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Sanremo 2018. Un gancio in mezzo al cielo?


POST PER QUELLI CHE SI OCCUPANO DI MUSICA COME ME.

Beh lo dico subito che il mio personale bilancio sul Sanremo 2018 è positivo. E siccome non accade mai e il Direttore Artistico di quest’anno è un artista che per me musicalmente ha sempre rappresentato “il male” (con la emme minuscola però), due parole proprio mi va di spenderle. Sono considerazioni varie per le quali sto cercando una sintesi. Vediamo dove riesco ad arrivare.

Parto forse da Flavia e dai nostri fratelli maggiori che sentivano i Genesis e i Pink Floyd. Come potevamo quindi amare Claudio Baglioni? Flavia ed io siamo amiche da sempre ed eravamo compagne di Liceo. E per noi la musica era importante. Quando io ero ragazza la musica che si ascoltava ci divideva. Io non frequentavo quelli che ascoltavano Claudio Baglioni. Questa cosa mi fa ridere fino alle lacrime, soprattutto se penso che a malapena sopportavo i cantautori italiani. Però è interessante aver condiviso questo pensiero l’altro giorno con Flavia a Milano. Dove eravamo per vedere uno spettacolo teatrale, peraltro bellissimo. E quindi è stato davvero surreale entrare in albergo dopo tanta bellezza e trovarsi all’improvviso di fronte a una specie di Karaoke con Nek, Max Pezzali, Baglioni e Renga a cantare l’ennesima canzone appasserottata del Nostro. La faccia della mia amica era fantastica. Per non parlare di quando hanno fatto risentire degli stralci delle tre canzoni in gara per la vittoria (“Ma sono bruttissime Bettona! Ma perché vincono?”) e infine si è dovuta anche cibare “La Canzone intelligente” trasformata Nella Canzone Demente.

Sì. Ci sono stati dei momenti trash in questo Sanremo. E probabilmente me ne sono persi un bel po’, perché non l’ho visto tutto e alcune cose le ho recuperate i giorni successivi e ho fatto un po’ tutto a pezzi e a bocconi. Ma credo di aver visto abbastanza per formulare un timido parere.

Innanzitutto nel valutare il trash. Sarà difficile dimenticare quel momento straziante delle “donne che cantavano le canzoni sulle donne”. Se non l’avete visto fatevi coraggio, ingoiate una pasticca per restare calme, amiche, e cercatelo. In quel momento le tombe delle suffraggette hanno avuto un movimento sussultorio fortissimo e terribile. Anni di battaglie femminili annegate in una macedonia lasciva e ributtante che neanche le uscite serali delle casalinghe l’8 marzo negli anni 80 hanno mai saputo eguagliare. E come poter dimenticare il Volo? Il Volo che ha dimostrato in maniera così plateale di non aver capito una beneamata di chi era Sergio Endrigo? E questi sono solo esempi di certi momenti bassissimi di questo Festival. O anche certe sciocchezze, come cercar di fare umorismo inglese senza essere inglesi e senza avere una platea inglese.

E però: Sanremo è uno spettacolo televisivo, una specie di evento che si ripete ogni anno come il Carnevale. È una festa laica che in molti aspettano, per criticarlo, per cantarlo tutti insieme con gli amici, tra pizzette e fiaschi di vino – e qui lo dico ad alcuni artisti: se pensate di fare spettacoli con le canzoni di Sanremo, sappiate che chi vi starà di fronte ad ascoltare, canterà sempre a squarciagola in un ululato liberatorio: siate pronti ad accettarlo o lasciate perdere – per dire che non lo vedranno, per indignarsi con la Rai, per ripartire con le polemiche; fa tutto parte del gioco. È un evento popolare e come tale un po’ di trash ci sta. E questa volta, dopo anni e anni e anni, non è stato volgare. Non coscia al vento, non farfallina, non doppi sensi da adolescenti appena usciti dalla parrocchia che cercano di non farsi sentire dal prete, non volgarità gratuite, mani sul pacco, tette al vento. Invece abbiamo avuto di fronte tre professionisti, una presentatrice che sa fare il suo mestiere, un attore che ci ha regalato i momenti più belli del Festival al di là della musica – indimenticabile quello che ha fatto l’ultima sera con quella lettera dello Straniero. Ha fatto molto di più lui – e anche Mirkoeilcane – per far comprendere alle persone, per creare empatia con l’evento tragico che è una migrazione, di tanta inutile retorica politica in un paese travolto dall’egoismo, dalla paura e dai fascismi – e un Direttore Artistico finalmente degno di questo nome.

