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Le tempeste emotive delle donne: una esperienza personale


Si avvicina l’8 marzo. Non credo molto alle celebrazioni e alle parole vuote. Credo però ai momenti di riflessione. Anche personali. Spesso parto da esperienze per esprimere dei concetti. Accadrà anche stavolta. Con l’avvertenza che quello che scriverò non nasce per colpire qualcuno. Ma per dare a tutti motivi di riflessione. A me, a “qualcuno”, a tutti noi.

Parto dalla vicenda della tempesta emotiva. Cioè del tizio a cui hanno dimezzato la pena perché ha strangolato a mani nude la compagna, in preda, appunto,  a una “tempesta emotiva”. Il giudice ora “si difende” (posto che trovo surreale che un giudice si debba difendere mediaticamente) dicendo che questa persona era particolarmente debole e fragile e quindi nel caso specifico l’attenuante era sensata.

Non conosco il caso, non mi sostituisco al giudice, non entro nel merito della vicenda. Entro nel merito della nostra cultura però. Del nostro humus sociale e culturale che rende possibile questo e vive invece altre tempeste emotive in altro modo.

Parto da me. Da ragazza pensavo che fossimo tutti uguali, che intelligenza e preparazione e forza di volontà perequassero ogni differenza, di origine, di censo e di genere.

Finita la scuola ho toccato con mano quanto non fosse vero. E quanto, per una come me ad esempio, tutto fosse più complicato che per altri. Non a caso una mia amica – che partiva da posizioni più privilegiate – mi dice sempre che ho fatto della mia vita un capolavoro.

Quello che mi è sempre sembrato invece non un particolare problema è stato l’essere donna. Mi sono organizzata. Infatti non ho mai fatto passare le mie vicende professionali attraverso il mio essere donna. Ho sempre adottato un abbigliamento di ordinanza, uno sguardo dritto, un fare asettico. In soldoni, sono stata “femminile” solo quando ero interessata a chi avevo di fronte. Non ho mai sentito neanche la necessità di mostrare che ero appetibile mentre lavoravo.

Ho visto cose non belle in questo senso per esempio all’Università. Però io mi sono sempre difesa.

Non ho mai pensato comunque che il mio essere donna potesse essere un handicap per andare avanti. Su questo mi sentivo molto forte e sicura.

Solo negli ultimi tempi ho capito invece quanto spesso io sia stata babbea.

Che il mondo del lavoro – il mio in modo particolare – è ancora maschile in preponderanza. Nei numeri, nei ruoli di responsabilità, nella mentalità.

Anche femminile. Soprattutto femminile.

E che questo mondo continua a mandare avanti i maschi e a giustificarli sempre e comunque. Mentre noi donne saremo sempre colpevoli di un comportamento inadeguato.

Mi è capitato qualche mese fa di subìre quello che per me è stato un danno professionale, per ragioni non attinenti in alcun modo al mio modo di lavorare. Anzi. Tutto il contrario.

Quando è accaduto ho ragionato in modo “femminile”. Ho cioè pensato che se avessi denunciato pubblicamente la cosa avrei procurato un danno personale a chi mi aveva procurato il danno.

Ho pensato cioè che quel danno nascesse da una “tempesta emotiva” della persona che me l’aveva procurato. E malgrado il danno (e malgrado abbia anche dovuto far intervenire un avvocato, dopo aver ricevuto dei messaggi che mi minacciavano di “emarginazione professionale”, che ovviamente conservo) ho pensato che alla mia dignità ripugnava comportarsmi in un modo simile, così vendicativo e crudele. Che io ero superiore. Che chissenefrega. Che il tempo avrebbe mostrato l’ingiustizia e via discorrendo.

La cosa interessante è stata che tutti, chi più o chi meno, hanno ragionato rispetto alla vicenda sempre in termini di “tempesta emotiva”. Nessuno – o meglio pochi – ha ragionato in termini di danno oggettivo che io subìvo. Anche i più arrabbiati hanno visto la vicenda come un fatto personale.

