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Monthly Archives: aprile 2019

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Sherazade e il 25 aprile


Ho deciso di festeggiare il mio 25 aprile antifascista, andando a sentire il primo concerto del Festival Popolare italiano organizzato da Stefano Salettial Teatro di Villa Pamphilj.
A cantare e suonare Tre artiste davvero straordinarie: Susanna BuffaGiovanna Famulari e Vanessa Cremaschi. Il loro era un concerto di Canti resistenti. Alcuni popolari, altri d’autore. Naturalmente abbiamo chiuso con il nostro Bella Ciao liberatorio e di Liberazione.
Le tre musiciste hanno a un certo punto intonato una versione di Bella Ciao che non conoscevo. Non era quello delle mondine (quello per cui gli studiosi e gli etnomusicologi discutono da decenni: è nato prima l’uovo o la gallina?). No. era un canto di donne che non vogliono morire.
Giustamente si diceva che il numero impressionante di femminicidi è un segnale chiaro di dove deve andare la battaglia della Resistenza. Non l’unico. Anche quello del clima e dell’ambiente di Greta è fondamentale. Così come quello universale della difesa dei valori democratici e di libertà su cui si fonda la nostra Costituzione e lo spirito (se non gli organismi) della nostra Europa, così vicina eppure ancora così difficile, almeno per noi di mezza età.
No. La frontiera è quella di Sherazade. Che racconta storie per mille e una notte solo per non morire.

Ho capito una cosa in questo ultimo anno. Da certe esperienze infelici ho imparato una lezione grande e ne ho già detto l’altro giorno, parlando della questione del cast del Primo maggio senza quasi nessuna partecipazione femminile.
La questione femminile e femminista non solo non è risolta, ma è ancora lontana anche solo da un vago compimento. So che non c’è alcun paragone tra come vivo io e come potevano vivere le mie nonne. Eppure so che questa presunta eguaglianza mi ha fatto vivere mezzo secolo convinta che eravamo tutti uguali e che le mie capacità, la mia indipendenza e un certo numero di accorgimenti mi avrebbero tenuta al sicuro. Mi sono svegliata una mattina o bella ciao bella ciao ciao ciao
e mi sono accorta che a parità di condizioni non ho fatto la stessa carriera e sono rimasta al palo. Che dal professore dell’Università che molestava le assistenti o le maltrattava non sono stata immune: semplicemente sono scappata, che lavorare bene e senza sbagliare e con competenza e capacità non mi salvava dall’essere in balìa delle perturbazioni di un uomo.
Sono arrivata a 50 anni e ho paura di tornare a casa di notte senza averla mai avuta a venti trenta e quaranta, perché ora mi sento meno forte. E l’età che ho mi mette di fronte a una considerazione maschile tutta di un certo tipo.
Scopro che le peggiori nemiche delle donne sono le donne che attaccano altre donne o dicono: ma però. Donne che si riempiono la bocca di battaglie, sorellanza e orgoglio femminile, ma che guardano da un’altra parte se comunque gli fa comodo l’aguzzino, maschio o femmina che sia.
Vedo situazioni alla #metoo ogni giorno intorno a me, conosco casi di violenza psicologica e morale gravissime.
A volte si uccide anche in altri modi.
Nel frattempo sono le donne ad affannarsi a pulire il culo ai figli, a spazzare cucinare, fare la spesa e correre. Ma alla fine quella è la cosa meno grave perché è la cosa a cui sono più disposti a rinunciare.

Se lo dici troppo, se rivendichi troppo ti diranno che gli uomini non sono tutti uguali e tu dovrai spiegare che trovi gli uomini meravigliosi e non è questa la questione. Alle spalle diranno che sei lesbica, non scopi, sei troppo mascolina, hai le mestruazioni, hai la menopausa, non sorridi, sei troppo rigida. QUale che sia per dirla come Bianca ‘la Jorona’ Giovannini: io so’ me. Noi siamo noi.

