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Il maiale di Giovanna


Nessuno probabilmente tra Castello di Tora e Colle di Tora ha mai saputo cosa pensasse il maiale di Giovanna.

Fatto sta che le vicende legate al Lago del Turano sono interessanti.

Ogni tanto in Italia qualcuno – nel secolo scorso – si alzava molto presto e decideva: “ci serve tanta ma tanta energia elettrica, POFFERBACCO!”

E costruiva centrali e dighe. Per fortuna non sempre le dighe si costruivano in luoghi inadatti comequella del disastro del Vajont.

Per esempio quella che ha poi formato il lago del Turano (e pure un altro lago ma noi oggi parliamo di questo) ha addirittura addolcito il clima e creato un nuovo habitat per flora fauna e cristianetti. Tranne per quelli che abitavano naturalmente nel villaggio ormai sommerso.

Ma – almeno così dicono le cronache – li dovrebbero aver avvertiti prima e la loro sorte deve essere stata più banale di quella degli abitanti di Atlantide: hanno fondato un nuovo villaggio, nuove pietre, nuove chiese, nuovi cimiteri, nuovi camini che fan fumo.

Ma sia come sia, nulla avrebbe mai smosso Giovanna e il suo maiale. E se il maiale fosse o meno d’accordo nessuno può aver l’ardire di testimoniare.

C’era un villaggio anche sopra ad un monticello, infatti, perché una volta per proteggersi dai briganti e dai lanzichenecchi bisognava poter veder dall’alto e poi tirar le pietre.

Però quando l’acqua arrivò a valle tutti si sa che preferirono le comodità. L’acqua corrente poi non ha prezzo. Prova un po’ tutti i giorni a incollarti l’acqua da basso e farti quella salita un po’?

Io l’ho fatta. Niente di che ma mi ha straccato, come direbbero dalle parti del paese di mio nonno. E non ci avevo mica brocche. Al massimo una bottiglietta da mezzo litro. Naturale e liscia, grazie.

Figuriamoci Giovanna col maiale. Ma lei non se ne voleva mica andare da sopra la montagna. Lei e il maiale. E che avrà pensato mai quel maiale nessuno veramente lo sa.

Poi ci fu la guerra. E poi l’emigrazione. E tutti scendevano a valle. Uno per volta. Alla fine erano rimasti in due sul monticello. C’era un altro signore di cui si è perso il nome e poi Giovanna col maiale.

Ma dopo la guerra anche l’altro s’arrese. Comodità, acqua corrente.

E Giovanna col maiale rimase da sola, a controllare il lago, Atlantide e le siccità.

Alla fine a Dio non rimase altra scelta.

Un mattino di pioggia, tipo quella che ha allagato il Colosseo ieri l’altro, Gesù tirò giù un bel fulmine dal cielo. Di quelli che tagliano in due i pini secolari.

E zacchete! Prese insieme Giovanna col maiale.

E il maiale grugnì.

 

Ed è una storia vera.

Grunf.

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Fiori e frutti


Scherzando sul bel cappello di Lucia in partenza per qualche giorno verso una meritata vacanza, mi è venuto da pensare che in effetti quando si parte per una qualsiasi avventura è necessario avere sul cappello il fiore adeguato.

Sembra una faccenda tutta al femminile, ma è una convenzione. Anche un uomo quando parte deve portar con sé il giusto fiore.

Poi però c’è anche la frutta. Che stimola oltre all’olfatto e alla vista anche il gusto.

Leggevo un libro qualche tempo fa che invitava a simulare visioni diverse su se stessi. Pensarci belli invece che brutti, associare all’idea di noi stessi un’immagine che ci faccia stare bene.

Potrebbe essere un vecchio vestito che ci piaceva tanto quando eravamo magri e in forma, oppure Trilly che con la bacchetta magica vola circondata da tante stelline.

Potremmo immaginarci pesche tabacchiere, che sono così buone e dolci e ne mangi in quantità.

Oppure potremmo pensarci semplicemente in una grande casa, con l’aria condizionata, un personal trainer, una vista sul mare.

