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Comodi e scomodi


Comodissimo prendere la proprio realtà e sistemarla intorno ad una finzione. Ad eliminare il non visto che ci urla dentro. Comodo far sparire i rumori molesti degli sbagli, delle cattiverie che non dovevamo fare, della coscienza che ci dice: così non vorresti fosse fatto a te.

Comodo è poi dare la colpa agli altri, individuare un nemico purché sia e farla pagare ad amici conoscenti amanti figli perché non ci riconosciamo allo specchio.

Comodo quando ci mascheriamo, barba, baffi finti, smussiamo gli angoli, lecchiamo ferite (non solo quelle a volta), raccontiamo favole storte. A noi stessi e agli altri.

Comodo diffamare, molestare, incespicare sui nostri dolori, attribuirli alla mala sorte, agli altri. Faceva caldo faceva freddo non ero io o era un parente lontano che mi somiglia ma solo di profilo.

Scomodo è chiamare le cose col loro nome, il dolore soprattutto.

Scomodo smettere di autocommiserarci.

Scomodo ammettere di aver sbagliato.

Scomodo dirlo ad alta voce.

Scomodo interrogarsi sul perché delle nostre azioni.

Scomodo indagare sugli angoli polverosi della coscienza, quelli che copri col tappeto ma che sai che ti aspettano col folletto da una vita.

Allora perché ho scelto di essere scomoda? chi me lo fa fare?

Perché mi chiedo, i comodi non si rompono i coglioni a guardare invecchiare la stessa immagine di sé?

A stare lì, sicuri e tetragoni nella loro espressione fissa di giusti infallibili e quando fallibili perché perseguitati?

Io mi annoio.

E per dirla con Pasolini (che il Poeta mi perdoni)

“Pari, sempre pari con l’inespresso all’origine di quello che io sono”

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Sì Viaggiare


Quando qualcuno mi chiede: “come stai?” Io non riesco mai bene a spiegare. Non basta dire bene a volte. Soprattutto dopo aver attraversato la fatica e la complessità degli ultimi due anni della mia vita. Ero così stanca dagli strappi al motore, dal filtro intasato, che non riuscivo più nemmeno a sentire nulla. Ero lì imbambolata come il pugile al tappeto. Una volta – ricordo che era in gennaio – lo dissi alla persona con cui mi accompagnavo in quel periodo, cercando quell’aiuto che non sapeva darmi evidentemente.

E mi rispose: “e perché lo dici a me?”

Lo racconto serenamente. Anche perché questo non è un post sentimentale ma esistenziale. Parla di vita nel suo insieme. Quando finii al pronto soccorso con 200 di pressione e mi hanno portato a fare la tac in testa mi ricordo di aver pensato: se la sfango e non ho un ictus in corso, da domani cambia tutto. E così è stato. Ma quando cambi tutto, rimetti anche tutto in discussione. Diminuisci, diminuisci, diminuisci: cose, situazioni, persone. Cibo.

Tutto cambia. Alla fine gli dai un nome a tutto questo: è la crisi di mezza età. A chi tocca ‘n se ‘ngrugna.

Tocca a tutti.

Non accetti il fisico che cambia il cibo che non puoi mangiare i capelli che non stanno più in nessun modo e meno male che li copri di colore i tuoi meravigliosi capelli neri, che erano la tua forza e la tua bellezza come diceva Claudia, perché ora sono tutti inesorabilmente bianchi. Un bianco bello e lucido come quello di Nonno Giulio. Ma sempre bianchi sono. E allora la verità è che nessuno accetta di dover attraversare quella porta che ti fa andare di là, mentre i tuoi ormoni impazziscono.

Per questo stai male.

E diventi piagnona.

A un certo punto però succede qualcosa.

Dopo tutta quella fatica quella porta la traversi e ti accorgi che è tutto più bello e sereno. L’ansia sparisce. Le paure vanno e vengono. Ti arrabbi e ci resti male lo stesso ma ti dura il battito di una ciglia. Segui la linea di minore resistenza e non eviti le buche più dure solo perché vivi a Roma. Ma a me che me frega? Io manco guido.