Oggi mentre quelle tre donne cantavano ho pensato che io so fare solo una cosa bene: scrivere. Bene senza esagerare, ma direi che me la cavo.

Non ho più l’età per le marce. Ma per scrivere ancora ho testa e occhi. Allora se queste mie nuove consapevolezze serviranno a qualcosa sarà per rivendicare il DIRITTO DI SHERAZADE a raccontare storie per il piacere di farlo e non per non morire.

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L’elaborazione del lutto


Ieri sera ho incontrato una persona che viene dall’alta Italia. Una persona a cui tengo molto anche se in teoria ci conosciamo poco. Dico in teoria, perché a volte lo spirito interiore che pur abbiamo si riconosce senza fare troppe storie. E poi – lo sappiamo – che il tempo non esiste. Così, parlando, mi ha detto come ogni volta delle cose molto belle. Anche cose di dolore e di fatica. Ma belle. Ne ha dette anche su di me di molto belle ma non ne voglio tener conto perché giustamente il giorno di Pasqua una mia amica carissima mi ha fatto notare tutte le insidie di quando ci si compiace troppo per gli apprezzamenti e i complimenti. Si rischia di non riconoscere più chi invece solo ti adula per aver altro in cambio. Per rubare quello che non gli appartiene. Così quelle sue belle parole me le tengo per me. Mi ha anche detto però che mi vede scrivere meno, della vita, di me.
Io lo so perché. Io so scrivere quando riesco a far quadrare le cose, quando le cose prendono il loro giusto posto nella mia vita. E diventano una delle tante vite che ho attraversato.
Così io so che sto attraversando una fase di lutto. Sto elaborando, vedo proprio sempre più vicina la luce in fondo al tunnel, che peraltro si è fatto già da molto tempo meno buio, meno umido e senza sorci e altri brutti animali intorno. Ma ancora sono dentro e quindi ho da fare. A volte rallento, a volte faccio qualche piccolo passo indietro, a volte mi affatico a far comprendere alle persone che pur mi vogliono bene che non devono spiegarmi la strada: la conosco. E che quello che chiedo è solo un poco di pazienza.
Ma ci si chiederà: quale lutto?
Si perdono le persone, si perdono le cose. Si perde la fiducia.
Io sto elaborando un lutto gravissimo. Quello della DELUSIONE.
Lo dicevo proprio a quella persona ieri. Anzi. Lo dicevamo insieme.
La delusione verso alcune persone. Delusioni molto molto gravi in qualche caso. Almeno in uno.
Delusione verso me stessa, per non aver capito.
Delusione verso la mia arroganza, che mi ha fatto pensare di star facendo del bene a qualcuno, mentre in realtà stavo collaborado a fare del male a qualcun altro.
Delusione nei confronti di un mondo così maschile. Dove le donne devono faticare ancora così tanto. In tutti i versanti. Dove sono sempre gli uomini ad andare avanti, ad aiutarsi tra loro. E dove noi donne ci danneggiamo spesso anche da sole.
Delusioni quindi.
Dopo l’estate sono rinata. Sono rinata con la mente lucida e senza la mia più grande nemica: l’ansia. è una grande vittoria.
Oggi – dopo aver attraversato ancora qualche mare oscuro – mi sento claudicante ancora, con dei problemi anche pratici da risolvere, con i soldi che non bastano mai, con le preoccupazioni di ogni giorno. C’è stato anche un lutto reale. Uno di quelli che per pudore ho evitato di mostrare. Perché non sono io la protagonista del dolore e il dolore va lasciato vivere e va riconosciuto a chi spetta. Ma ora posso dirlo, credo, che è stata una perdita grande anche per me. E mi fa pensare a tante cose dentro al tunnel. Mentre guardo la luce.

Per questo scrivo meno di me. Perché sto mettendo ordine, mi sto facendo bella per uscire alla luce. Con un anno di più sulle spalle e uno di meno da vivere. Teniamone conto.