Eppure io, quando penso a me, immagino sempre di essere un frutto con cui ho avuto solo rari incontri nella vita. Siamo conoscenti, ma non abbiamo mai approfondito il rapporto.

Uno di quei frutti che sono un po’ come quei gioielli meravigliosi che non sono stati costruiti per il tuo collo, per capirci.

Uno di quei frutti che devi sapere come utilizzare. Ed io in defintiva non lo so.

Quando mi fermo a cercare una immagine che vorrei mi rappresentasse fino in fondo, immediatamente davanti a me appare un melograno.

Un sano. E rosso.

Melograno.

Chissà perché…

Pep, le arance, i miei dieci anni e me


Oggi Peppe Voltarelli ha fatto un post su Facebook per ricordare i suoi dieci anni di carriera dal suo primo disco da solo, senza il Parto delle Nuvole pesanti.

Dieci anni, proprio dieci anni fa ci siamo conosciuti con Pep, con la sua scrittura senza punti e senza virgole, il suo piccolo fagotto sulla spalla di personaggio da film muto americano. Che non può guardarsi indietro troppo spesso.

Però oggi l’ha fatto, e chissà perché? Magari si sente un po’ più sedentario, un po’ più invecchiato.

Quando l’ho conosciuto, proprio dieci anni fa, lui era inquieto, strano, insolente eppure dolcissimo. Io invece ero una fresca vedovella, intenta a raccogliere i cocci e a far finta di essere sana.

Ma non lo ero affatto. E lui se ne accorse abbastanza presto.

Mi ricordo ridendo di quando mi disse “testa di cazzo” e di quando siamo andati al Puff e ridevamo senza poter smettere e non certo per lo spettacolo. Per non parlare poi di quella volta che ascoltando un provino di un ragazzetto giovine, gli disse: “Beh, innanzitutto comincerei con l’accordare la chitarra”. Una volta con Pep di notte andammo in un locale dove c’era gente anche un po’ equivoca, in centro. E c’era il karaoke. Allora ci mettemmo a cantare, soprattutto Lucio Battisti. E uno si avvicinò pensando di fargli un grande complimento e gli disse: “Lo sai che la tua voce non è niente male?” e Pep gli rispose un grazie come se fosse la prima volta che prendeva un microfono in mano.

Che ridere e che piangere.

Se Pep ha preso in mano questi dieci anni, non potevo non farlo io che la cifra l’ho fatta tonda per ragioni anagrafiche. Oggi ci ho pensato eccome a questi dieci anni da quando Stelio se ne è andato.

Non penso proprio che siano volati. Li sento tutti. Sento ancora quella paura di dormire con la luce spenta dopo quella morte e poi ricordo di aver spento la luce in stanza e lasciato la lampada sul comodino. E dopo un po’ ho lasciato accesa la luce nella camera da pranzo. E poi l’ho spenta e ho acceso quella del soppalchino.  Infine ho spento tutto ma non ho mai più chiuso le serrande.

Penso a quella luce che non si spegneva mai neanche quando spingevo l’interruttore, e continuava a vivere di vita proprio. E penso a quelle arance regalate da Peppe e poi da Carlo e infine da Ciro. E ai mandarini in fiore. Alle Nine di Raffaella. A quanto avevano ragione lei e Chiara a dire che quell’inizio dello spettacolo andava tagliato e chissà perché mi ero tanto impuntata. Mi ricordo i complimenti di Andrea e di Ulderico, le parole accorate di Clotilde quando lesse il testo. Ricordo tutti quelli che mi hanno aiutato, che ci hanno aiutato.

Penso a quell’amore che mi ha affettato in piccole porzioni il cuore e a quella causa di lavoro che mi ha devastato l’anima.

Ma penso anche all’incontro con Guido Bulla, ai suoi consigli da scrittore, alla mia voglia di vivere in punta di penna, al Premio Tenco dove tornare era sempre una festa e che tanto mi ha dato in termini di crescita professionale.

