Gatto Atlantico

Home » Articles posted by Gatto Atlantico

Author Archives: Gatto Atlantico

Annunci

La commozione del Buongiorno


È vero che sono i piccoli acciacchi a farti capire del tempo che passa. Prima i capelli bianchi, poi le rughe di espressione, magari la perdita di una certa freschezza negli occhi. Finisce che quando ti infili le collant devi sederti e che a volte, certe sere, ti sembra di sentire la presenza di ogni piccolo ossetto dentro di te.

Ma finché ne ridi saranno i mille gesti quotidiani a non invecchiarti. Oggi per esempio ho comprato un album di figurine solo per me e non mi sento affatto puerile. Ogni gesto antico, le parole crociate, i pennarelli, le cartine geografiche scolastiche … è tutto cuore e allegria. È leggerezza. È giovinezza.

La commozione no.

Almeno per me, che ero un sergente di ferro. La commozione no. La commozione è proprio il segno di maturità che fa l’occhiolino all’anzianità.

Ebbene sì, io mi commuovo. Mi commuovo nel rivedere certi film che ho amato senza piangere; mi commuovo per loro ma anche per il ricordo di me mentre li guardavo un tempo. Se penso a certi libri mi commuovo a ripensare a me mentre li scopro, mentre mi dicevano cose che già erano in me. Mentre rispondevano alle mie domande.

Figuriamoci la commozione quando incontro le persone della mia vita. Sono state tante, multiformi, colorate, di tutte le età, di tutte le idee. Di tutti gli amori.

Mi hanno dato tanto. Di esperienze, di pianto, di riso di gioia e dolore, di idee, di mutazioni, di suggerimenti di via di vita e di calore.

D’amore, di gratitudine, di bugie, di disprezzo, di attesa, di stima, di rispetto, di onde e montagne e città.

Mi è stato dato tanto. Ho dato tanto. Ho scelto. Il bilancio è positivo. Nella qualità e nella quantità. Ho avuto delle delusioni cocenti da alcuni. Ma sono stati davvero pochi

Ebbene.

Ho avuto due occasioni di recente per incontrare tanto passato. Una davvero dolorosa. L’altra davvero gioiosa e piena di affacci al futuro. In entrambi i casi mi sono commossa e sono andata anche in confusione. Talmente tante le emozioni da non saperle gestire.

Proprio come i vecchi.

O forse proprio come Stelio che era più grande di me, e che aveva la mia età di oggi quando si commuoveva perché nella Maschera di Ferro cinematografica muore D’Artagnan.

Non mi dispiace. Perché alla fine di tutto questo sono giunta alla conclusione che questa commozione dipende tutta dall’aver compreso l’importanza del “Buongiorno”.

Sì. Del dirlo.

C’è una persona a cui voglio un bene infinito che attraversa un momento particolare. Di passaggio potremmo dire. E lui l’altro giorno mi ha detto che leggere il mio blog a volte gli dà degli spunti.

Si tratta di una persona fantastica. E ha doti straordinarie; come prima cosa lui dice sempre “Buongiorno.”

Buongiorno.

Come è importante dire buongiorno. Augurare con il sorriso all’altro che il suo giorno sia buono davvero. Senza voler niente in cambio. Come gesto altruista. E siano belle le ore.

Quante cose ti danno le persone care, quante cose ti fanno capire dentro. Quante cose ti regalano.

Che il tuo giorno sia sempre felice mi dice sempre questa persona. Che il tuo giorno sia sempre felice io dico a lui.

E mi commuovo.

Annunci

Le tempeste emotive delle donne: una esperienza personale


Si avvicina l’8 marzo. Non credo molto alle celebrazioni e alle parole vuote. Credo però ai momenti di riflessione. Anche personali. Spesso parto da esperienze per esprimere dei concetti. Accadrà anche stavolta. Con l’avvertenza che quello che scriverò non nasce per colpire qualcuno. Ma per dare a tutti motivi di riflessione. A me, a “qualcuno”, a tutti noi.