Scopri che non hai bisogno della blefaro plastica (si chiama così?) perché l’hai fatta al cuore. È il cuore ora a sembrare più giovane.

E tu riprendi a viaggiare dolcemente senza strappi al motore.

E quindi stamani ho pensato che questa canzone mi rappresenta alla perfezione. In ogni suo passaggio. E: attenzione! non solo per le parole, ma anche per l’intro musicale e il darondiro centrale. Quello soprattutto.

Ve lo consiglio!

P.S. Per i capelli ho risolto così: li faccio più corti così quando li asciugo da me restano gonfi e vaporosi. Basta poco. Che ce vò?

Sette e quaranta


Questo divertente fatto che ho un treno che parte alle sette e quaranta…

Pensavo alla canzone. Cosa racconta la canzone? Di uno psicopatico che caccia da casa la compagna (mi sa che stanno in vacanza o hanno due case vaacapì) e la mette su un treno. A parte che lei poteva reagire e dirgli: “a nenooo ma vattene te io me vado a fa na birra… “ ma si sa che le canzoni sono maschiliste.

Dopo di che sto disturbato mentale dopo due minuti ci ripensa e invece di fare quello che avrebbe dovuto fare e cioè andare con la macchina alla stazione successiva (“molta più gente di quando partiva”… ah no quella è un’altra canzone) piglia un aereo per arrivare prima e farsi trovare a casa in anticipo così lei lo trova. E in valigia ci mette pure un fiore (tirchio: prendi almeno un mazzo) così sai come lo ritira fuori? Vabbè gli uomini non sono pratici.

Io mi sono sempre chiesta lei come l’abbia presa.

Perché il punto è lì. Lei ha reagito come in una trasmissione televisiva di canale cinque? DI Maria? Ha aperto o chiuso la busta?

L’amore ha bisogno di platee di scritte sui muri di proclami di scene madri? Sì ti odio no ti amo?

Sei una brutta persona, sei una zoccola sei un demente sei un porco un ricchione e poi dopo due ore: amore mio dolcissimo non ho amato altri che te?

Davvero questo è amore amore quello vero? (Un’altra canzone ancora)

Quando ero adolescente e molto giovane – età in cui certe cose succedono di più perché si è giovani insicuri con gli ormoni a palla – diffidavo delle scene madri tra fidanzati. Alla mia epoca andavano le fedine (ohibò) e i peluche con scritto ti amo e poi liti furibonde perché uno aveva scambiato una penna col compagno di banco.

Io queste cose le ho sempre odiate. Odiavo pure quelli dei collettivi politici. Andavi a discutere con loro e parlavano per slogan. Poi lo vedi che Facebook non si è inventato niente?

Sono sempre quindi forse stata poco appassionata. Troppo razionale.

Probabile.

Però io penso che se non esiste il rispetto e la capacità VERA di chiedere scusa assumendosi la responsabilità delle proprie azioni e che a ogni azione corrisponde reazione allora non esiste amore.

Il perdono è importante ma uno che ti offende poi non può venire a dettare anche i tempi e i modi del tuo perdono come il protagonista di sette e quaranta.

Una volta mi è capitato, un po’ di tempo fa (ma comunque dopo la morte di Stelio e in epoca di telefonini) di avere una relazione con un tale che ogni volta che partivo (e come ora succedeva spesso) sembrava sempre contento. Poi però per una ragione o un’altra riusciva sempre a intossicarmi il viaggio. Di solito al ritorno. Le mie amiche con cui magari partivo restavano basìte e mi dicevano: mollalo. Io però poi trovavo giustificazioni. Comunque una volta superò se stesso. Per messaggio senza una ragione apparente (i miei messaggi erano innocui e stavamo cercando di accordarci per vederci il

Giorno dopo) mi imbruttì prendendomi a cattive parole e dicendomi che era tutto finito e poi delirò con frasi del tipo: ti libero di me eccetera. Io raramente mi sono incazzata tanto. Pareva un libro di Kafka. Dopo manco due ore passo indietro: dopo l’insulto gratuito il grande amore. Io gli dissi che il grande amore se lo poteva incartare e mettere in saccoccia. E lui: io lo so che la tua testa parla così e non il tuo cuore. E io: no guarda non so’ mai annati tanto d’accordo. Poi mi fa: va bene; io ti aspetterò domani mattina alle dieci in un posto (che ora non dirò) e se ci sarai bene sennò me ne farò una ragione.