Certo: Claudio Baglioni ha fatto spettacolo cantando e facendo cantare a tutti gli ospiti le sue canzoni. Ma era questo che la gente voleva da casa. Le ho viste le mie amiche – e anche i miei amici – appasserottarsi tutti insieme a squarciagola e poco importa che a me non piacciano quelle canzoni. Io non le ho cantate solo per far scena anche io. Sanremo è un rito collettivo. Anche la Sala Stampa dell’Ariston è una specie di rito collettivo e tutti cantano e saltano insieme. Accade perché questo è Sanremo. C’è chi grida: Basta e chi ci prende gusto. Ha fatto benissimo a fare così anche se l’anno prossimo – se resta – dovrà inventare una cosa nuova. Sarà in grado?

Intanto però gli va riconosciuto che è stato in grado di scegliere le canzoni. Alcune erano orribili, a partire da quella che ha vinto, grondante di retorica e pure un autoplagio. Una canzone che non regala nulla se non un coraggio a chi già ce l’ha. Ma quella canzone funziona radiofonicamente. E anche “Si può dare di più” non era una canzone sensata. Eppure vinse. Ci sta. Sono operazioni a tavolino. E se Fabrizio Moro ha il suo percorso, io mi auguro che Ermal Meta riprenda subito il suo. È bravo. Può fare cose belle. E sue. E poi Annalisa. Il pezzo non mi diceva granché. Ma che voce, che forza, che potenza. Non mancavano quindi i talent, ma per la prima volta dopo tanti anni a queste realtà è stato dato uno spazio contenuto, come era giusto che fosse. Ed è stato invece dato spazio a della musica indipendente, anche se poi lo Stato Sociale ha presentato una canzone da quinta elementare. Però funziona eh. E poi si sa che a Sanremo non vince sempre la migliore. Ma in questo Sanremo abbiamo avuto la canzone di Ron, bellissima. Era di Lucio Dalla? Mi piace vincere facile? Può darsi. Ma la canzone di Diodato e Roy Paci secondo voi ci sarebbe stata con Carlo Conti? E quella di Avitabile e Servillo? E la tanta eleganza di Ornella Vanoni con Bungaro e Pacifico? Per non parlare della bellezza di alcuni duetti.

Insomma, ragazzi, dopo anni a Sanremo c’era la Canzone. Pop, all’italiana, che tanto ci ha fatto cantare. E anche sognare. Quella che gira intorno. A me Claudio Baglioni non piace come cantante, lui le magliette i passerotti e sto cavolo de gancio in mezzo al cielo che è tutta la vita che non capisco come faccia a reggersi. Ma è un ottimo direttore artistico, di musica ci capisce davvero, e di autori. E se vuole può anche migliorare nelle scelte. Io per una volta tifo per Claudio Baglioni. Ma al gancio non mi ci appendo. Eh. Ci ho paura.

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Che poi dice l’amore


Che poi dice l’amore…

Chi lo dice?

Tutti lo dicono, parlano, raccontano, si confrontano, sognano poi ricominciano, se ne vanno.

Ma cosa manca a questa nostra vita? Potrei scegliere di fare tutta una noiosa disquisizione su cosa sia stato l’amore nel mondo nei secoli passati.

Oppure potrei far riferimento a Yi, libro cinese con cui si fanno gli oracoli. Ma sì, I ching, che poi non è una cosa al plurale. Molte ragazze lo consultano per sapere se il loro sogno di amore si realizzerà.

Ma Yi non parla mai d’amore come ne parliamo noi. E io so in fondo perché.

Perché un libro sapenziale che in realtà nasce come strumento di formazione di un giovane principe non può che mostrare l’interezza delle cose e non i dettagli. Quello che non abbiamo ricevuto è una educazione sentimentale.

A quasi 51 anni, dopo tante esperienze umane e tanta psicoterapia, ho imparato a conoscermi. Studiare il libro e le sue interpretazioni mi ha aiutato a vedere più in là. A fermarmi. A meditare. Ad aspettare. Ad avere pazienza. A sperare in modo più sano.