 

Intanto vi dedico una canzone di Luigi Maieron che somiglia alla gente come me.
Minoranze un segno meno che non prevale sulle decisioni
persone strane che sanno perdere ma alle loro condizioni
e difendono una ragione senza dar retta alle tante voci
che parlano di quello che sei senza capire quello che provi
è raccogliere piccole tracce piccoli segnali di vita
è diventare adulti presto e non sembrare mai cresciuti
minoranze una sottrazione che non sceglie solo ciò che è deciso
è tenere gli occhi bene aperti guardando attraverso un bel sogno

La commozione del Buongiorno


È vero che sono i piccoli acciacchi a farti capire del tempo che passa. Prima i capelli bianchi, poi le rughe di espressione, magari la perdita di una certa freschezza negli occhi. Finisce che quando ti infili le collant devi sederti e che a volte, certe sere, ti sembra di sentire la presenza di ogni piccolo ossetto dentro di te.

Ma finché ne ridi saranno i mille gesti quotidiani a non invecchiarti. Oggi per esempio ho comprato un album di figurine solo per me e non mi sento affatto puerile. Ogni gesto antico, le parole crociate, i pennarelli, le cartine geografiche scolastiche … è tutto cuore e allegria. È leggerezza. È giovinezza.

La commozione no.

Almeno per me, che ero un sergente di ferro. La commozione no. La commozione è proprio il segno di maturità che fa l’occhiolino all’anzianità.

Ebbene sì, io mi commuovo. Mi commuovo nel rivedere certi film che ho amato senza piangere; mi commuovo per loro ma anche per il ricordo di me mentre li guardavo un tempo. Se penso a certi libri mi commuovo a ripensare a me mentre li scopro, mentre mi dicevano cose che già erano in me. Mentre rispondevano alle mie domande.

Figuriamoci la commozione quando incontro le persone della mia vita. Sono state tante, multiformi, colorate, di tutte le età, di tutte le idee. Di tutti gli amori.

Mi hanno dato tanto. Di esperienze, di pianto, di riso di gioia e dolore, di idee, di mutazioni, di suggerimenti di via di vita e di calore.

D’amore, di gratitudine, di bugie, di disprezzo, di attesa, di stima, di rispetto, di onde e montagne e città.

Mi è stato dato tanto. Ho dato tanto. Ho scelto. Il bilancio è positivo. Nella qualità e nella quantità. Ho avuto delle delusioni cocenti da alcuni. Ma sono stati davvero pochi

Ebbene.

Ho avuto due occasioni di recente per incontrare tanto passato. Una davvero dolorosa. L’altra davvero gioiosa e piena di affacci al futuro. In entrambi i casi mi sono commossa e sono andata anche in confusione. Talmente tante le emozioni da non saperle gestire.

Proprio come i vecchi.

O forse proprio come Stelio che era più grande di me, e che aveva la mia età di oggi quando si commuoveva perché nella Maschera di Ferro cinematografica muore D’Artagnan.

Non mi dispiace. Perché alla fine di tutto questo sono giunta alla conclusione che questa commozione dipende tutta dall’aver compreso l’importanza del “Buongiorno”.

Sì. Del dirlo.

C’è una persona a cui voglio un bene infinito che attraversa un momento particolare. Di passaggio potremmo dire. E lui l’altro giorno mi ha detto che leggere il mio blog a volte gli dà degli spunti.

Si tratta di una persona fantastica. E ha doti straordinarie; come prima cosa lui dice sempre “Buongiorno.”

Buongiorno.

Come è importante dire buongiorno. Augurare con il sorriso all’altro che il suo giorno sia buono davvero. Senza voler niente in cambio. Come gesto altruista. E siano belle le ore.

Quante cose ti danno le persone care, quante cose ti fanno capire dentro. Quante cose ti regalano.

Che il tuo giorno sia sempre felice mi dice sempre questa persona. Che il tuo giorno sia sempre felice io dico a lui.

E mi commuovo.

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