Parto dalla vicenda della tempesta emotiva. Cioè del tizio a cui hanno dimezzato la pena perché ha strangolato a mani nude la compagna, in preda, appunto,  a una “tempesta emotiva”. Il giudice ora “si difende” (posto che trovo surreale che un giudice si debba difendere mediaticamente) dicendo che questa persona era particolarmente debole e fragile e quindi nel caso specifico l’attenuante era sensata.

Non conosco il caso, non mi sostituisco al giudice, non entro nel merito della vicenda. Entro nel merito della nostra cultura però. Del nostro humus sociale e culturale che rende possibile questo e vive invece altre tempeste emotive in altro modo.

Parto da me. Da ragazza pensavo che fossimo tutti uguali, che intelligenza e preparazione e forza di volontà perequassero ogni differenza, di origine, di censo e di genere.

Finita la scuola ho toccato con mano quanto non fosse vero. E quanto, per una come me ad esempio, tutto fosse più complicato che per altri. Non a caso una mia amica – che partiva da posizioni più privilegiate – mi dice sempre che ho fatto della mia vita un capolavoro.

Quello che mi è sempre sembrato invece non un particolare problema è stato l’essere donna. Mi sono organizzata. Infatti non ho mai fatto passare le mie vicende professionali attraverso il mio essere donna. Ho sempre adottato un abbigliamento di ordinanza, uno sguardo dritto, un fare asettico. In soldoni, sono stata “femminile” solo quando ero interessata a chi avevo di fronte. Non ho mai sentito neanche la necessità di mostrare che ero appetibile mentre lavoravo.

Ho visto cose non belle in questo senso per esempio all’Università. Però io mi sono sempre difesa.

Non ho mai pensato comunque che il mio essere donna potesse essere un handicap per andare avanti. Su questo mi sentivo molto forte e sicura.

Solo negli ultimi tempi ho capito invece quanto spesso io sia stata babbea.

Che il mondo del lavoro – il mio in modo particolare – è ancora maschile in preponderanza. Nei numeri, nei ruoli di responsabilità, nella mentalità.

Anche femminile. Soprattutto femminile.

E che questo mondo continua a mandare avanti i maschi e a giustificarli sempre e comunque. Mentre noi donne saremo sempre colpevoli di un comportamento inadeguato.

Mi è capitato qualche mese fa di subìre quello che per me è stato un danno professionale, per ragioni non attinenti in alcun modo al mio modo di lavorare. Anzi. Tutto il contrario.

Quando è accaduto ho ragionato in modo “femminile”. Ho cioè pensato che se avessi denunciato pubblicamente la cosa avrei procurato un danno personale a chi mi aveva procurato il danno.

Ho pensato cioè che quel danno nascesse da una “tempesta emotiva” della persona che me l’aveva procurato. E malgrado il danno (e malgrado abbia anche dovuto far intervenire un avvocato, dopo aver ricevuto dei messaggi che mi minacciavano di “emarginazione professionale”, che ovviamente conservo) ho pensato che alla mia dignità ripugnava comportarsmi in un modo simile, così vendicativo e crudele. Che io ero superiore. Che chissenefrega. Che il tempo avrebbe mostrato l’ingiustizia e via discorrendo.

La cosa interessante è stata che tutti, chi più o chi meno, hanno ragionato rispetto alla vicenda sempre in termini di “tempesta emotiva”. Nessuno – o meglio pochi – ha ragionato in termini di danno oggettivo che io subìvo. Anche i più arrabbiati hanno visto la vicenda come un fatto personale.