Ma delle cose già le sapevo. A 15 anni guardavo con spavento e orrore a certe manifestazioni di passione o come la stessa veniva chiamata. Vedevo persone litigare insultarsi controllarsi manipolarsi; vedevo ragazzi appostarsi, organizzare agguati, alimentare la sfiducia, prima chiamarlo “amore” e poi chiamarlo “puttana”.

E su tutto questo ridiamo: è l’età, è la passione, è la gelosia, è normale.

Non lo è.

A 15 anni pensavo che una persona di 50 deve comportarsi in maniera decorosa e con dignità. In realtà lo pretendevo anche da me. Poi ho pensato che era esagerato.

Ora che ce li ho 50 anni penso di nuovo che a questa età abbiamo gli strumenti per comportarci in maniera decorosa, qualunque cosa ci sia accaduto nella vita.  E lo dico con orgoglio. Tra i miei immensi difetti non c’è l’impazienza checché se ne dica. Io so aspettare, so tollerare, so comprendere. Eppure avrei diritto ad essere arrabbiata: un uomo è morto tra le mie braccia. Quelli sono momenti in cui tutto è chiaro. Poi certe cose sembri perderle per strada.

Ma una cosa la so: l’amore non strappa i capelli, no. L’amore comprende, rispetta, stima, aspetta, resiste. L’amore è una scelta e non un dovere. L’amore è fiducia.

Yi non ama l’amore occidentale, quello che lapida se tradisci. Anzi, il tradimento come lo intendiamo noi non lo contempla. Quando parla d’amore Yi parla di legame profondo come gli anelli di una catena che non si può spezzare; Yi parla di comunicazione che va al di là delle parole. E educa al rispetto e alla indipendenza.

Per questo mi interessa Yi.

Quando stavo con mio marito le cose non sempre andavano bene. Anzi. Abbiamo attraversato momenti molto complicati. Per colpa sua, per colpa mia e per colpa del suo cancro di merda. Eppure io ho scelto Stelio ogni momento. L’ho visto quasi tutti i giorni per 11 anni. Ma non è stato mai un peso. Perché era una scelta.

Abbiamo litigato tante volte. Ma mai è accaduto che lui abbia messo in discussione la limpidezza del mio cuore. Sapeva che la mia per lui era dedizione. In cambio mi ha dato attenzione, pazienza, serenità, comprensione per quello che so essere. In nessun momento ho avuto paura delle sue reazioni. In ogni momento sapevo chi era lui. E siamo stati legati come quegli anelli di quella nostra catena.

Questa cosa è accaduta. Io l’ho vissuta. Quindi può esistere. Non vi accontentate mai di niente di meno. È l’unica cosa che può durare per sempre: l’amore è rispetto, fiducia, stima, libertà.

Avviene


Mi sono sempre occupata di passato e la memoria mi ha assistito. Quando studiavo storia ricordo che i colleghi assistenti e i Professori avevano una memoria potentissima. Migliore della mia. La mia era nella media, sufficiente per lo scopo. Ma niente di eccezionale.

Dall’altra parte del mondo invece la memoria è stato uno dei miei punti di forza. Soprattutto perché ho fatto del Passato il mio futuro.

Da ogni punto di vista. L’ho studiato, ricostruito, descritto, montato; ci ho giocato, l’ho destrutturato e a volte ristrutturato. L’ho trasformato. Ci ho guadagnato, ci ho guardato nei momenti di sconforto, ci ho trovato arricchimento e fortuna.

Ricordo mio fratello che mi fa le boccacce per farmi ridere mentre sono nel passeggino. E certe date di certi trattati di politica internazionale. Anche se quelli sempre di meno.

Perché ciò che deve rimanere rimane per sempre. E quello che non serve più molto di meno.

Ed è così che il processo creativo avviene.

È sul passato che creo quel poco che ho da vendere. Quel po’ d’amore che mi riesce ancora di dare. È sul ricordo che aspetto quello che devo ricevere.

Negli ultimi dieci anni ho raccolto e rimesso in circolazione a modo mio – soprattutto scrivendo – idee e immagini e sentimenti e colori e studi e ascolti. Si è tutto ripresentato a poco a poco.

Ora mi sento di nuovo all’inizio però. Mi sembra di non riuscire più a fermare le immagini. Anche se forse si immagazzinano dentro di me come un tempo e un giorno forse se avrò tempo si ripresenteranno tutte, ad una ad una.

