a torto o a ragione ci spaventano, e talvolta nascondiamo desideri e propositi, scavando lunghe gallerie per uscirne sempre abbagliati dalla realtà che non t’aspetti. Lontanissima, poi lontana, vicina, vicinissima c’è sempre lei, il fine, la fine della nostra strada in costruzione, è lì che ci attira, ci aspetta, ci fa sperare, anche sognare, solo per tradirci, la Fata Morgana di una vita ideale.
    Sì, siamo come quella roba lì, un continuo work in progress, mai finiti, non finiti, perciò sfiniti, o infiniti.

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