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Il Paese, il Limes, la bellezza


Spesso ho pensato all’Italia come a un limes: basta inquadrarla geograficamente, magari dall’alto, da un satellite o su un vecchio mappamondo azzurro, in qualche vecchia scuola con qualche vecchio banco. Quelli che avevano i buchi per il calamaio.

Basta conoscere l’Appennino per capire il senso del limes. È così difficile varcarlo coi pensieri e con le opinioni. L’Adriatico non è il Tirreno, la Toscana non sono le Marche.

E c’è chi sta in mezzo.

E poi l’Italia è un limes umano.

Esiste un mondo orribile nel nostro Paese. Quello dell’ignoranza, dell’analfabetismo di ritorno, del consumo perverso, delle violenze negli stadi, delle pasticche nei locali, della musica mainstream, dei centri commerciali di domenica, dei film stupidi e misogini, della televisione aberrante di “uomini e donne”, della corruzione, del malgoverno, del ladrocinio, dell’evasione, della mafia, della collusione, della speculazione edilizia, del massacro idrogeologico, del caporalato nei campi di pomodori, dell’odio, del razzismo, del machismo, della violenza.

Ed esiste un mondo invece meraviglioso. Quello dei volontari che si riuniscono in consorzio per restaurare una vecchia chiesa millenaria, con i suoi affreschi antichi e la sua vista mozzafiato; quello di Antonio, volontario anche lui, che cura quel pino e quella quercia in un orto botanico nascosto in un bosco e lo fa con la sua voce pacata, i suoi occhi azzurri, la sua sottile ironia; quello dove la ricchezza non è repellente ma frutto di un lavoro appassionato, ordinato, pulito, fatto di cose buone, come accade con certi produttori di vino o di altre eccellenze enogastronomiche. Esiste un mondo di ragazzi che tirano con l’arco e che portano la propria bellezza naturale aggraziando scuole e luoghi di lavoro, senza voler per forza diventare sciocche e incapaci Starlette o ottusi tronisti. Esiste un mondo dove si fa arte e musica, si costruiscono zappe e si prepara un fiordilatte con amore, dove si coccola una prima zagara spuntata fuori stagione, dove si sceglie di produrre ancora carta raffinata immersa tra i petali di fiori; esiste un mondo di signori che fanno il baciamano e lavorano ancora con cortesia, attenzione, dedizione.

Nella vita ho conosciuto tante persone. Molte sono ancora mie amiche. Sto facendo un lavoro in questo periodo che me ne ha mostrate tante altre meravigliose nel giro di sole tre settimane.

Ci si abitua a tutto. Ho dato per scontato per 33 anni quel Pantheon la cui cupola mi addolciva l’avvio della giornata.

Ma se facilmente si possono dare per scontati i luoghi – malgrado la tanta bellezza che ancora ci circonda e ci toglie il fiato –  mai si possono dare per scontate le persone.

Non so perché i media abbiano scelto di raccontare soprattutto e solo il male. Al punto da convincerci tutti che c’è solo orrore in questo nostro mondo e che ogni speranza va perciò abbandonata.

Io so solo che invece solo la bellezza ci salverà. L’ho sempre pensato. Lo penserò per sempre.

La continuerò a cercare, al di là del Limes.

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Radio che follia


Quando nel 2000 Emilia mi telefonò formalmente per il mio primo contratto Rai ero emozionata e piena di aspettative.

Stelio diceva che era il mio e mi dava tante dritte.

Sono successe tante cose su questo corridoio che sbuca all’Audioteca. Ho ascoltato ore e ore di registrazioni, ho selezionato, analizzato, tagliato, ritrovato, catalogato, raccontato, scritto, parlato, immaginato.

Musica, suono, parole. La Radio è per me l’immagine più riuscita di quello che è l’anima così come ce la rappresentiamo.

In fondo noi non ci vediamo, ma ci sentiamo in qualche maniera distorta e a volte anche con qualche gracchio di troppo.