Recupererò un ricordo di una pianta sul tetto di una cucina. Una sensazione di fresco sul viso in un vicolo di Firenze. Il calore di una famiglia numerosa e unita. Un disagio per un problema che non so risolvere.

Per il 2018 mi auguro di sbloccare di nuovo il passato, perché diventi di nuovo il futuro. Mi auguro di ritrovare le molliche lasciate dalla mia “anima pollicino” per costruire di nuovo quel mondo e rimetterlo nei miei piccoli barattoli di vetro.

Fare esperimenti insomma.

È così che avviene.

O che forse avverrà.

Lo so che non sembra ma questo è un post sull’amicizia. Quella vera. Anche quella, infatti, se deve, avviene. Altrimenti è un calesse. Che i miei amici sono ad oggi ciò che ho di più prezioso l’ho ben impresso nella memoria. E questo mi aiuta a distinguere, scegliere, arricchire, creare. Ho trascorso alcuni giorni che mi hanno tenuto al caldo. Non li dimenticherò perché mi aiuteranno ogni volta che arriverà una folata di vento gelido, come per esempio oggi è già accaduto.

Buon anno a chi mi vuole bene davvero. Quello per me è sempre un magnifico presente, in tutti i suoi significati.

Cade la neve

bianca e delicata

sul mio passato.

(Haiku dell’inverno)

London calling


Londra, le luci, i rumori, la gente, le facce, che facce, i cappelli: neri alti bassi morbidi rigidi, gli asiatici british, il tè, le luci e merry christmas, la neve, Churchill, gli alberi di Natale, i pub, le catene di negozi di cibo, i parchi, i mercati, la gente, che gente, che facce, come sono inglesi questi inglesi, le amiche.

Shakespeare, la Magna Charta, la civiltà, gli indiani, labour party, i liberali, i tories, i whigs. Falstaff, Puk, Amleto nero, underground, overground, Notting Hill, the richness, the queen, 99 anni, la middle class, gli addobbi di Natale, le stoffe di Liberty, le catene di negozi di stracci, il freddo, il fumo dalle case, le facce di Ken Loach, i poveri i così così.

Camminare correre urlare. Il rosso, le cabine, le amiche, la guida a sinistra, traffico traffico traffico, le amiche, le corse, Scrooge, Oliver Twist, David Copperfield, Virginia Woolf, Jane Austen d’inverno, i capillari sulla guancia, le facce irlandesi, i ricci, gli stinchi scoperti, pukka, cammina cammina cammina, David Bowie, gli Smiths, the Clash.

Carnaby Street, le amiche, Covent Garden, te invidio turista che arivi, semafori, traffico, la gente, che gente, quanta gente, il fiume, il ponte, Thames, il Globe, i murales, elementare Watson!

Corri ritorna riparti, Wstminster, la Camera dei Comuni, Pelham, le amiche, Pitt quello giovane quello vecchio, Vittoria, lo stile, la Scozia, Scotland Yard, Bobby, guanti, piumini, nun dà confidenza a quelli del sei, i vinili, la musica, che musica, la gente, che gente, le facce che facce, le amiche.

Non ero mai stata a Londra. Per tante ragioni. Ma ora nessuna mi sembra ragionevole. Come sempre non ho avuto il colpo di fulmine. Ma mentre prendevo l’aereo era già tutto in ordine in testa ed è stato grande amore.

Tornerò molto presto.

London Calling.

Annalisa, il treno, la vita


L’altro giorno, scendendo dall’ennesimo treno, ho visto che malgrado i suoi sette minuti di ritardo erano in molti a correre in direzione contraria alla mia per raggiungerlo.

Non mi sono girata a guardare e non per il normale disinteresse che la vita di estranei dovrebbe darmi (solo Iddio, se esiste così come ce lo hanno raccontato, può interessarsi ai treni persi di ognuno di noi). Non mi sono girata invece perché se poi qualcuno lo avesse perso io avrei sofferto davvero per lui, mi sarei chiesta che disagio, che appuntamento perduto, che occasione mancata, che disfatta quel ritardo avrebbe potuto significare. Lo so che è assurdo, ma io mi immedesimo sempre nel disagio altrui.