Penso a Parigi, al Tour de France. Ai disegni sulla sabbia di Licio. A quanto mi hanno dato Timi e Andrea. E i Tetes de bois tutti.

E l’amicizia con Marie, per non dire di Ilaria e di quella volta che mi sono trovata a dormire nella sua stanza e mi dicevo: sto dormendo nella stanza di Ilaria; oddio, allora non era solo una vignetta. Esiste veramente Ilaria.

La mia testa è un calderone, di conoscenze, brutte esperienze, incontri straordinari, amori, dolori, scoperte.

Di crescita soprattutto.

Guardavo Jamil ieri sera e pensavo a quanto la vita ci ha cambiato, da quando lui è venuto a Roma per essere il mio fratellone arabo. Erano gli anni Ottanta.

Siamo cambiati eccome. Però ci piace ancora mangiare.

È tutto dentro. Io ci sono. Sono inquieta. A volte mi sento persa. Ma sono sempre in costruzione. Nell’assenza e nella presenza.

Dieci anni e tutto è cambiato, nelle prospettive, nel sentire, in quello che sono io, in come mi vedono gli altri. In quello che so fare.

Eppure eccomi. Mi riconosco proprio eh.

Chissà perché.

Chissà che cosa pensa Pep (di sé)

Tenco, Targhe, Ammonizioni e Arche di Noè


QUESTO NON È UN POST ABITUALE DI QUESTO BLOG MA UN ARTICOLO RELATIVO ALLE VICENDE DEL CLUB TENCO E DELLE TARGHE TENCO. SCONSIGLIO LA LETTURA A CHI NON SI OCCUPA DI MUSICA D’AUTORE. CONSIGLIO PERO’ LA LETTURA A CHI AMA LA LIBERTÀ D’OPINIONE.

 

Ho deciso di scrivere un pezzo sulle ultime votazioni delle Targhe Tenco spinta da alcune opinioni che ho letto in giro per il web in queste settimane. Ho scelto di farlo ora perché non volevo influenzare né positivamente né negativamente le votazioni in corso con la mia penna proletaria. Ho voluto poi aspettare l’assemblea annuale del Club che si è tenuta ieri a Sanremo con esiti purtroppo gravissimi.

Già da qualche settimana – dopo essermi dimessa dalla giuria delle Targhe – avevo deciso di dimettermi anche da socia. O meglio, avevo deciso che mi sarei dimessa nel caso in cui nell’assemblea di ieri fosse stata approvata una modifica del regolamento che avevo trovato inaccettabile. Non degna di un’associazione di intellettuali e di appassionati di musica e bellezza.

Questo è il passaggio incriminato, che purtroppo è stato approvato dai presenti all’assemblea:

“è compito del Consiglio Direttivo, qualora un socio non mantenga un comportamento eticamente corretto verso il Club o i suoi associati, rendendo pubbliche affermazioni lesive per il Club o per i suoi membri, con qualsivoglia formato, su qualunque supporto, attraverso qualsiasi canale e/o piattaforma distributiva, organi di stampa, social network, ed ogni altro tipo di mezzo di comunicazione ivi compresa la mailing list dei soci, provvedere ad ammonimento ufficiale e in caso di reiterazione alla sua espulsione dal Club sempre ai sensi dell’art. 5 del vigente Statuto.”

In poche parole, in un club dove militano molti giornalisti e critici musicali e esperti di comunicazione, viene imposto il silenzio assoluto in nome di una correttezza etica stabilita proprio dall’organo su cui evidentemente si potrebbe non essere d’accordo.

L’aumm aumm, i panni sporchi si lavano in casa per non parlar di riferimenti storici ben precisi non appartengono alla mia cultura.

Nessuno può vigilare sulla mia correttezza morale, tranne me stessa e il codice etico dell’azienda in cui lavoro, che mi dà lo stipendio e dove sindacati interni ed esterni possono tutelarmi ogni momento.