Infine, altra cosa interessante è che il danno “sarebbe” nato (non è così in realtà ma vabbè..) per una mia reazione pubblica – ma assolutamente anonima – che nasceva da una mia “tempesta emotiva”; in realtà io la chiamo semplicemente “esasperazione totale”, dopo aver inghiottito palate di merda per mesi e mesi e mesi e dopo essermi vista vietata anche la parola, da una persona che dovrebbe stendere tuttora tappeti davanti a me, perché minimo minimo gli ho regalato know how e contatti (per quanto riguarda la professione) e tutto l’appoggio, l’aiuto, l’ascolto, la solidarietà umana di cui sono capace. E in cambio, vi assicuro, solo rogne. Quella mia tempesta emotiva fu sbagliata non per le conseguenze, ma proprio per me stessa.  So però che la rifarei nelle stesse condizioni perché non ne potevo più e perché penso le cose che scrissi (si trattava di un innocuo post su un social, il primo fatto all’indirizzo di quella persona e assicuro che questa persona non può dire la stessa cosa. Ne aveva fatti prima. Ne fece durante. Ne fa ancora oggi). Però i fatti propri bisogna tenerseli per sé. Ma deve essere chiaro che non sono pentita di averlo fatto per le conseguenze che ha generato. Un fatto personale può generare fatti personali. Un fatto professionale può generare fatti professionali. Quando le cose si mischiano, state certi che la donna avrà sbagliato e l’uomo sarà in preda a una tempesta emotiva.

Ma non ho capito solo questo.

Ora che è passato tanto tempo ho capito anche tante altre cose:

che la tempesta emotiva è valutata da tutti (maschi e femmine) una attenuante totale per un maschio e non per una femmina. Anzi, per una femmina è un’aggravante.

Che le donne non riconoscono maschilista l’uomo che parla paternalisticamente di loro. Purché ne parli. Cioè: un uomo che si occupa di donne è un uomo attento alle donne. In realtà tutti dovrebbero occuparsi di tutto. Non basta occuparsi di donne per essere aperti. (Spesso anzi chi lo fa si mette su un pericoloso piedistallo.)

Che in un momento di confusione un mondo totalmente maschile è riuscito a far leva su di me e sulla mia generosità femminile per impedirmi di fare l’unica cosa che avrei semplicemente dovuto fare: cioè dire pubblicamente in tre parole cosa stava succedendo professionalmente senza entrare neanche nel merito della faccenda. Lo scrivevo. Dicevo il fatto secco: da oggi succede questo per volontà di questa persona. Punto. E a capo. Se qualcuno mi avesse chiesto perché avrei risposto che non era per ragioni professionali.

Che questo mondo maschile è proprio totalmente maschile. Sono tutti solo maschi e come mi spiegava l’altro giorno una mia insospettabile amica (nel senso che non sapevo la vedesse in questo modo), lì ho fatto l’errore più grande: non capire che io sono “Malantrucco”, ho una mia riconoscibilità, sono brava e quindi andavo fatta fuori quanto prima. Come estranea e come donna. E non sto parlando di chi era in preda alla tempesta emotiva (che peraltro non deve essergli ancora passata). Parlo di tutti quelli che ha intorno. Che non hanno tutelato lui. Hanno tutelato però il loro ambiente maschile e chiuso. E lo hanno fatto alla grande. Chapeau. M’avete proprio fregato. In campana però alle partite di ritorno.

Racconto tutto questo per dire semplicemente che ora che vedo questa vicenda lontana, a parte la rabbia per non essere stata lucida in quel momento, mi rendo conto che noi donne dobbiamo fare davvero tanta tanta strada per raggiungere quella parità che non riusciamo ancora neanche a vivere interiormente. Che la colpa è mia. Semplicemente perché ho agito da donna. E non da persona che lavora.

Quello che ho visto e sentito a Sanremo, tra canzoni e contaminazioni


Post musicale (più o meno). Andare oltre casomai

 

Vorrei lasciare alcune impressioni che mi restano su questa edizione del Festival di Sanremo, consapevole che tra una settimana tutto si spegnerà e resteranno solo le radio a mandare canzoni.

Ieri mattina però ero impegnata in un trasloco e tra andata e ritorno una era la canzone che già andava in giro: quella di Mahmood, “Soldi”. E ho pensato tra me e me che questo ragazzo aveva già vinto. Non pensavo mai che potesse farcela proprio per la vittoria finale, perché sapevo che la partecipazione popolare per sms avrebbe premiato persone con maggiore visibilità. In fondo Mahmood era un giovane esordiente, arrivato in finale per selezione. Uno come Ultimo invece, che fa i concerti allo Stadio Olimpico dopo un anno di carriera, è chiaro e banale che avrebbe preso più voti. Non ci poteva essere storia. Per fortuna il regolamento era fatto in modo per cui la canzone più apprezzata in senso relativo da tutti avesse la vittoria.

