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Scrivi ragazza, scrivi


Scrivi ragazza, scrivi, del tempo, dello spazio, del mondo, dei ragazzi come te, di quelli diversi da te, del bianco, del nero, della luce che passa dalla finestra, la tua, la sua, quella del cielo.

Scrivi ragazza, scrivi, della musica, della vita, di Picasso e Caravaggio, della morte, dell’amore, dei saluti che non sono arrivati, di quelli che sono tornati.

Scrivi ragazza, scrivi, dell’arte, del pensiero, dei delusi, degli illusi, dei sospiri, dei lamenti, delle risa, della gioia.

Scrivi ragazza, scrivi, delle piume che cadono dal cielo, del polline in primavera, del sole a picco d’estate, della città, dei luoghi del cuore, dell’andata, del ritorno.

Scrivi ragazza, scrivi, del lavoro, dei viaggi, degli abbandoni, di tuo padre, di tua madre, delle immagine, della parola, dell’immenso.

Scrivi ragazza, scrivi, dell’accordo, del disaccordo, della pioggia, dei torrenti, del mare, del fiume, dell’acqua di lago.

Scrivi ragazza, scrivi, dei profumi, dei nemici, degli amici, dei pomodori freschi d’estate, delle pesche tabacchiere, dei mandarini in fiore.

Scrivi ragazza, scrivi, dei movimenti, dei tormenti, dei parenti, degli spiriti bollenti.

Scrivi ragazza, scrivi!

E così forse, chissà, non li sentirai questi 50 anni che arrivano, molesti, maldestri, insinuanti, ingannatori, bugiardi, intriganti.

E resterai la ragazza che scrive.

P.s. così mi è stato detto, ma in effetti mi sa che era più breve di così. Accontentatevi.

Viaggi guai musica arte


Quando ero adolescente non ricordo quale amica tirò fuori un libretto con versi di Dorothy Parker, in tutta la sua gaia sfrontatezza e verità.

Un piccolo componimento mi è rimasto sempre impresso: viaggi guai musica arte un bacio un vestito una rima: non ho mai detto che riempiono il cuore, ma servono a far passare il tempo.

È molto vero. Soprattutto fanno passare il tempo in maniera buona, soddisfacente, se non piena. Perché sono poche le scelte nella vita che ce la rendono piena sia nel bene che nel male. Così come sono pochi i momenti che ce la condizionano nostro malgrado.

Tutto il resto è ridere scherzare, mangiare, ingrassare dormire, ferire incassare ferire incassare come direbbe Ivano Fossati. Anzi c’è una sua canzone che mette l’ansia ma rende l’idea molto bene. Si chiama discanto. Ed è un capolavoro.

Così esistono periodi lunghi del dopo, quello che ci fa riprendere da un dolore, un lutto, una malattia, ma anche da una grande gioia.

E poi ci sono i tempi dell’attesa, quella che ci spinge ad andare avanti.

E poi ci sono i periodi in cui non ci si aspetta nulla.

Io ho sempre cercato di riempire quei tempi, come se fossero spazi.

Mi sono sempre piaciute le cose belle, la musica, il cinema, le città d’arte. Il teatro. I libri. Le amicizie, le chiacchiere con le amiche. Andare dal parrucchiere o dall’estetista. Mangiare cose buone.

Sono tempi complicati per me, per tante ragioni.

Ogni volta che parto scopro però bellezza, storie nuove, possibilità, ritorni, andate, colori, venti, mari, verdi e sfumature.

Capri, Napoli, Sorrento, Positano. Scicli, Ortigia, Ragusa e Siracusa. Modica, i suoi gatti le sue scale i suoi ‘mpanatigghi.

Le spezie, gli odori, i sapori. Le maschere i balli. Sono di nuovo in partenza, l’infinito, l’ermo colle, i progetti, le storie.

Se potessi non farei lunghi viaggi, no. Ma sarei sempre in giro per piccoli spostamenti. A scoprire nuove cose. A incontrare vecchi amici. A comprare bigiotteria che scordo. A confrontare il nord col sud.