Pur avendo avuto un rapporto con i media sempre molto indipendente, ho amato molto la Radio.

Mi è stata di conforto, di aiuto, di insegnamento. Mi ha coccolato.

E qua ho incontrato amici, maestri, dolori, intensità.

Sono stati diciassette anni di grande amore.

Ora il distacco. Si chiama proprio così in azienda. E proprio di questo si tratta. Mi distacco fino alla fine di giugno. Poi si vedrà. Un po’ come le pause di riflessione degli amanti stanchi.

Vado a lavorare in Tv. Sarò spesso in viaggio. Mi occuperò di tutt’altro. Almeno per un po’.

Giusto il tempo di capire in che direzione mandare il cuore.

E la Radio?

La radio canta.

Il maiale di Giovanna


Nessuno probabilmente tra Castello di Tora e Colle di Tora ha mai saputo cosa pensasse il maiale di Giovanna.

Fatto sta che le vicende legate al Lago del Turano sono interessanti.

Ogni tanto in Italia qualcuno – nel secolo scorso – si alzava molto presto e decideva: “ci serve tanta ma tanta energia elettrica, POFFERBACCO!”

E costruiva centrali e dighe. Per fortuna non sempre le dighe si costruivano in luoghi inadatti comequella del disastro del Vajont.

Per esempio quella che ha poi formato il lago del Turano (e pure un altro lago ma noi oggi parliamo di questo) ha addirittura addolcito il clima e creato un nuovo habitat per flora fauna e cristianetti. Tranne per quelli che abitavano naturalmente nel villaggio ormai sommerso.

Ma – almeno così dicono le cronache – li dovrebbero aver avvertiti prima e la loro sorte deve essere stata più banale di quella degli abitanti di Atlantide: hanno fondato un nuovo villaggio, nuove pietre, nuove chiese, nuovi cimiteri, nuovi camini che fan fumo.

Ma sia come sia, nulla avrebbe mai smosso Giovanna e il suo maiale. E se il maiale fosse o meno d’accordo nessuno può aver l’ardire di testimoniare.

C’era un villaggio anche sopra ad un monticello, infatti, perché una volta per proteggersi dai briganti e dai lanzichenecchi bisognava poter veder dall’alto e poi tirar le pietre.

Però quando l’acqua arrivò a valle tutti si sa che preferirono le comodità. L’acqua corrente poi non ha prezzo. Prova un po’ tutti i giorni a incollarti l’acqua da basso e farti quella salita un po’?

Io l’ho fatta. Niente di che ma mi ha straccato, come direbbero dalle parti del paese di mio nonno. E non ci avevo mica brocche. Al massimo una bottiglietta da mezzo litro. Naturale e liscia, grazie.

Figuriamoci Giovanna col maiale. Ma lei non se ne voleva mica andare da sopra la montagna. Lei e il maiale. E che avrà pensato mai quel maiale nessuno veramente lo sa.

Poi ci fu la guerra. E poi l’emigrazione. E tutti scendevano a valle. Uno per volta. Alla fine erano rimasti in due sul monticello. C’era un altro signore di cui si è perso il nome e poi Giovanna col maiale.

Ma dopo la guerra anche l’altro s’arrese. Comodità, acqua corrente.

E Giovanna col maiale rimase da sola, a controllare il lago, Atlantide e le siccità.

Alla fine a Dio non rimase altra scelta.

Un mattino di pioggia, tipo quella che ha allagato il Colosseo ieri l’altro, Gesù tirò giù un bel fulmine dal cielo. Di quelli che tagliano in due i pini secolari.

E zacchete! Prese insieme Giovanna col maiale.

E il maiale grugnì.

 

Ed è una storia vera.

Grunf.

Fiori e frutti


Scherzando sul bel cappello di Lucia in partenza per qualche giorno verso una meritata vacanza, mi è venuto da pensare che in effetti quando si parte per una qualsiasi avventura è necessario avere sul cappello il fiore adeguato.