E difatti è così. Si può pensare quello che si vuole della canzone, ma in effetti è un pezzo che arriva immediato al traguardo. Lui è giovane e piace ai giovani e – come dicevo – alle radio. Ha una voce particolare e avvincente. Il ritmo della sua canzone, l’arrangiamento con sonorità tribali, la contaminazione tra rap, melodie classiche e ritmi africani era chiara, diretta, orecchiabile e coinvolgente.

Martedì sera mi trovavo insieme ad amici a vedere la gara. Il gruppo di ascolto – fatto essenzialmente di musicisti e addetti ai lavori – dopo ore e ore di musica quasi tutta inutile o scontata, era esausto. Le orecchie chiedevano pietà e tutto appariva uguale a se stesso. Eppure Mahmood – che ha suonato tra gli ultimi – ci ha subito colpito. È partito l’immediato: “Aho, mica male”, “Ah però”… eccetera. La voglia è stata subito quella di andare a riascoltare, a leggere il testo, a capire meglio.

A nessuno, in quella fase, interessava la provenienza del giovane. A tutti interessava questa canzone che faceva della contaminazione di suoni e cultura la differenza. Una differenza che può anche urtare i nervi, volendo. Ma la faceva eccome.

E poi vai a scoprire che tra inni alle droghe scontati e invocazioni a nonni, prozie, amori e fidanzate, tatuaggi, gioielli e pose conformiste nell’anticonformismo, questa era una canzone “d’autore” a tutti gli effetti, perché a leggere il testo scoprivi che questo ragazzo raccontava probabilmente della sua vita, comunque di un padre andato via per perdita di dignità, di un sistema di valori sbagliato (“Soldi”, appunto) e lo raccontava con la semplicità e la rabbia di un giovane italiano, che manda un messaggio diretto senza bisogno di maschere.

Di Mahmood ho apprezzato il modo di salire sul palco, la semplicità, la mancanza di aggressività eppure la forza del suo messaggio. E il suo sound che mi resta in testa.

Poi arriva il resto, le polemiche idiote, le inutili strumentalizzazioni politiche.

Io ho molto goduto di questa vittoria, non perché il ragazzo è italo egiziano e parla di Nargilè e ramadan nel suo pezzo.

Ho molto goduto perché – al di là di tutto e delle resistenze di un mondo che non accetta la diversità, oppure l’accetta e se ne fa pure vanto considerandola comunque diversità (è pure peggio) – ha vinto la realtà. E la realtà italiana è che Alessandro Mahmood è italiano al cento per cento, come dice lui, parla sardo e milanese. Ha studiato in Italia. E questa è l’Italia del futuro. Dove può accadere che tuo padre sia uno che beva champagne sotto ramadan esattamente come un altro padre che va in chiesa la domenica e poi torna a casa e picchia ubriaco i figli… dove insomma ipocrisia, mancanza di dignità, assenza e alienazione riguardano tutti.

In fondo il ragazzo Mahmood può essere un amico dell’alienato figlio raccontato altrettanto bene da Silvestri e Rancore (e Manuel Agnelli), in quell’altro pugno nello stomaco necessario che è stato “Argentovivo”.

Cosa altro salvo di questa edizione? la grinta, la forza, il coraggio, l’urlo sgraziato di una grande come Loredana Bertè, anche se secondo me il pezzo non era bellissimo. Sarei stata felice se avesse vinto. Salvo anche Motta, pure se non sarebbe dovuto salire sul palco come se fosse stato Francesco Renga con la voce ancora incolta. Doveva portare di più se stesso: la canzone – che parla di migrazione – è un bel pezzo se sentito col suo arrangiamento originale. Speriamo che l’entrata nel mondo delle major non inietti acqua nel sangue anarchico di questo talento della musica italiana. Il suo sound non è nelle mie corde come il rap contaminato di Mahmood, ma ne riconosco l’elettrico futuro.

