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Sherazade e il 25 aprile

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Ho deciso di festeggiare il mio 25 aprile antifascista, andando a sentire il primo concerto del Festival Popolare italiano organizzato da Stefano Salettial Teatro di Villa Pamphilj.
A cantare e suonare Tre artiste davvero straordinarie: Susanna BuffaGiovanna Famulari e Vanessa Cremaschi. Il loro era un concerto di Canti resistenti. Alcuni popolari, altri d’autore. Naturalmente abbiamo chiuso con il nostro Bella Ciao liberatorio e di Liberazione.
Le tre musiciste hanno a un certo punto intonato una versione di Bella Ciao che non conoscevo. Non era quello delle mondine (quello per cui gli studiosi e gli etnomusicologi discutono da decenni: è nato prima l’uovo o la gallina?). No. era un canto di donne che non vogliono morire.
Giustamente si diceva che il numero impressionante di femminicidi è un segnale chiaro di dove deve andare la battaglia della Resistenza. Non l’unico. Anche quello del clima e dell’ambiente di Greta è fondamentale. Così come quello universale della difesa dei valori democratici e di libertà su cui si fonda la nostra Costituzione e lo spirito (se non gli organismi) della nostra Europa, così vicina eppure ancora così difficile, almeno per noi di mezza età.
No. La frontiera è quella di Sherazade. Che racconta storie per mille e una notte solo per non morire.

Ho capito una cosa in questo ultimo anno. Da certe esperienze infelici ho imparato una lezione grande e ne ho già detto l’altro giorno, parlando della questione del cast del Primo maggio senza quasi nessuna partecipazione femminile.
La questione femminile e femminista non solo non è risolta, ma è ancora lontana anche solo da un vago compimento. So che non c’è alcun paragone tra come vivo io e come potevano vivere le mie nonne. Eppure so che questa presunta eguaglianza mi ha fatto vivere mezzo secolo convinta che eravamo tutti uguali e che le mie capacità, la mia indipendenza e un certo numero di accorgimenti mi avrebbero tenuta al sicuro. Mi sono svegliata una mattina o bella ciao bella ciao ciao ciao
e mi sono accorta che a parità di condizioni non ho fatto la stessa carriera e sono rimasta al palo. Che dal professore dell’Università che molestava le assistenti o le maltrattava non sono stata immune: semplicemente sono scappata, che lavorare bene e senza sbagliare e con competenza e capacità non mi salvava dall’essere in balìa delle perturbazioni di un uomo.
Sono arrivata a 50 anni e ho paura di tornare a casa di notte senza averla mai avuta a venti trenta e quaranta, perché ora mi sento meno forte. E l’età che ho mi mette di fronte a una considerazione maschile tutta di un certo tipo.
Scopro che le peggiori nemiche delle donne sono le donne che attaccano altre donne o dicono: ma però. Donne che si riempiono la bocca di battaglie, sorellanza e orgoglio femminile, ma che guardano da un’altra parte se comunque gli fa comodo l’aguzzino, maschio o femmina che sia.
Vedo situazioni alla #metoo ogni giorno intorno a me, conosco casi di violenza psicologica e morale gravissime.
A volte si uccide anche in altri modi.
Nel frattempo sono le donne ad affannarsi a pulire il culo ai figli, a spazzare cucinare, fare la spesa e correre. Ma alla fine quella è la cosa meno grave perché è la cosa a cui sono più disposti a rinunciare.

Se lo dici troppo, se rivendichi troppo ti diranno che gli uomini non sono tutti uguali e tu dovrai spiegare che trovi gli uomini meravigliosi e non è questa la questione. Alle spalle diranno che sei lesbica, non scopi, sei troppo mascolina, hai le mestruazioni, hai la menopausa, non sorridi, sei troppo rigida. QUale che sia per dirla come Bianca ‘la Jorona’ Giovannini: io so’ me. Noi siamo noi.

Oggi mentre quelle tre donne cantavano ho pensato che io so fare solo una cosa bene: scrivere. Bene senza esagerare, ma direi che me la cavo.

Non ho più l’età per le marce. Ma per scrivere ancora ho testa e occhi. Allora se queste mie nuove consapevolezze serviranno a qualcosa sarà per rivendicare il DIRITTO DI SHERAZADE a raccontare storie per il piacere di farlo e non per non morire.

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1 commento

  1. […] via Sherazade e il 25 aprile — Gatto Atlantico […]

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