Infine, altra cosa interessante è che il danno “sarebbe” nato (non è così in realtà ma vabbè..) per una mia reazione pubblica – ma assolutamente anonima – che nasceva da una mia “tempesta emotiva”; in realtà io la chiamo semplicemente “esasperazione totale”, dopo aver inghiottito palate di merda per mesi e mesi e mesi e dopo essermi vista vietata anche la parola, da una persona che dovrebbe stendere tuttora tappeti davanti a me, perché minimo minimo gli ho regalato know how e contatti (per quanto riguarda la professione) e tutto l’appoggio, l’aiuto, l’ascolto, la solidarietà umana di cui sono capace. E in cambio, vi assicuro, solo rogne. Quella mia tempesta emotiva fu sbagliata non per le conseguenze, ma proprio per me stessa.  So però che la rifarei nelle stesse condizioni perché non ne potevo più e perché penso le cose che scrissi (si trattava di un innocuo post su un social, il primo fatto all’indirizzo di quella persona e assicuro che questa persona non può dire la stessa cosa. Ne aveva fatti prima. Ne fece durante. Ne fa ancora oggi). Però i fatti propri bisogna tenerseli per sé. Ma deve essere chiaro che non sono pentita di averlo fatto per le conseguenze che ha generato. Un fatto personale può generare fatti personali. Un fatto professionale può generare fatti professionali. Quando le cose si mischiano, state certi che la donna avrà sbagliato e l’uomo sarà in preda a una tempesta emotiva.

Ma non ho capito solo questo.

Ora che è passato tanto tempo ho capito anche tante altre cose:

che la tempesta emotiva è valutata da tutti (maschi e femmine) una attenuante totale per un maschio e non per una femmina. Anzi, per una femmina è un’aggravante.

Che le donne non riconoscono maschilista l’uomo che parla paternalisticamente di loro. Purché ne parli. Cioè: un uomo che si occupa di donne è un uomo attento alle donne. In realtà tutti dovrebbero occuparsi di tutto. Non basta occuparsi di donne per essere aperti. (Spesso anzi chi lo fa si mette su un pericoloso piedistallo.)

Che in un momento di confusione un mondo totalmente maschile è riuscito a far leva su di me e sulla mia generosità femminile per impedirmi di fare l’unica cosa che avrei semplicemente dovuto fare: cioè dire pubblicamente in tre parole cosa stava succedendo professionalmente senza entrare neanche nel merito della faccenda. Lo scrivevo. Dicevo il fatto secco: da oggi succede questo per volontà di questa persona. Punto. E a capo. Se qualcuno mi avesse chiesto perché avrei risposto che non era per ragioni professionali.

Che questo mondo maschile è proprio totalmente maschile. Sono tutti solo maschi e come mi spiegava l’altro giorno una mia insospettabile amica (nel senso che non sapevo la vedesse in questo modo), lì ho fatto l’errore più grande: non capire che io sono “Malantrucco”, ho una mia riconoscibilità, sono brava e quindi andavo fatta fuori quanto prima. Come estranea e come donna. E non sto parlando di chi era in preda alla tempesta emotiva (che peraltro non deve essergli ancora passata). Parlo di tutti quelli che ha intorno. Che non hanno tutelato lui. Hanno tutelato però il loro ambiente maschile e chiuso. E lo hanno fatto alla grande. Chapeau. M’avete proprio fregato. In campana però alle partite di ritorno.

Racconto tutto questo per dire semplicemente che ora che vedo questa vicenda lontana, a parte la rabbia per non essere stata lucida in quel momento, mi rendo conto che noi donne dobbiamo fare davvero tanta tanta strada per raggiungere quella parità che non riusciamo ancora neanche a vivere interiormente. Che la colpa è mia. Semplicemente perché ho agito da donna. E non da persona che lavora.

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