Mi hanno un po’ deluso gli Zen Circus che avevano una canzone con un testo straordinario. Ma non decollava mai. Va bene tutto, ma quel pezzo aveva proprio bisogno di un dannato ritornello.

Voglio pure spendere una parola su Anna Tatangelo che – per una volta – ha cantato con dignità e senza pose un pezzo piccolino ma che ha reso al meglio. Andava bene per un Sanremo classico, anni Ottanta e Novanta.

Non sono riuscita invece a capire il pezzo di Arisa, la cui voce normalmente amo molto. E sinceramente per me il pezzo di Paola Turci è proprio non pervenuto.

Delusione per me grande – anche in proporzione alla grandezza dell’artista che stimo e amo moltissimo – è stato Simone Cristicchi. Il testo della canzone pareva l’Angelus del Papa. E comunque continuo a pensare che sia necessario prendersi cura del prossimo, prima di chiederla. È una battuta, ma il punto è che sono una che fotografa i fiori in mezzo all’asfalto e quindi non sono estranea al messaggio d’amore. Ma vi era qualcosa di volutamente ammiccante alle disperazioni della gente in questa canzone; e quindi spero di dimenticarla in fretta. Inoltre somiglia troppo al tema di “Risvegli” perché possa essere una casualità. Non è un plagio tecnicamente, ma le orecchie non fanno questioni di numero di battute.

Sugli altri non ho molto da dire. Mi è sembrata tutta una melassa che si confondeva nelle mie orecchie.

Ma un bravo va detto a Claudio Baglioni per aver dato risalto alle canzoni più che a tutto il resto. Questo è stato il valore aggiunto delle ultime due edizioni del Festival. Perché in fondo è il Festival della canzone italiana e non dei cantanti. E aver dato modo di ascoltarle più di una volta ha favorito l’approfondimento a chi davvero voleva farlo.

SI sente troppa poca musica in Tv e certo magari vorremmo ascoltare cose che amiamo di più. Ma il cast era davvero variegato. I giovani hanno guardato il Festival e pure i vecchi. Peccato che le canzoni per la maggior parte non fossero all’altezza. Erano già sentite e banali.

Ma tutto sommato – considerato che quasi sempre la maggior parte è da buttare – va anche bene così.

Meno bene gli autori dello spettacolo televisivo. Quando ero piccola dicevamo: “Lo spirito di Patata”. Ecco. I poveri tre conduttori hanno dovuto sostenere momenti imbarazzanti per bambini scioccherelli. Ma perché?

E poi non potrò mai dimenticare il momento trash della serata in cui Ornella Vanoni – che è una Dea – è stata invitata – con la scusa di scherzare con la Raffaele – per presentare Patty Pravo – un’altra Dea – e poterle poi così sfottere per i loro visi deformati dalla plastica e indubbiamente imbarazzanti. Non posso accettare una simile manipolazione: costruire un siparietto comico trash (a gratis come direbbe Ornella) alle spalle di due signore di una certa età che sono state l’eccellenza della nostra canzone è per me una vergogna.

Non potrò mai perdonare poi lo scempio fatto contro Sergio Endrigo e Enzo Jannacci. Quelli non sono omaggi e Baglioni non può baglioneggiare ovunque. No. Non si può accettare.

Ma lo scempio più oltraggioso è stato quello fatto a Luigi Tenco da Elisa in coppia con lo stesso Baglioni. Quella interpretazione di un capolavoro non era solo orrenda. Era anche contro tutto quello per cui Tenco ha vissuto artisticamente. Luigi Tenco – e con lui altri benemeriti della musica italiana – hanno rivoluzionato la canzone per testi, melodie, arrangiamenti, idee. Cantare “Vedrai Vedrai” come avrebbero fatto Gino Latilla e Carla Boni è stata una scelta rivoltante. E purtroppo – temo – del tutto inconsapevole.

Ad ogni modo io mi auguro – anche se non ci spero – che il prossimo anno Baglioni possa essere ancora il Direttore artistico. Quando è stato investito dalle polemiche perché rispose a una semplice domanda sulle migrazioni e lo fece in maniera ragionevole, ho temuto che si sarebbe autocensurato.