A pensare a dove sono arrivata fino ad ora.

In attesa, arrivando da un prima. Raggiungendo quel dopo.

Ho molte storie da raccontare. Quando finirà questa attesa le racconterò. Parleranno del museo degli incurabili, dei divieti di sosta ad Ortigia, dei pensieri trasversali, della musica, del Club Tenco, degli amori passati, dei roseti, delle paure.

Intanto come avrebbe detto Fausto Mesolella: Io vado avanti.

Il nemico


Animale bipolare l’uomo, che ama amare, la folla, il condividere; e poi ha una predilezione per le regole; non si capisce perché ma a volte si dà da solo delle regole terribilmente difficili da seguire. Lo fa per il suo bene, dice, ma secondo me è perché ama le sfide.

Vuole costruire l’uomo, inventare, sperimentare, sperimentarsi, riprodurre, metterci del suo, abbellire, esagerare.

L’uomo dipinge perché altri guardino, fa musica perché altri ascoltino, costruisce perché altri abitino.

Inventa giochi per farli tutti insieme. Anzi, ha scoperto che non c’è niente di meglio e meno pericoloso del gioco con gli altri per poter vincere. E per inventarsi sempre nuove regole.

E poi l’uomo ama respirare, ama mangiare, cucinare, godere.

Ama far l’amore l’uomo.

Agli uomini piace riprodursi.

Ama raccontarsi e ama raccontare. Ama esser raccontato.

Poi all’uomo piace ascoltare.

E per fare tutte queste cose c’è bisogno degli altri, c’è bisogno di fidarsi. Di voler bene.

E sembrerebbe tutto così semplice da questo lato della luna.

Ma in quel famoso dark side of the moon

L’uomo odia.

Non si fida.

Cerca nemici.

Da uccidere in tutti i modi che può.

Violenze su violenze.

Si odia il vicino, il marito, la moglie, a volte i figli con la scusa di amarli. I compagni di scuola, i colleghi, gli amici più bravi più ricchi, più buoni. La madre, il padre poi, non ne parliamo.

Ho sempre preferito non possedere nulla e nessuno. Faccio fatica a possedere anche me stessa.

Ogni volta che una cosa è mia mi diventa difficile separarmene. Guardo con diffidenza chi la vuole solo guardare quella cosa.

Allora capisco – e lo capisco da molto tempo – che è meglio non possedere nulla e nessuno.

È più facile non aver paura. È più facile non odiare.

È più facile non uccidere.

E poi giocare, scrivere, disegnare, fare l’amore, chiacchierare, andare al cinema, ascoltare musica. Inventarsi nuove storie da raccontare.

Continuare a pensare al futuro come un campo colorato di tulipani.

E voler bene a chi amo.

So di avere dei nemici che non ho cercato. Ce li ho vicini da sola, come Betta e come Gatto e poi ce l’ho nel mondo, in quanto italiana, occidentale, donna, professionista.

Ma come diceva Boris Vian, venitemi pure a prendere, io armi non ne ho.

Tempo, temporali e luce rossa


Non è un post meteorologico.

È una considerazione sul come occupiamo il tempo. Ieri una cara amica – raccontandomi delle cose – mi ha detto: “Non ho più tanto tempo come prima”. È una cosa che mi ripeto spesso anche io, in merito alle vicende della mia vita. Come se avessi una scadenza.

O meglio, la scadenza attaccata da qualche parte ce l’ho come tutti. Ma che importanza ha? Quello che davvero conta è come lo impieghiamo questo tempo.

Qua al lavoro è successo un piccolo, piccolissimo fatto. Una incomprensione su alcune messe in onda e conseguenti promozioni esterne. Una vicenda da niente, che però ha coinvolto almeno 5 persone.

Abbiamo discusso di questa cosa insieme e due a due e lo abbiamo fatto de visu e al telefono. E lo abbiamo fatto per minuti e minuti fino a che gli stessi non sono diventati ore.