Non lo accetto da un’associazione dove mi sono iscritta per piacere e dove ho portato nel mio piccolo tutto quello che ho potuto e saputo dare. E dove fino a ieri era possibile esprimere dissenso sia dentro che fuori.

Ieri è stata consegnata una lettera che chiedeva le dimissioni dell’attuale direttivo motivandola in vari punti. La lettera era firmata da 50 persone, cioè circa un terzo dei soci. La lettera era indirizzata anche all’opinione pubblica perché in questi mesi nessuna delle domande fatte all’attuale direttivo ha mai ricevuto una risposta, di nessuna natura. Né quelle sollevate da Enrico de Angelis all’atto delle sue dimissioni, né quelle successive accolte malamente nella mailing list dei soci (che è stata chiusa, in modo da non permettere discussioni). Dicono che non abbiamo accettato un confronto presentandoci all’assemblea. Ma dimenticano che noi eravamo tutti – e anche di più – all’assemblea straordinaria indetta per parlare proprio di queste cose, in febbraio. E avevamo chiesto di farla non a Sanremo per far partecipare più persone possibili. Abbiamo affrontato una spesa anche ingente. Questa volta, a fronte del muro di gomma, abbiamo scelto una via più semplice.

E siamo stati tutti “ammoniti” e minacciati di espulsione.

Io non riconosco la validità di questo tribunale. E mi sono dimessa. E non sono la sola.

Uno dei punti della lettera era proprio relativo alle Targhe. Il Direttivo conosce già la mia posizione perché il mio punto di vista glielo ho comunicato con una lunga lettera e prima che succedesse tutto questo.

Ora è il caso che anche artisti e colleghi conoscano queste motivazioni.

Al primo turno ha votato poco più del 50 per cento dei giurati. La giuria è stata formata negli anni da Enrico de Angelis, Enrico Deregibus e Annino La Posta. Sono andati a cercare tutti quelli che si occupano di musica, di tutta la musica. È una giuria altamente rappresentativa.

I vincitori di quest’anno sono di tutto rispetto. Anche io penso che avrei votato Lolli, avrei votato (soprattutto) Canio Loguercio e Alessandro D’Alessandro (che hanno fatto uno dei dischi più belli realizzati negli ultimi anni) e forse avrei votato Ginevra di Marco. Ma anche gli altri andavano benissimo.

Ed è altamente probabile che avrebbero comunque vinto anche con l’altro 50% di voti mancanti. Anzi, ne sono sicura al cento per cento. E poi io sono fermamente convinta che chi non partecipa si autoesclude e conta chi invece partecipa.

Ma la scelta dell’Aventino non nasceva per contestare questo.

Oltre ad una presa di posizione per la deriva del Club (scelta che non avrebbe richiesto spiegazioni), questa scelta è nata anche per RISPETTO DEGLI ARTISTI.

Chi ha votato seppur in polemica con l’attuale indirizzo del Club, ci ha tenuto a ribadire che lo faceva PER RISPETTO DEGLI ARTISTI.

Io PURE.

Sapete perché? Perché quest’anno la votazione è stata anticipata di 4 mesi, perché il Direttivo aveva bisogno dei nomi per comunicare prima la notizia e vendere più biglietti.

Io non mi formalizzo per questo, ma per ottenere questo scopo si poteva fare altrimenti, anche saltare un giro e invece di votare su 10 mesi si poteva votare più avanti per 15. È solo un esempio delle tante soluzioni che potevano trovarsi. Hanno scelto la peggiore.

Questa scelta ha impedito infatti la formazione di una commissione che, come nei tre anni precedenti, ascoltasse e facesse una prima scrematura. La Commissione era molto utile però si poteva anche abolire. Per carità. Ma nel poco tempo dato, senza aver soprattutto dato comunicazione agli artisti – come negli anni precedenti – che era attivo un forum dove mandare i dischi, a questo forum che funzionava malissimo e dove non si capiva nulla, sono arrivati tipo 150 dischi.

Io ho fatto parte di quella commissione ora abolita per tre anni e in quella commissione di dischi ne arrivavano più di 500 all’anno.