Ha fatto altro. Ha parlato di musica. E la musica ha risposto da sola, nel bene e nel male. Ma comunque nell’unico modo possibile: contaminando.

Appunti politici


Insomma, ormai è chiaro che il Movimento Cinque stelle si è venduto all’alleato e che questo incontro ha mostrato quello che abbiamo più o meno sempre detto in tanti: quel reclamare la fine di destra e sinistra andava a destra. Anche sui migranti il movimento è sempre stato ambiguo. Nella scorsa legislatura i deputati grillini venivano spesso frenati dallo stesso Grillo ogni qualvolta sembravano appoggiare qualcosa di sinistra o di civiltà. Mai dimenticare la vicenda delle adozioni delle unioni civili e il loro squallido tradimento. Ma va bene. So che esiste un’anima movimentista sincera, specie in certi militanti, al di là di una certa stizza e il loro continuare a tirar fuori il famoso “e allora il PD”, che non ho mai votato ma mantengo la lucidità per sapere che non si può dar a lui la colpa di anni e anni di governo feroce e di crisi endemica. Soprattutto in questi cinque anni il Pd non aveva la maggioranza da solo e governava con piccoli pezzi di centrodestra. Che al di là di certi disastri non ci sanno spiegare perché questo non andava bene mentre allearsi con la forza politica più retriva, volgare, populista, razzista, cattiva invece sì.
Il Movimento ha perso l’UMANITA’, la SOLIDARIETA’ verso chi soffre a un tavolo da gioco in cui ha vinto molto meno delle lenticchie.
E guardiamola questa quota cento che discrimina i lavoratori pubblici, mantenendo quella vecchia idea che siano da controllare, che siano fannulloni… questo stato etico pecoreccio… che assegna i 780 euro a chi ha le macchine da povero e non possiede case e non fa spese lussuose. A questo reddito di cittadinanza che non va a persone che vivono risiedono amano e pagano le tasse in Italia solo perché non sono italiani.

Il Movimento Cinque stelle intende la politica come qualcosa che deve controllare il tuo modo di vivere. Loro ti daranno i soldi, come un genitore la paghetta: ma li devi spendere bene. E questo bene lo decidono loro. Devi andare in giro con macchine antiche che inquinano anzi a piedi, anzi con le scarpe rotte ma non devi andare accattenno perché sennò arriva il vicesindaco che ti butta le coperte.

Pazzi. Pazzi voi, pazzi noi. Pazzo questo paese.

Voi della politica non sapete nulla. Siete destinati a sparire e a consegnare il paese ad altri anni oscuri, fino a che non resterà nemmeno l’osso.

Vergogna vostra. Vergogna nostra. Dicono che vi odio. No no. Vi disprezzo. è molto peggio. Vi disprezzo come disprezzo l’arroganza di chi vale quanto una caccola.
Dice: e l’arroganza di chi vale qualcosa?
Chi vale non si sognerebbe mai di lasciare 49 poveretti in mare. Andrebbe a prenderli a nuoto.

Immaginate l’alieno che dall’alto vede che un’intera civiltà che si chiama Europa, con i telefoni scintillanti all’orecchio che si strappa i capelli perché non sa dove mettere 49 povere anime. Ma ci tiene al richiamo delle radici cattoliche nella costituzione.
Annatevelaapijànderculo

Comodi e scomodi


Comodissimo prendere la proprio realtà e sistemarla intorno ad una finzione. Ad eliminare il non visto che ci urla dentro. Comodo far sparire i rumori molesti degli sbagli, delle cattiverie che non dovevamo fare, della coscienza che ci dice: così non vorresti fosse fatto a te.

Comodo è poi dare la colpa agli altri, individuare un nemico purché sia e farla pagare ad amici conoscenti amanti figli perché non ci riconosciamo allo specchio.

Comodo quando ci mascheriamo, barba, baffi finti, smussiamo gli angoli, lecchiamo ferite (non solo quelle a volta), raccontiamo favole storte. A noi stessi e agli altri.