Ore della nostra vita perse per una cosa che non era oggettivamente importante per nessuno di noi.

Una cosa che dimenticheremo nel giro di brevissimo tempo.

Eppure quelle ore potevano essere impiegate per lavorare, ridere, giocare, telefonare a un amico, baciare l’innamorato, mangiare un arancino o un’arancina a seconda della costa siciliana in cui ci saremmo potuti trovare, fare un dolce, mettere su un caffè, fare una lezione di scuola guida, scrivere quella lettera che non riusciamo a scrivere, sistemare le carte per il commercialista, chiamare l’avvocato per quella perdita finanziaria e l’idraulico per quella perdita d’acqua. Avremmo potuto visitare la mostra, entrare in quel museo dove continuiamo a non entrare, riprendere un tramonto a Caracalla, camminare, comprare una borsa, portare il cane a far la cacca, farla anche noi, radersi, far la pulizia del viso, andare alle Terme dei Papi, fare una partita a filetto col collega, andare a mensa, mangiare un kebab, sentire quel disco che aspetta da un mese, mettere lo smalto alle unghie, correggere i compiti, spegnere la luce e dormire.

E smettere di pensare a tutto questo.

Oggi mi hanno detto che ho la radio sempre accesa in testa. Mi è stato detto che la devo spegnere. Ma quando si parla con me di radio non si deve mai dimenticare che si fa metaradio. E perciò ho risposto: non è la radio che deve spegnersi, ma la luce rossa sopra la sala, quella con la scritta “on air”.

Quando si perde tempo bisogna subito correre ai ripari e mettersi in modalità OFF AIR.

Cardinali, benedizioni, Sanremo e lettere a Tenco


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Uso il mio blog per fare il mio commento semi-professionale sul Festival della Canzone italiana