Sembra una faccenda tutta al femminile, ma è una convenzione. Anche un uomo quando parte deve portar con sé il giusto fiore.

Poi però c’è anche la frutta. Che stimola oltre all’olfatto e alla vista anche il gusto.

Leggevo un libro qualche tempo fa che invitava a simulare visioni diverse su se stessi. Pensarci belli invece che brutti, associare all’idea di noi stessi un’immagine che ci faccia stare bene.

Potrebbe essere un vecchio vestito che ci piaceva tanto quando eravamo magri e in forma, oppure Trilly che con la bacchetta magica vola circondata da tante stelline.

Potremmo immaginarci pesche tabacchiere, che sono così buone e dolci e ne mangi in quantità.

Oppure potremmo pensarci semplicemente in una grande casa, con l’aria condizionata, un personal trainer, una vista sul mare.

Eppure io, quando penso a me, immagino sempre di essere un frutto con cui ho avuto solo rari incontri nella vita. Siamo conoscenti, ma non abbiamo mai approfondito il rapporto.

Uno di quei frutti che sono un po’ come quei gioielli meravigliosi che non sono stati costruiti per il tuo collo, per capirci.

Uno di quei frutti che devi sapere come utilizzare. Ed io in defintiva non lo so.

Quando mi fermo a cercare una immagine che vorrei mi rappresentasse fino in fondo, immediatamente davanti a me appare un melograno.

Un sano. E rosso.

Melograno.

Chissà perché…

Pep, le arance, i miei dieci anni e me


Oggi Peppe Voltarelli ha fatto un post su Facebook per ricordare i suoi dieci anni di carriera dal suo primo disco da solo, senza il Parto delle Nuvole pesanti.

Dieci anni, proprio dieci anni fa ci siamo conosciuti con Pep, con la sua scrittura senza punti e senza virgole, il suo piccolo fagotto sulla spalla di personaggio da film muto americano. Che non può guardarsi indietro troppo spesso.

Però oggi l’ha fatto, e chissà perché? Magari si sente un po’ più sedentario, un po’ più invecchiato.

Quando l’ho conosciuto, proprio dieci anni fa, lui era inquieto, strano, insolente eppure dolcissimo. Io invece ero una fresca vedovella, intenta a raccogliere i cocci e a far finta di essere sana.

Ma non lo ero affatto. E lui se ne accorse abbastanza presto.

Mi ricordo ridendo di quando mi disse “testa di cazzo” e di quando siamo andati al Puff e ridevamo senza poter smettere e non certo per lo spettacolo. Per non parlare poi di quella volta che ascoltando un provino di un ragazzetto giovine, gli disse: “Beh, innanzitutto comincerei con l’accordare la chitarra”. Una volta con Pep di notte andammo in un locale dove c’era gente anche un po’ equivoca, in centro. E c’era il karaoke. Allora ci mettemmo a cantare, soprattutto Lucio Battisti. E uno si avvicinò pensando di fargli un grande complimento e gli disse: “Lo sai che la tua voce non è niente male?” e Pep gli rispose un grazie come se fosse la prima volta che prendeva un microfono in mano.

Che ridere e che piangere.

Se Pep ha preso in mano questi dieci anni, non potevo non farlo io che la cifra l’ho fatta tonda per ragioni anagrafiche. Oggi ci ho pensato eccome a questi dieci anni da quando Stelio se ne è andato.

Non penso proprio che siano volati. Li sento tutti. Sento ancora quella paura di dormire con la luce spenta dopo quella morte e poi ricordo di aver spento la luce in stanza e lasciato la lampada sul comodino. E dopo un po’ ho lasciato accesa la luce nella camera da pranzo. E poi l’ho spenta e ho acceso quella del soppalchino.  Infine ho spento tutto ma non ho mai più chiuso le serrande.