Nun venì

Io verrò ma tu fai quello che vorrai

Lassa perde nun venì

Verrò

Nun venì

Verrò

E vabbè fa come te pare.

Me sta ancora a aspettà.

Presto prestoooo presto prestoooo presto presto

Vaiiiiiiiiiii

🤪

LUCIDA FOLLIA


Non trovo più quelle parole che ho trovato per anni in questi anni senza Stelio che è stato come è stato trovare una nuova voce dei nuovi occhi

Vedevo cose le trasformavo le dipingevo le immaginavo

Ora sono stanca e torno a vedere la punta dei miei piedi.

Però sono belli i miei piedi specie quando ci metto lo smalto e uso sandali colorati. Camminano bene e sulla strada risaltano.

Ho simpatia per le mie estremità. Dal ginocchio in giù dal gomito in giù.

Esistono il pensiero l’azione l’ingiustizia e la stupidità.

E anche certe paure e certe solitudini inaspettate.

Poi però ci sta mamma quando ride di se stessa e Mauro e Leonardo e poi Giorgio e i suoi progetti.

Io non so dove mi colloco però ho degli anelli da urlo e ora comincio anche ad avere una collezione di bracciali che sono davvero chic.

Anche sulle borse, amici, beh, ho molto da dire.

Ogni tanto mi esce una lacrima poi mi metto a scrivere a condividere

La solitudine dicevo

Quella che mi faceva attraversare carponi i corridoi che avrò avuto un anno forse ma io me lo ricordo magari era anche meno.

Mi manca quel corridoio con quella mattonella per sempre rotta davanti camera di mamma e la pendola che aveva comprato papà anche se non serviva a molto

Che il tempo non serve a molto se non a farci sentire vecchi e male e arrabbiati

Ci sono dei giorni come questa notte in cui tutte le cicatrici dell’anima pulsano e fanno male

Fanno una curiosa geografia, mari fiumi montagne e piccoli avvallamenti

Si arrossano ogni tanto.

Non li controllo più molto e poi ho fame.

Sono nata sola ma mi piace. Essere soli è una bella condizione dell’anima anche quando sei confusa e scopri cose nuove

Come l’impossibilità del perdono a chi fa male

Agli stupidi

Ai crudeli

Ai razzisti

Ai menefreghisti

Agli ipocriti.

Mi vesto di nero perché l’anima è punk ma mi circondo da sempre di colori. Ora intorno a me vedo il giallo il verde l’arancione il rosa e il mix di frutta secca.

Non sto molto bene ragazzi. E saprei anche attribuire a misura le responsabilità.

E poi all’improvviso mi sento felice come non mai.

Come quando da ragazza mi mettevo seduta sul muretto di casa a Sant’Angelo e mi fissavo a guardare la macchia.

Tra il verde meraviglioso della mia montagna c’era un vuoto, un nero, una non macchia. E dentro quattro alberi.

La macchia ha richiuso il buco intanto.

Ma io continuo a sentirlo nel cuore: non fa male: è da dove respiro la vita ogni giorno, è lo sguardo al futuro, alla speranza

Al gioco

Ai miei piedi laccati.

Piergiò t’ho da dì un par de cose


Non ho un altro modo io per esprimermi che non sia la scrittura.

In questo vortice grande di confusione oggi solo il tuo viso mi gira dentro, dentro al centro del cuore; grande Piergiorgio, amico mio, così enorme in ogni espressione: nel riso, nella simpatia, nei momenti in cui l’uomo nero la faceva da padrone, nella forza assoluta del suono inconfondibile della tua chitarra.

Lo scorso anno mi hai fatto l’onore di accompagnarmi con la chitarra mentre facevo lezione con Alessandra.

Tu non lo sai, ma è stato importante per me. Lo sai perché?

Perché me so’ sentita abbracciata.

Questo so di te: che quando ti vedevo mi sentivo abbracciata.

Mi sentivo abbracciata forte.