Ecco, io sono sicura che quelli che hanno vinto avrebbero vinto lo stesso. Ma le Targhe non servono solo ai 5 vincitori. Servono soprattutto per consentire agli addetti ai lavori di ascoltare artisti che mai avrebbero la stessa possibilità.

Ecco. Avete fatto bene a votare per rispetto dei 150 che hanno mandato i dischi. Dico davvero: avete fatto bene e lo capisco perfettamente.

Però io non ho votato PER RISPETTO degli altri 350 che nessuno forse ascolterà mai.

Tutto qua.

Ad ogni modo – e penso che su questo saremo d’accordo noi che ci siamo posti un problema a cui abbiamo scelto di dare una soluzione diversa – a perdere in questa vicenda non sono gli artisti e non siamo noi, ma il Club e la sua pessima gestione.

Lo ribadisco: pessima. Ve lo ridico: pessima.

Non resta che andarsene lontano.

Partirà la nave partirà, dove arriverà questo non si sa…

Scrivi ragazza, scrivi


Scrivi ragazza, scrivi, del tempo, dello spazio, del mondo, dei ragazzi come te, di quelli diversi da te, del bianco, del nero, della luce che passa dalla finestra, la tua, la sua, quella del cielo.

Scrivi ragazza, scrivi, della musica, della vita, di Picasso e Caravaggio, della morte, dell’amore, dei saluti che non sono arrivati, di quelli che sono tornati.

Scrivi ragazza, scrivi, dell’arte, del pensiero, dei delusi, degli illusi, dei sospiri, dei lamenti, delle risa, della gioia.

Scrivi ragazza, scrivi, delle piume che cadono dal cielo, del polline in primavera, del sole a picco d’estate, della città, dei luoghi del cuore, dell’andata, del ritorno.

Scrivi ragazza, scrivi, del lavoro, dei viaggi, degli abbandoni, di tuo padre, di tua madre, delle immagine, della parola, dell’immenso.

Scrivi ragazza, scrivi, dell’accordo, del disaccordo, della pioggia, dei torrenti, del mare, del fiume, dell’acqua di lago.

Scrivi ragazza, scrivi, dei profumi, dei nemici, degli amici, dei pomodori freschi d’estate, delle pesche tabacchiere, dei mandarini in fiore.

Scrivi ragazza, scrivi, dei movimenti, dei tormenti, dei parenti, degli spiriti bollenti.

Scrivi ragazza, scrivi!

E così forse, chissà, non li sentirai questi 50 anni che arrivano, molesti, maldestri, insinuanti, ingannatori, bugiardi, intriganti.

E resterai la ragazza che scrive.

P.s. così mi è stato detto, ma in effetti mi sa che era più breve di così. Accontentatevi.

Viaggi guai musica arte


Quando ero adolescente non ricordo quale amica tirò fuori un libretto con versi di Dorothy Parker, in tutta la sua gaia sfrontatezza e verità.

Un piccolo componimento mi è rimasto sempre impresso: viaggi guai musica arte un bacio un vestito una rima: non ho mai detto che riempiono il cuore, ma servono a far passare il tempo.

È molto vero. Soprattutto fanno passare il tempo in maniera buona, soddisfacente, se non piena. Perché sono poche le scelte nella vita che ce la rendono piena sia nel bene che nel male. Così come sono pochi i momenti che ce la condizionano nostro malgrado.

Tutto il resto è ridere scherzare, mangiare, ingrassare dormire, ferire incassare ferire incassare come direbbe Ivano Fossati. Anzi c’è una sua canzone che mette l’ansia ma rende l’idea molto bene. Si chiama discanto. Ed è un capolavoro.

Così esistono periodi lunghi del dopo, quello che ci fa riprendere da un dolore, un lutto, una malattia, ma anche da una grande gioia.

E poi ci sono i tempi dell’attesa, quella che ci spinge ad andare avanti.

E poi ci sono i periodi in cui non ci si aspetta nulla.

Io ho sempre cercato di riempire quei tempi, come se fossero spazi.