Penso a quella luce che non si spegneva mai neanche quando spingevo l’interruttore, e continuava a vivere di vita proprio. E penso a quelle arance regalate da Peppe e poi da Carlo e infine da Ciro. E ai mandarini in fiore. Alle Nine di Raffaella. A quanto avevano ragione lei e Chiara a dire che quell’inizio dello spettacolo andava tagliato e chissà perché mi ero tanto impuntata. Mi ricordo i complimenti di Andrea e di Ulderico, le parole accorate di Clotilde quando lesse il testo. Ricordo tutti quelli che mi hanno aiutato, che ci hanno aiutato.

Penso a quell’amore che mi ha affettato in piccole porzioni il cuore e a quella causa di lavoro che mi ha devastato l’anima.

Ma penso anche all’incontro con Guido Bulla, ai suoi consigli da scrittore, alla mia voglia di vivere in punta di penna, al Premio Tenco dove tornare era sempre una festa e che tanto mi ha dato in termini di crescita professionale.

Penso a Parigi, al Tour de France. Ai disegni sulla sabbia di Licio. A quanto mi hanno dato Timi e Andrea. E i Tetes de bois tutti.

E l’amicizia con Marie, per non dire di Ilaria e di quella volta che mi sono trovata a dormire nella sua stanza e mi dicevo: sto dormendo nella stanza di Ilaria; oddio, allora non era solo una vignetta. Esiste veramente Ilaria.

La mia testa è un calderone, di conoscenze, brutte esperienze, incontri straordinari, amori, dolori, scoperte.

Di crescita soprattutto.

Guardavo Jamil ieri sera e pensavo a quanto la vita ci ha cambiato, da quando lui è venuto a Roma per essere il mio fratellone arabo. Erano gli anni Ottanta.

Siamo cambiati eccome. Però ci piace ancora mangiare.

È tutto dentro. Io ci sono. Sono inquieta. A volte mi sento persa. Ma sono sempre in costruzione. Nell’assenza e nella presenza.

Dieci anni e tutto è cambiato, nelle prospettive, nel sentire, in quello che sono io, in come mi vedono gli altri. In quello che so fare.

Eppure eccomi. Mi riconosco proprio eh.

Chissà perché.

Chissà che cosa pensa Pep (di sé)

Tenco, Targhe, Ammonizioni e Arche di Noè


QUESTO NON È UN POST ABITUALE DI QUESTO BLOG MA UN ARTICOLO RELATIVO ALLE VICENDE DEL CLUB TENCO E DELLE TARGHE TENCO. SCONSIGLIO LA LETTURA A CHI NON SI OCCUPA DI MUSICA D’AUTORE. CONSIGLIO PERO’ LA LETTURA A CHI AMA LA LIBERTÀ D’OPINIONE.

 

Ho deciso di scrivere un pezzo sulle ultime votazioni delle Targhe Tenco spinta da alcune opinioni che ho letto in giro per il web in queste settimane. Ho scelto di farlo ora perché non volevo influenzare né positivamente né negativamente le votazioni in corso con la mia penna proletaria. Ho voluto poi aspettare l’assemblea annuale del Club che si è tenuta ieri a Sanremo con esiti purtroppo gravissimi.

Già da qualche settimana – dopo essermi dimessa dalla giuria delle Targhe – avevo deciso di dimettermi anche da socia. O meglio, avevo deciso che mi sarei dimessa nel caso in cui nell’assemblea di ieri fosse stata approvata una modifica del regolamento che avevo trovato inaccettabile. Non degna di un’associazione di intellettuali e di appassionati di musica e bellezza.