Questa mia constatazione interna mi ha fatto ripensare ad alcune cose che mi stanno capitando in questo periodo. E ho capito che quel non girarmi per evitare di incontrare lo sguardo di chi stava perdendo il treno era una forma di salvaguardia e c’entrava molto per capire anche il perché mi sto comportando allo stesso modo per ben altre cose, con ben altra importanza nella mia vita.

Ho capito a un certo punto che se volevo salvare la mia vita fisica e mentale e affettiva dovevo andare per sottrazione. Per diminuzione. Una diminuzione che riportasse equilibrio. Quindi non una decrescita felice. Le decrescite sono infelici sempre. Ma una diminuzione per continuare a crescere.

Questa scelta sta portando dolore e in qualche caso non solo a me. Importa poco ora come ora il fatto di avere spiegato, avvertito, provato a far comprendere, segnalato i campanelli di allarme, l’essermi mossa anche con qualche reale ragione. Il dolore è il dolore. Quando te ne procuri o lo procuri ad altri devi sapere cosa fai.

Resta però che la comprensione del perché molte diminuzioni mi siano così necessarie non ce l’ho avuta fino a quando su facebook non ho raccontato il fatto del treno. Non so quanti lo abbiano davvero compreso. So solo che Annalisa, una persona che non “conosco” nel vero senso della parola e che della mia vita reale sa proprio poco, ha fatto un commento e con una sola frase ha spiegato tutto. L’ha spiegato a me. Mi ha aperto gli occhi come accade a volte quando vai dallo psicologo e ogni tanto ti fa aprire certe finestre nel cuore e nella mente.

Lei ha scritto: “Penso che quando forti dolori..il tempo non guarisce..poi se ne succedono altri..si sviluppa uno stato d’ansia ingestibile..si somatizza tutto.io sono cosi.”

Anche io sono così cara Annalisa. Somatizzo tutto. E mi si sviluppa uno stato d’ansia ingestibile. Il problema degli altri diventa mio. Quel treno lo sto perdendo io.

Così come ci sono persone che pur essendo in grado di gestire ogni angolo della loro vita da soli e brillantemente, pensano di “aver bisogno”; magari solo di una spalla. E così certe ansie come la mia e certi bisogni come quelli di altri quando si incontrano possono fare dei bei casini.

Ho pensato per anni di essere immortale infrangibile e lontana dall’usura: della vita, dei dolori, dei problemi, delle preoccupazioni, del troppo cibo, della vita fuori.

Io non vivo in casa, sto sempre in giro, penso, leggo scrivo, amo, ascolto musica cammino mi carico mangio mi sovraccarico, mi accollo i problemi di chi amo e faccio finta di dimenticare tutto quello che è stato.

Non dimentica però il mio colesterolo, il mio fegato malandato, la pressione che non va, il livello di stress, il mio cuore e la mia testa, per non parlare delle troppe sciarpe che ho comprato e che mi appesantiscono.

Ieri con mia madre, la grande madre, siamo andate a fare i regali di Natale. All’improvviso mi sono sentita come il bambino che diventa adulto. Cercate di ricordarvi: il momento in cui avete capito di essere grandi è stato quando al posto di quell’astronave scintillante pronta a partire per gli spazi infiniti, vi siete resi conto di avere in mano un pezzo di latta o di plastica o quello che è. Ieri all’improvviso ho visto intorno a me solo stracci, stracci e stracci.

Avevano ragione i nostri vecchi a dire che bisognava avere pochi capi ma di alta qualità. Veramente lo diceva sempre Stelio.

Bisogna amare con qualità, creare spazi appositi per farlo e non chiedere all’amore quello che non può dare, diceva Tenco.

Bisogna mangiare con qualità, creare appositi spazi per farlo per bene con cose buone.

Bisogna viaggiare con parsimonia e visitare solo luoghi belli.

Scegliere i giusti film

Dosare le forze al lavoro

Tornare a casa la sera quando fa freddo

Leggere dei buoni libri.

Sì. sì: ho 50 anni.

E non voglio morire.

Il Paese, il Limes, la bellezza


Spesso ho pensato all’Italia come a un limes: basta inquadrarla geograficamente, magari dall’alto, da un satellite o su un vecchio mappamondo azzurro, in qualche vecchia scuola con qualche vecchio banco. Quelli che avevano i buchi per il calamaio.