Quando un cardinale ritwitta il ritornello di una tua canzone e non sei alla messa della domenica devi chiederti cosa c’è che non va. È obbligatorio. La vita non è perfetta e talvolta non solo non ti aspetta quando cadi, ma ti prende pure a calci. A volte la vita va più veloce di te e tu la insegui ansimando. Altre volte ti accorgi di essere andato avanti, mentre lei, la vita, sta tranquillamente fumando una sigaretta al bar mentre fa gli occhi dolci ad un altro. Fiorella Mannoia è la migliore interprete di se stessa e per questo piace. È sempre brava, ha una gran classe; ascoltare una sua canzone (purtroppo non troppe di seguito) dà sempre un brivido. Ma se sei Fiorella Mannoia e ti invitano al Festival perché hanno bisogno di un “classico” di qualità, ti prego, imponiti: porta una canzone come si deve. Non ci prendere in giro sulla vita, neanche fossi una vecchia nonna che dà consigli ai nipoti. Tu sei quella che ci ha imposto perentoria che l’amore con l’amore si paga e che come i treni a vapore di dolore in dolore il dolore passerà. Certo, potresti dirmi che il concetto è simile tutto sommato, ma vuoi mettere? Pensando alle vecchie signore, mi è venuta a mente la nonna di una mia cara amica, che parla due lingue che non sono la mia, eppure si fa capire benissimo quando mescola spagnolo e francese. Lei ti dice che quando esci da un dolore non devi avere fretta di stare bene, ma devi saper aspettare, fare le cose con calma, lasciare che il dolore scivoli piano. La prossima volta le canzoni dovresti farle scrivere a lei. Anche Paola Turci dovrebbe, perché ci siamo anche un po’ stufati di queste canzoni “al femminile”, che dovrebbero farci pensare, farci sentire diverse, perché noi sì che lo sappiamo quando ci sentiamo belle, quando stiamo male, quando abbiamo i pensieri nostri… anche gli uomini hanno i pensieri e forse almeno in quello dovremmo somigliare di più a loro e fare meno piagnistei. Soprattutto quando ascoltiamo e cantiamo canzoni: cerchiamo di abbandonare la sindrome di “Sally”. Anche perché è già stata scritta, è vera, è meravigliosa e se l’è immaginata un uomo. E poi, per tornare alla Turci, resto tanto male perché “nonostante parli  spesso ad alta voce e nessuno crede a ciò che dici a quel che immagini nonostante tutto io ti ascolterò quando non parli quando non mi guardi io ti vedrò lo stesso” è un modo così vero per spiegare come una donna sa amare un uomo, che quando invece ama se stessa non se la può cavare con un “fatti bella per te”, non nell’epoca in cui i ragazzi si salutano al grido: “bellapettefratè”. Non essere anche tu una zia Carmela che dà i consigli alle signorine vagamente depresse perché sono state lasciate o alle mamme stanche dopo l’ennesima lavatrice. E poi parliamo anche di musica: perché questa canzone parte già pronta per diventare uno spot di una compagnia telefonica? E perché in questo festival non ho fatto altro che sentire canzoni perfette per fare da colonna sonora il sabato pomeriggio dentro un negozio di Tezenis con la svendita di fine stagione? Perché la musica pop ormai è tutta un unico blocco sonoro senza variazioni, senza vuoti, senza passaggi, senza la possibilità di distinguere un suono o una idea armonica? Molto fa il silenzio quando si scrive una canzone, mi ha detto una volta un cantautore. E allora ad Ermal Meta che è così bravo e così cantautore e anche così indipendente, glielo voglio dire: lo so che è dura e che sei andato a Sanremo e sei arrivato terzo. Ma sai che ti dico? Se oltre ad un testo che spacca – e grazie eh, perché la vita a volte è difficile benedirla, ma è davvero vietato morire – mi inventi un arrangiamento e mi trovi una soluzione sonora che non ti faccia somigliare agli 883, magari la prossima volta lo vinci pure il Festival e noi faremo Namastè Alè! Che furbacchione simpatico questo Gabbani: ha preso la canzone dell’anno scorso, ci ha messo parole nuove, un po’ a casaccio, e ha vinto. Io lo stimo. Anche perché le parole a caso arrivano e raccontano un fatto vero. Ammettiamolo, siamo tutti vittime del buddismo faidate, del namioorenghechiò alla vaccinara (l’ho scritto così di proposito eh!), degli oracoli indiani, degli oroscopi cinesi… e questo solito modo occidentale di comprare anche le culture ci ha portato una scimmia nuda che balla all’Ariston. E la facciamo molto onestamente vincere. Cos’è l’Oriente lo ha capito invece Ron, che forse non aveva una grandissima canzone, ma era una canzone, vivaddio, una canzone vera, piena di sentimento, che raccontava di un cammino insieme: “nei miei occhi l’America, nei tuoi passi l’Oriente” e ha detto tutto eh! Ci ha detto anche che la vita è benedetta e che bisogna tenersela stretta, ma così ci piace molto di più. E che succede? Che lo eliminano. Non me ne capacito. Così come ancora devo capacitarmi dell’eliminazione del pezzo delizioso, tra i giovani, di Marianne Mirage e della seconda posizione dell’unico pezzo veramente bello di questo Festival: la “Canzone per Federica” di Maldestro, con questa vita fatta di polvere ed inganni, se pur sempre benedetta. Ma il ragazzo si farà anche se ha le spalle strette. In finale resta da dire che come al solito il grande assente è stato lui, Luigi Tenco, anche quest’anno, a cinquant’anni dalla morte. Sì lo so che Tiziano Ferro l’ha omaggiato. Ma Luigi non c’era lo stesso. Allora gli ho scritto una lettera l’altro giorno.