Questo è il passaggio incriminato, che purtroppo è stato approvato dai presenti all’assemblea:

“è compito del Consiglio Direttivo, qualora un socio non mantenga un comportamento eticamente corretto verso il Club o i suoi associati, rendendo pubbliche affermazioni lesive per il Club o per i suoi membri, con qualsivoglia formato, su qualunque supporto, attraverso qualsiasi canale e/o piattaforma distributiva, organi di stampa, social network, ed ogni altro tipo di mezzo di comunicazione ivi compresa la mailing list dei soci, provvedere ad ammonimento ufficiale e in caso di reiterazione alla sua espulsione dal Club sempre ai sensi dell’art. 5 del vigente Statuto.”

In poche parole, in un club dove militano molti giornalisti e critici musicali e esperti di comunicazione, viene imposto il silenzio assoluto in nome di una correttezza etica stabilita proprio dall’organo su cui evidentemente si potrebbe non essere d’accordo.

L’aumm aumm, i panni sporchi si lavano in casa per non parlar di riferimenti storici ben precisi non appartengono alla mia cultura.

Nessuno può vigilare sulla mia correttezza morale, tranne me stessa e il codice etico dell’azienda in cui lavoro, che mi dà lo stipendio e dove sindacati interni ed esterni possono tutelarmi ogni momento.

Non lo accetto da un’associazione dove mi sono iscritta per piacere e dove ho portato nel mio piccolo tutto quello che ho potuto e saputo dare. E dove fino a ieri era possibile esprimere dissenso sia dentro che fuori.

Ieri è stata consegnata una lettera che chiedeva le dimissioni dell’attuale direttivo motivandola in vari punti. La lettera era firmata da 50 persone, cioè circa un terzo dei soci. La lettera era indirizzata anche all’opinione pubblica perché in questi mesi nessuna delle domande fatte all’attuale direttivo ha mai ricevuto una risposta, di nessuna natura. Né quelle sollevate da Enrico de Angelis all’atto delle sue dimissioni, né quelle successive accolte malamente nella mailing list dei soci (che è stata chiusa, in modo da non permettere discussioni). Dicono che non abbiamo accettato un confronto presentandoci all’assemblea. Ma dimenticano che noi eravamo tutti – e anche di più – all’assemblea straordinaria indetta per parlare proprio di queste cose, in febbraio. E avevamo chiesto di farla non a Sanremo per far partecipare più persone possibili. Abbiamo affrontato una spesa anche ingente. Questa volta, a fronte del muro di gomma, abbiamo scelto una via più semplice.

E siamo stati tutti “ammoniti” e minacciati di espulsione.

Io non riconosco la validità di questo tribunale. E mi sono dimessa. E non sono la sola.

Uno dei punti della lettera era proprio relativo alle Targhe. Il Direttivo conosce già la mia posizione perché il mio punto di vista glielo ho comunicato con una lunga lettera e prima che succedesse tutto questo.

Ora è il caso che anche artisti e colleghi conoscano queste motivazioni.

Al primo turno ha votato poco più del 50 per cento dei giurati. La giuria è stata formata negli anni da Enrico de Angelis, Enrico Deregibus e Annino La Posta. Sono andati a cercare tutti quelli che si occupano di musica, di tutta la musica. È una giuria altamente rappresentativa.

I vincitori di quest’anno sono di tutto rispetto. Anche io penso che avrei votato Lolli, avrei votato (soprattutto) Canio Loguercio e Alessandro D’Alessandro (che hanno fatto uno dei dischi più belli realizzati negli ultimi anni) e forse avrei votato Ginevra di Marco. Ma anche gli altri andavano benissimo.

Ed è altamente probabile che avrebbero comunque vinto anche con l’altro 50% di voti mancanti. Anzi, ne sono sicura al cento per cento. E poi io sono fermamente convinta che chi non partecipa si autoesclude e conta chi invece partecipa.

Ma la scelta dell’Aventino non nasceva per contestare questo.

Oltre ad una presa di posizione per la deriva del Club (scelta che non avrebbe richiesto spiegazioni), questa scelta è nata anche per RISPETTO DEGLI ARTISTI.

Chi ha votato seppur in polemica con l’attuale indirizzo del Club, ci ha tenuto a ribadire che lo faceva PER RISPETTO DEGLI ARTISTI.