Mi sono sempre piaciute le cose belle, la musica, il cinema, le città d’arte. Il teatro. I libri. Le amicizie, le chiacchiere con le amiche. Andare dal parrucchiere o dall’estetista. Mangiare cose buone.

Sono tempi complicati per me, per tante ragioni.

Ogni volta che parto scopro però bellezza, storie nuove, possibilità, ritorni, andate, colori, venti, mari, verdi e sfumature.

Capri, Napoli, Sorrento, Positano. Scicli, Ortigia, Ragusa e Siracusa. Modica, i suoi gatti le sue scale i suoi ‘mpanatigghi.

Le spezie, gli odori, i sapori. Le maschere i balli. Sono di nuovo in partenza, l’infinito, l’ermo colle, i progetti, le storie.

Se potessi non farei lunghi viaggi, no. Ma sarei sempre in giro per piccoli spostamenti. A scoprire nuove cose. A incontrare vecchi amici. A comprare bigiotteria che scordo. A confrontare il nord col sud.

A pensare a dove sono arrivata fino ad ora.

In attesa, arrivando da un prima. Raggiungendo quel dopo.

Ho molte storie da raccontare. Quando finirà questa attesa le racconterò. Parleranno del museo degli incurabili, dei divieti di sosta ad Ortigia, dei pensieri trasversali, della musica, del Club Tenco, degli amori passati, dei roseti, delle paure.

Intanto come avrebbe detto Fausto Mesolella: Io vado avanti.

Il nemico


Animale bipolare l’uomo, che ama amare, la folla, il condividere; e poi ha una predilezione per le regole; non si capisce perché ma a volte si dà da solo delle regole terribilmente difficili da seguire. Lo fa per il suo bene, dice, ma secondo me è perché ama le sfide.

Vuole costruire l’uomo, inventare, sperimentare, sperimentarsi, riprodurre, metterci del suo, abbellire, esagerare.

L’uomo dipinge perché altri guardino, fa musica perché altri ascoltino, costruisce perché altri abitino.

Inventa giochi per farli tutti insieme. Anzi, ha scoperto che non c’è niente di meglio e meno pericoloso del gioco con gli altri per poter vincere. E per inventarsi sempre nuove regole.

E poi l’uomo ama respirare, ama mangiare, cucinare, godere.

Ama far l’amore l’uomo.

Agli uomini piace riprodursi.

Ama raccontarsi e ama raccontare. Ama esser raccontato.

Poi all’uomo piace ascoltare.

E per fare tutte queste cose c’è bisogno degli altri, c’è bisogno di fidarsi. Di voler bene.

E sembrerebbe tutto così semplice da questo lato della luna.

Ma in quel famoso dark side of the moon

L’uomo odia.

Non si fida.

Cerca nemici.

Da uccidere in tutti i modi che può.

Violenze su violenze.

Si odia il vicino, il marito, la moglie, a volte i figli con la scusa di amarli. I compagni di scuola, i colleghi, gli amici più bravi più ricchi, più buoni. La madre, il padre poi, non ne parliamo.

Ho sempre preferito non possedere nulla e nessuno. Faccio fatica a possedere anche me stessa.

Ogni volta che una cosa è mia mi diventa difficile separarmene. Guardo con diffidenza chi la vuole solo guardare quella cosa.

Allora capisco – e lo capisco da molto tempo – che è meglio non possedere nulla e nessuno.

È più facile non aver paura. È più facile non odiare.

È più facile non uccidere.

E poi giocare, scrivere, disegnare, fare l’amore, chiacchierare, andare al cinema, ascoltare musica. Inventarsi nuove storie da raccontare.

Continuare a pensare al futuro come un campo colorato di tulipani.

E voler bene a chi amo.

So di avere dei nemici che non ho cercato. Ce li ho vicini da sola, come Betta e come Gatto e poi ce l’ho nel mondo, in quanto italiana, occidentale, donna, professionista.

Ma come diceva Boris Vian, venitemi pure a prendere, io armi non ne ho.

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