Ci sono delle anime che ci vengono a far visita a noi che viaggiamo sempre su questa terra, a volte con fatica, altre con gioia, ma sempre qui, ad altezza prato, asfalto, margherite e sterco.

E poi ci sono quelle anime bellissime, che le vedi dialogare con un altro pezzo di mondo che non ci appartiene; le vedi avere fretta di concludere, fare, andare, tornare, consumare, abbracciare, amare, ridere, giocare.

Io le chiamo anime di passaggio. Ne ho conosciuta più di una. Per esempio mio padre era un’anima di passaggio.

E lo eri anche tu Piergiò!

Però te lo voijo dì: niente come  ‘na foija bella, colorata, sfacciata, sfrontata, che te fa le smorfie mentre svolazza intorno a un albero, te po’ dà de più a sto mondo.

E io te porterò con me come quella foglia tra un libro, anzi, dentro a un vinile de rock americano – che a te te piaceva duro eh – ma sappi che è una foglia che non ingiallirà mai.

Piergiorgio.

Amico mio.

Nun je da’ retta, Roma!


Di chi è la colpa? Questo è il grido di tutti noi. La città è ai minimi storici, ma le persone litigano… è colpa della Raggi, no di Marino, no di Renzi, no di Alemanno, e allora Veltroni? No no Rutelli, Signorello, Ernesto Nathan, quel cazzo di Giulio Cesare.

Con Petroselli nessuno s’azzarda.

A me non importa più di chi sia la colpa; a me importa che la città si allaghi, si aprano le voragini, cadano pezzi di mura aureliane, i cassonetti, tutti, trabocchino, ci sia puzza ovunque, i bus non passino, e se passano puzzino anche loro, siano rotti, siano sporchi, le porte non si aprano.

Quando va bene,

perché quando va male

i bus esplodono.

Non esistono orari certezze, senso. Vogliono chiudere l’Angelo Mai, vogliono chiudere la Casa Internazionale delle donne, il Teatro Valle è morto lì.

Non riusciamo a fare neanche un albero di Natale decente.

Chiudono negozi, muoiono i vecchi esercizi, è tutto un magna magna, si aprono ovunque bar di camorristi, posti dove si gioca d’azzardo, tutte le stazioni sono fatiscenti, ci dormono i poveracci.

Eppure tu, Roma bella, nun je dà retta.

Sei la più bella, colorata anche quando piove, sei tiepida come un abbraccio amico, sei stellata sotto al Circo Massimo e piena di margherite a maggio.

Le ville sono rigogliose di verde e di speranza, i bambini giocano ancora, e ridono.

Non je dà retta Roma: prima o poi – lo sai bene – passa.

E attappete er naso.

La barca


La barca va,non dondola adesso. L’acqua è tranquilla ma la barca, lentamente va. Il vento accompagna e lo stomaco tace.

Non ci sono falle, non ci sono toppe. Forse è un po’ consumata. Ma l’odore del legno è vero, presente, intenso. E rassicura.

Io non ho paura. Il cuore è più limpido adesso. So bene come ama. Cosa desidera. Dove si ferma.

Non mi manca nulla. Ho cibo, da coprirmi, da prendere il sole.

E non sono mai sola. Perché so dove andare e so pure che ad ogni riva qualcuno mi aspetta.

Ognuno è nato a modo suo. Il mio è questo. Insieme eppure da sola. Nervosa eppure rappacificata.

A volte sono severa, ma il mondo mi interessa, gli altri mi piacciono. Adoro le storie e chi me le racconta.

La barca prosegue il viaggio.

A un certo punto si fermerà da qualche parte.

Ma che importanza ha ora?

Vorrei dirlo a chi si ostina a cercare nemici, a dare giudizi, a supporre, a tradire, a offendere e a non capire.

Vorrei dirlo a chi fa dispetti da comare, a chi vive i sentimenti come un adolescente coi brufoli.

Vorrei dirlo anche a chi dimentica che la vita è più semplice di così.

Tra le tante fatiche bisogna sempre ricordare che il silenzio è perdente e che la musica è vita. Anche quella delle parole. Bisogna saperla suonare. Bisogna saperla ascoltare.

E bisogna sempre, quando si prende il mare,

saperla cantare.

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