Io PURE.

Sapete perché? Perché quest’anno la votazione è stata anticipata di 4 mesi, perché il Direttivo aveva bisogno dei nomi per comunicare prima la notizia e vendere più biglietti.

Io non mi formalizzo per questo, ma per ottenere questo scopo si poteva fare altrimenti, anche saltare un giro e invece di votare su 10 mesi si poteva votare più avanti per 15. È solo un esempio delle tante soluzioni che potevano trovarsi. Hanno scelto la peggiore.

Questa scelta ha impedito infatti la formazione di una commissione che, come nei tre anni precedenti, ascoltasse e facesse una prima scrematura. La Commissione era molto utile però si poteva anche abolire. Per carità. Ma nel poco tempo dato, senza aver soprattutto dato comunicazione agli artisti – come negli anni precedenti – che era attivo un forum dove mandare i dischi, a questo forum che funzionava malissimo e dove non si capiva nulla, sono arrivati tipo 150 dischi.

Io ho fatto parte di quella commissione ora abolita per tre anni e in quella commissione di dischi ne arrivavano più di 500 all’anno.

Ecco, io sono sicura che quelli che hanno vinto avrebbero vinto lo stesso. Ma le Targhe non servono solo ai 5 vincitori. Servono soprattutto per consentire agli addetti ai lavori di ascoltare artisti che mai avrebbero la stessa possibilità.

Ecco. Avete fatto bene a votare per rispetto dei 150 che hanno mandato i dischi. Dico davvero: avete fatto bene e lo capisco perfettamente.

Però io non ho votato PER RISPETTO degli altri 350 che nessuno forse ascolterà mai.

Tutto qua.

Ad ogni modo – e penso che su questo saremo d’accordo noi che ci siamo posti un problema a cui abbiamo scelto di dare una soluzione diversa – a perdere in questa vicenda non sono gli artisti e non siamo noi, ma il Club e la sua pessima gestione.

Lo ribadisco: pessima. Ve lo ridico: pessima.

Non resta che andarsene lontano.

Partirà la nave partirà, dove arriverà questo non si sa…

Scrivi ragazza, scrivi


Scrivi ragazza, scrivi, del tempo, dello spazio, del mondo, dei ragazzi come te, di quelli diversi da te, del bianco, del nero, della luce che passa dalla finestra, la tua, la sua, quella del cielo.

Scrivi ragazza, scrivi, della musica, della vita, di Picasso e Caravaggio, della morte, dell’amore, dei saluti che non sono arrivati, di quelli che sono tornati.

Scrivi ragazza, scrivi, dell’arte, del pensiero, dei delusi, degli illusi, dei sospiri, dei lamenti, delle risa, della gioia.

Scrivi ragazza, scrivi, delle piume che cadono dal cielo, del polline in primavera, del sole a picco d’estate, della città, dei luoghi del cuore, dell’andata, del ritorno.

Scrivi ragazza, scrivi, del lavoro, dei viaggi, degli abbandoni, di tuo padre, di tua madre, delle immagine, della parola, dell’immenso.

Scrivi ragazza, scrivi, dell’accordo, del disaccordo, della pioggia, dei torrenti, del mare, del fiume, dell’acqua di lago.

Scrivi ragazza, scrivi, dei profumi, dei nemici, degli amici, dei pomodori freschi d’estate, delle pesche tabacchiere, dei mandarini in fiore.

Scrivi ragazza, scrivi, dei movimenti, dei tormenti, dei parenti, degli spiriti bollenti.

Scrivi ragazza, scrivi!

E così forse, chissà, non li sentirai questi 50 anni che arrivano, molesti, maldestri, insinuanti, ingannatori, bugiardi, intriganti.

E resterai la ragazza che scrive.

P.s. così mi è stato detto, ma in effetti mi sa che era più breve di così. Accontentatevi.

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