La ripropongo:

Ciao Luigi,

Io scherzo molto su Sanremo come ho sempre fatto da quando lo vedo: cioè da sempre. A me Sanremo diverte. Ci sono anche stata per vari anni ed è un enorme baraccone industriale. È tutto spettacolo e paillettes ed è soprattutto autoreferenziale: funziona esattamente come la Borsa. Non sto scherzando: tutto funziona e macina perché  tutti sono convinti che quella è la squadra vincente, quella è la comunicazione vincente, quelle le case discografiche vincenti, quello lo show televisivo vincente, il reality vincente, il tipo di musica vincente, la voce vincente, il look. L’artista. Il manager. L’etichetta discografica. E il tipo di pubblico. Salta una pedina e crolla tutto. Salvo ricostruire però, perché è un grande circo che fa guadagnare tutti; un po’ come il calcio. Tu di che squadra eri? Insomma, caro Luigi, se lo sai che è una grande farsa va tutto bene. Tu lo sapevi? Secondo me sì. Ora – ATTENZIONE: seguimi! – questo mondo si sta anche accorgendo che oltre alla grande musica dei reality c’è la rete, l’indie e una musica underground che fa tanti ascolti su YouTube e consimili. Se la stanno già piano piano accaparrando. Costruiranno altre forme industriali, altri cartelli cultural-economici con artisti che piaceranno anche a noi addetti ai lavori. Saranno glamour e piaceranno a un certo pubblico. Insomma. Un grande business. Non la musica d’autore eh: quella era la tua anche se non la chiamavate ancora così. Non si tratta di questo. Perché al di là delle intenzioni degli artisti, per quella roba tipo la tua ci vuole fegato rabbia, durezza. Non questo “radical chic” di oggi che piace e fa tendenza. Quando la diversità diventa un prodotto commerciale l’anima giocoforza se ne va. Ma per questo siamo ancora all’inizio e solo noi addetti ai lavori lo cominciamo a vedere. Gli altri aspetteranno un paio d’anni. Forse anche meno. Ma per ora torniamo a Sanremo. E mi sento di dirti che se entro lì io mi aspetto il baraccone e accetto tutto, a differenza tua. Anche le polemiche fanno parte del gioco. Però poi c’è il sospetto che anche quelle siano organizzate, in questo metaspettacolo di questa immensa provincia che è l’Italia. Eppure, a cinquanta anni dalla tua morte, caro Luigi Tenco, accade di rimanere comunque sconcertati perché una commissione e un pubblico tengono dentro Bernabei, Comello e Atzei e fanno fuori uno come Ron, che canta: “nei miei occhi l’America nei tuoi passi l’Oriente”. Un po’ come quella tua “solita strada bianca come il sale”. E allora Luigi, no, quel gesto non è servito a far riflettere nessuno.

O forse qualcuno ha riflettuto troppo, ma al contrario di come avresti voluto tu. E quelli che raccolsero il tuo messaggio, beh, su di loro… ti saprò dire molto presto.

Ciao Luigi,

Betta.

P.S. Ma quella lettera l’hai davvero scritta tu?

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Sorprendimi


Arriva quel momento in cui sembra davvero che nulla ti possa più sorprendere.

Ma poi ti fermi un attimo e scopri che sono sorprese diverse. Per esempio ti sorprende che la tua vecchia pellaccia sia sempre dalla parte dei bambini, che ti fanno tanto ridere. Mentre prima non era così per niente.

Ti sorprendi a credere nel futuro degli altri, dopo aver pensato sempre e solo al tuo.

Ti sorprendi a scoprire che conoscere scambiare comunicare amare è più facile, più semplice, più diretto.

Più divertente.

Meno drammatico. Meno angosciante.

Di prima.

E poi ti sorprendi a vedere tante persone che soffrono dei guai che loro stessi si sono procurati e nemmeno se ne accorgono. Ma poi, all’improvviso, vederli cambiare tutto, vederli credere, vederli combattere.

E ancora ti sorprendi poi dell’aria mite. Dopo un inverno rigido. E ti sorprendi di un paio di calze nuovo, della bellezza di un film ben riuscito.

Di uno spettacolo come quello di Emma Dante che ho visto ieri sera.