Comodo diffamare, molestare, incespicare sui nostri dolori, attribuirli alla mala sorte, agli altri. Faceva caldo faceva freddo non ero io o era un parente lontano che mi somiglia ma solo di profilo.

Scomodo è chiamare le cose col loro nome, il dolore soprattutto.

Scomodo smettere di autocommiserarci.

Scomodo ammettere di aver sbagliato.

Scomodo dirlo ad alta voce.

Scomodo interrogarsi sul perché delle nostre azioni.

Scomodo indagare sugli angoli polverosi della coscienza, quelli che copri col tappeto ma che sai che ti aspettano col folletto da una vita.

Allora perché ho scelto di essere scomoda? chi me lo fa fare?

Perché mi chiedo, i comodi non si rompono i coglioni a guardare invecchiare la stessa immagine di sé?

A stare lì, sicuri e tetragoni nella loro espressione fissa di giusti infallibili e quando fallibili perché perseguitati?

Io mi annoio.

E per dirla con Pasolini (che il Poeta mi perdoni)

“Pari, sempre pari con l’inespresso all’origine di quello che io sono”

Sì Viaggiare


Quando qualcuno mi chiede: “come stai?” Io non riesco mai bene a spiegare. Non basta dire bene a volte. Soprattutto dopo aver attraversato la fatica e la complessità degli ultimi due anni della mia vita. Ero così stanca dagli strappi al motore, dal filtro intasato, che non riuscivo più nemmeno a sentire nulla. Ero lì imbambolata come il pugile al tappeto. Una volta – ricordo che era in gennaio – lo dissi alla persona con cui mi accompagnavo in quel periodo, cercando quell’aiuto che non sapeva darmi evidentemente.

E mi rispose: “e perché lo dici a me?”

Lo racconto serenamente. Anche perché questo non è un post sentimentale ma esistenziale. Parla di vita nel suo insieme. Quando finii al pronto soccorso con 200 di pressione e mi hanno portato a fare la tac in testa mi ricordo di aver pensato: se la sfango e non ho un ictus in corso, da domani cambia tutto. E così è stato. Ma quando cambi tutto, rimetti anche tutto in discussione. Diminuisci, diminuisci, diminuisci: cose, situazioni, persone. Cibo.

Tutto cambia. Alla fine gli dai un nome a tutto questo: è la crisi di mezza età. A chi tocca ‘n se ‘ngrugna.

Tocca a tutti.

Non accetti il fisico che cambia il cibo che non puoi mangiare i capelli che non stanno più in nessun modo e meno male che li copri di colore i tuoi meravigliosi capelli neri, che erano la tua forza e la tua bellezza come diceva Claudia, perché ora sono tutti inesorabilmente bianchi. Un bianco bello e lucido come quello di Nonno Giulio. Ma sempre bianchi sono. E allora la verità è che nessuno accetta di dover attraversare quella porta che ti fa andare di là, mentre i tuoi ormoni impazziscono.

Per questo stai male.

E diventi piagnona.

A un certo punto però succede qualcosa.

Dopo tutta quella fatica quella porta la traversi e ti accorgi che è tutto più bello e sereno. L’ansia sparisce. Le paure vanno e vengono. Ti arrabbi e ci resti male lo stesso ma ti dura il battito di una ciglia. Segui la linea di minore resistenza e non eviti le buche più dure solo perché vivi a Roma. Ma a me che me frega? Io manco guido.

Scopri che non hai bisogno della blefaro plastica (si chiama così?) perché l’hai fatta al cuore. È il cuore ora a sembrare più giovane.

E tu riprendi a viaggiare dolcemente senza strappi al motore.

E quindi stamani ho pensato che questa canzone mi rappresenta alla perfezione. In ogni suo passaggio. E: attenzione! non solo per le parole, ma anche per l’intro musicale e il darondiro centrale. Quello soprattutto.

Ve lo consiglio!

P.S. Per i capelli ho risolto così: li faccio più corti così quando li asciugo da me restano gonfi e vaporosi. Basta poco. Che ce vò?