Basta conoscere l’Appennino per capire il senso del limes. È così difficile varcarlo coi pensieri e con le opinioni. L’Adriatico non è il Tirreno, la Toscana non sono le Marche.

E c’è chi sta in mezzo.

E poi l’Italia è un limes umano.

Esiste un mondo orribile nel nostro Paese. Quello dell’ignoranza, dell’analfabetismo di ritorno, del consumo perverso, delle violenze negli stadi, delle pasticche nei locali, della musica mainstream, dei centri commerciali di domenica, dei film stupidi e misogini, della televisione aberrante di “uomini e donne”, della corruzione, del malgoverno, del ladrocinio, dell’evasione, della mafia, della collusione, della speculazione edilizia, del massacro idrogeologico, del caporalato nei campi di pomodori, dell’odio, del razzismo, del machismo, della violenza.

Ed esiste un mondo invece meraviglioso. Quello dei volontari che si riuniscono in consorzio per restaurare una vecchia chiesa millenaria, con i suoi affreschi antichi e la sua vista mozzafiato; quello di Antonio, volontario anche lui, che cura quel pino e quella quercia in un orto botanico nascosto in un bosco e lo fa con la sua voce pacata, i suoi occhi azzurri, la sua sottile ironia; quello dove la ricchezza non è repellente ma frutto di un lavoro appassionato, ordinato, pulito, fatto di cose buone, come accade con certi produttori di vino o di altre eccellenze enogastronomiche. Esiste un mondo di ragazzi che tirano con l’arco e che portano la propria bellezza naturale aggraziando scuole e luoghi di lavoro, senza voler per forza diventare sciocche e incapaci Starlette o ottusi tronisti. Esiste un mondo dove si fa arte e musica, si costruiscono zappe e si prepara un fiordilatte con amore, dove si coccola una prima zagara spuntata fuori stagione, dove si sceglie di produrre ancora carta raffinata immersa tra i petali di fiori; esiste un mondo di signori che fanno il baciamano e lavorano ancora con cortesia, attenzione, dedizione.

Nella vita ho conosciuto tante persone. Molte sono ancora mie amiche. Sto facendo un lavoro in questo periodo che me ne ha mostrate tante altre meravigliose nel giro di sole tre settimane.

Ci si abitua a tutto. Ho dato per scontato per 33 anni quel Pantheon la cui cupola mi addolciva l’avvio della giornata.

Ma se facilmente si possono dare per scontati i luoghi – malgrado la tanta bellezza che ancora ci circonda e ci toglie il fiato –  mai si possono dare per scontate le persone.

Non so perché i media abbiano scelto di raccontare soprattutto e solo il male. Al punto da convincerci tutti che c’è solo orrore in questo nostro mondo e che ogni speranza va perciò abbandonata.

Io so solo che invece solo la bellezza ci salverà. L’ho sempre pensato. Lo penserò per sempre.

La continuerò a cercare, al di là del Limes.

Radio che follia


Quando nel 2000 Emilia mi telefonò formalmente per il mio primo contratto Rai ero emozionata e piena di aspettative.

Stelio diceva che era il mio e mi dava tante dritte.

Sono successe tante cose su questo corridoio che sbuca all’Audioteca. Ho ascoltato ore e ore di registrazioni, ho selezionato, analizzato, tagliato, ritrovato, catalogato, raccontato, scritto, parlato, immaginato.

Musica, suono, parole. La Radio è per me l’immagine più riuscita di quello che è l’anima così come ce la rappresentiamo.

In fondo noi non ci vediamo, ma ci sentiamo in qualche maniera distorta e a volte anche con qualche gracchio di troppo.

Pur avendo avuto un rapporto con i media sempre molto indipendente, ho amato molto la Radio.

Mi è stata di conforto, di aiuto, di insegnamento. Mi ha coccolato.

E qua ho incontrato amici, maestri, dolori, intensità.

Sono stati diciassette anni di grande amore.

Ora il distacco. Si chiama proprio così in azienda. E proprio di questo si tratta. Mi distacco fino alla fine di giugno. Poi si vedrà. Un po’ come le pause di riflessione degli amanti stanchi.

Vado a lavorare in Tv. Sarò spesso in viaggio. Mi occuperò di tutt’altro. Almeno per un po’.

Giusto il tempo di capire in che direzione mandare il cuore.

E la Radio?

La radio canta.

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