Poi c’è la musica.

E guarda un po’. Ora come ora ci sei tu.

Che sei stato una sorpresa.

E allora dai.

Sorprendimi.

Buon anno In punta di penna


Stamattina dal mio poddino all’improvviso è partita una canzone di Peter Gabriel: Biko. Abbastanza a sorpresa. Non l’ascoltavo da molto tempo e devo dire che è proprio un bel brano. Quella è una canzone del 1980 e l’attivista sudafricano anti Apartheid Stephen Biko era morto nel 1977, in prigione, in circostanze mai del tutto chiarite. Ma fin troppo chiare.

A questo ho pensato: al fatto di aver attraversato tante cose. In questo mondo in cui si muore ad Aleppo, l’Apartheid è un ricordo lontano; pare appartenere ad una storia antica; sembra più lontana ancora della Seconda Guerra Mondiale. Forse perché su quest’ultima si è raccontato molto. E l’Apartheid magari è una storia ancora in via di scrittura. Me lo ricordo Mandela in prigione, Mandela liberato e quel lungo fiume di gente che lo ha accompagnato fuori dalla galera. E poi Mandela Presidente.

L’Apartheid come una vicenda lontana insomma; eppure noi manifestavamo contro. Era il mondo di Arafat, del Muro che sembrava indistruttibile e poi andò in frantumi in un attimo.

C’ero quando hanno rapito Moro, quando hanno messo la bomba alla stazione di Bologna. C’ero quando la Storia la vivevamo sulla pelle nostra.

C’ero quando hanno ammazzato Falcone e Borsellino. Falcone l’ho anche visto io. Ne ero innamorata.

C’ero poi quando Craxi era un latitante e non un esule. Leggevamo Cuore e Dostoewsky. Andavamo tantissimo al cinema. Erano gli anni 90.

Era la mia giovenezza; ma non la rimpiango, non la rivoglio indietro. Io voglio vivere oggi. E voglio che questo tempo lo facciano i giovani. Anche quando non sono d’accordo con loro. Ci voglio litigare: non li voglio snobbare. Non mi interessa di dire che quel mondo era migliore, perché non lo era. E non lo era nemmeno quello prima di noi. Lo dico a beneficio dei tanti amici che sono venuti appena prima di me. Quelli degli anni 70. Non eravate belli nemmeno voi. E tanto di cappello a chi ha cercato di portare avanti delle idee tra voi. Gli altri però stessero buoni e si levassero quell’inutile aria di superiorità. Finiti voi, finiti noi, questo mondo andrà avanti come sempre è accaduto. Fino a che un giorno si spegnerà. O scoppierà. O brucerà. E allora non sarà accaduto nulla. Nulla esisterà più. Non ci saremo più.

E alto risuonerà il grande: CHISSENEFREGA.

Ma nel frattempo, fino a che ci sono, io voglio vivere il mio tempo. Giorno per giorno; e lo voglio fare impegnandomi nella cosa che – oramai lo so – è l’unica che mi riesca bene e mi renda felice ogni momento.

E cioè vivere in punta di penna, come diceva Collodi in un suo vecchio libro sui giornalisti. In quel mondo lontano di fine Ottocento, che ho studiato a lungo, fino al Dottorato, perché mi piaceva tanto. Quel mondo in cui ritrovi l’Italia di oggi se vai a rileggerne i giornali. O forse l’Italia è cambiata, ma non il carattere dell’italiano, mai pago, mai contento, sempre lì a criticare, distinguere e cercar la pagliuzza.

Siamo fatti così.

E io così voglio vivere. In punta di penna, a scrivere. E non importa nemmeno che leggiate.

A tutti auguro per la fine di quest’anno di vivere in punta di quel che vi pare. Ricordando che il futuro è dei giovani e perciò non permettetevi mai di dire loro che non esiste più perché non vi sentite più di esistere voi.

Fate come loro: Amatevi.

Io intanto mi vado a fare la piega. Ciao.

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