Sette e quaranta


Questo divertente fatto che ho un treno che parte alle sette e quaranta…

Pensavo alla canzone. Cosa racconta la canzone? Di uno psicopatico che caccia da casa la compagna (mi sa che stanno in vacanza o hanno due case vaacapì) e la mette su un treno. A parte che lei poteva reagire e dirgli: “a nenooo ma vattene te io me vado a fa na birra… “ ma si sa che le canzoni sono maschiliste.

Dopo di che sto disturbato mentale dopo due minuti ci ripensa e invece di fare quello che avrebbe dovuto fare e cioè andare con la macchina alla stazione successiva (“molta più gente di quando partiva”… ah no quella è un’altra canzone) piglia un aereo per arrivare prima e farsi trovare a casa in anticipo così lei lo trova. E in valigia ci mette pure un fiore (tirchio: prendi almeno un mazzo) così sai come lo ritira fuori? Vabbè gli uomini non sono pratici.

Io mi sono sempre chiesta lei come l’abbia presa.

Perché il punto è lì. Lei ha reagito come in una trasmissione televisiva di canale cinque? DI Maria? Ha aperto o chiuso la busta?

L’amore ha bisogno di platee di scritte sui muri di proclami di scene madri? Sì ti odio no ti amo?

Sei una brutta persona, sei una zoccola sei un demente sei un porco un ricchione e poi dopo due ore: amore mio dolcissimo non ho amato altri che te?

Davvero questo è amore amore quello vero? (Un’altra canzone ancora)

Quando ero adolescente e molto giovane – età in cui certe cose succedono di più perché si è giovani insicuri con gli ormoni a palla – diffidavo delle scene madri tra fidanzati. Alla mia epoca andavano le fedine (ohibò) e i peluche con scritto ti amo e poi liti furibonde perché uno aveva scambiato una penna col compagno di banco.

Io queste cose le ho sempre odiate. Odiavo pure quelli dei collettivi politici. Andavi a discutere con loro e parlavano per slogan. Poi lo vedi che Facebook non si è inventato niente?

Sono sempre quindi forse stata poco appassionata. Troppo razionale.

Probabile.

Però io penso che se non esiste il rispetto e la capacità VERA di chiedere scusa assumendosi la responsabilità delle proprie azioni e che a ogni azione corrisponde reazione allora non esiste amore.

Il perdono è importante ma uno che ti offende poi non può venire a dettare anche i tempi e i modi del tuo perdono come il protagonista di sette e quaranta.

Una volta mi è capitato, un po’ di tempo fa (ma comunque dopo la morte di Stelio e in epoca di telefonini) di avere una relazione con un tale che ogni volta che partivo (e come ora succedeva spesso) sembrava sempre contento. Poi però per una ragione o un’altra riusciva sempre a intossicarmi il viaggio. Di solito al ritorno. Le mie amiche con cui magari partivo restavano basìte e mi dicevano: mollalo. Io però poi trovavo giustificazioni. Comunque una volta superò se stesso. Per messaggio senza una ragione apparente (i miei messaggi erano innocui e stavamo cercando di accordarci per vederci il

Giorno dopo) mi imbruttì prendendomi a cattive parole e dicendomi che era tutto finito e poi delirò con frasi del tipo: ti libero di me eccetera. Io raramente mi sono incazzata tanto. Pareva un libro di Kafka. Dopo manco due ore passo indietro: dopo l’insulto gratuito il grande amore. Io gli dissi che il grande amore se lo poteva incartare e mettere in saccoccia. E lui: io lo so che la tua testa parla così e non il tuo cuore. E io: no guarda non so’ mai annati tanto d’accordo. Poi mi fa: va bene; io ti aspetterò domani mattina alle dieci in un posto (che ora non dirò) e se ci sarai bene sennò me ne farò una ragione.

Nun venì

Io verrò ma tu fai quello che vorrai

Lassa perde nun venì

Verrò

Nun venì

Verrò

E vabbè fa come te pare.

Me sta ancora a aspettà.

Presto prestoooo presto prestoooo presto presto

Vaiiiiiiiiiii

🤪

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: