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Il critico musicale


è più di un anno che sui social e in privato con colleghi e amici ho espresso la mia idea su quello che dovrebbe essere il ruolo dei critici musicali oggi – perlomeno di quelli che si occupano di musica d’autore – e come la penso sulle recensioni negative e positive.

Ho anche parlato della figura dell’autoreferenziale, quello che fa recensioni per accreditare sé stesso.

Ho scritto questo concetto in vari modi e formule ma la sequenza logica è sempre la stessa.

Ho intanto ritrovato i post e un commento in cui ne ho parlato, con le date. Ora continuerò la ricerca sui commenti, sulle e mail e le chat private. E sugli articoli che ho scritto quest’anno.

Le ragioni di una simile scelta saranno poco chiare per il novanta per cento delle persone. Questo post e questa pubblicazione sono dedicati al 10 per cento che avanza e che saprà fare gli adeguati accostamenti, se vorrà.

Per riderci sopra (e ridere di noi) in privato. Per prendersela. Per comprendere.

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Fare la cosa giusta


Insomma!

A quanto pare questo governo pd-movimento cinque stelle e qualcun altro in appoggio si farà. E si prefissa di arrivare a fine legislatura. Nessun contratto, nessun governo doppio ma un’alleanza sulla base di un programma.

Ho molte cose da dire. Parto da quelle brutte. Che non sono poche e che sappiamo tutti. Ma di cui dobbiamo tutti tenere conto.

Stavo sentendo le parole di Di Maio: è vero che in politica sembra vincere sempre chi dichiara di non sbagliare mai. Ma in questa era spregiudicata, Di Maio ha rivendicato tutto del vecchio governo. Comprese le politiche sulle migrazioni, così odiose. E soprattutto ha detto ancora una volta che non esistono destra e sinistra, ma soluzioni.

Così dicendo sembra ignorare – davvero è possibile? – che non esiste una sola soluzione ad un problema. E che la scelta della soluzione dipende da come concepisci il mondo e il suo bene. E come pensi che lo Stato debba intervenire nella vita sociale, economica e culturale di un Paese. Insomma: dopo tutti questi anni non hanno ancora capito che questa è la Destra e questa è la Sinistra.

Oppure lo sanno. Lo sanno perfettamente. Certo – dall’altra parte – non possiamo dimenticare un altro spregiudicato – un altro “erede”, seppur solo virtuale, della cultura politica dell’era berlusconiana – e naturalmente sto parlando di Renzi. Del suo attaccamento al potere, dei suoi piani in realtà così scoperti. Uno che ha mostrato un’arroganza simile a quella dimostrata da Salvini in questo anno. L’ha mostrata durante il suo governo giudicato odioso proprio dalla parte politica che in realtà avrebbe dovuto rappresentare. L’ha mostrata con quella riforma costituzionale scellerata innanzitutto per i metodi con cui venne approvata, con le opposizioni fuori dall’aula. E scellerata per la presunzione di trasformarla in un plebiscito su di sé. Si trattava della nostra Costituzione. Di una cosa che riguardava tutti gli italiani, comunque la pensassero. E poi c’è stato il jobs act. Quello su cui il mio avvocato del lavoro (una luminare del settore, non una mezza calzetta) disse: “in confronto le politiche di Berlusconi erano calcetti sugli stinchi al lavoratore”. Infine la distruzione del principio sotteso all’articolo 18. Simbolicamente Renzi ha distrutto quello che Berlusconi aveva tentato di massacrare per venti anni.

Ci è riuscito perché in quei venti anni di Berlusconi un’intera generazione è cresciuta dentro ad una cultura – che per sintesi chiamerò televisiva – fatta di urla, di perdita di ogni pudore, di odio, di vuotezza, di risa sguaiate, di testa sotto la sabbia e culo scoperto. Di cosce di fuori. La spregiudicatezza che diventava lezione di marketing. Dell’individualismo godereccio. Mentre una nuova povertà cresceva forte e arrabbiata, incattivita dalla perdita di ogni riferimento. Egoista. Cattiva. In “Delitto e Castigo” si spiega bene la differenza tra povertà e miseria. Andate a cercare il passaggio: è illuminante.

E così la povertà ha dignità e un sistema di valori. Ed erano i nostri. La miseria è immorale, cattiva, razzista; è quella degli animali soli feriti e abbandonati che si scatenano urlando e dilaniando la preda.

La nuova generazione – cresciuta nella crisi da una parte e dall’altra in una Europa che proprio nei giovani mostra il suo lato migliore – per fortuna non è così.

Ma c’è bisogno di tempo.

Intanto noi dobbiamo tenerci i frutti dello scempio. Fatto di innamoramenti coatti degli elettori (in tutti i sensi che vogliamo dare al termine) per personaggi davvero inquietanti. Grillo Renzi Salvini … quali che siano stati i messaggi lanciati sono il frutto di quel mondo. Di quel modo, di quella pratica. Il voto italiano si sposta in massa come uno sciame di api. Alla ricerca di non si sa bene che. Di qualcuno che riempia il frigo, compri un telefono ai figli e tolga le cartelle esattoriali. Perché esiste un pezzo di Italia che vive sommersa: non può più pagare le tasse e quindi sceglie il nero, l’invisibilità e la disperazione. Altro che Ottanta euro e redditi di cittadinanza! E il patto sociale? Lo Stato che dovrebbe aiutare e proteggere e ancora favorire, diventa nemico, cattivo e minaccioso. E allora tutti dietro a chi indica un facile nemico, a chi propone uno Stato che riesce a fare pure di peggio che perseguitare: ci prende in giro.

Questo governo poteva nascere lo scorso anno tranquillamente. Ma l’anima di destra – checché se ne dica – della dirigenza del movimento cinque stelle (l’elettorato di Grillo è diviso e complesso) e l’azione inaccettabile dello stesso Renzi che ora si fa paladino dello spirito di sacrificio ci hanno consegnato dentro un incubo durato un anno. Non siamo nemmeno in grado di capire se carte misure prese siano state buone o meno da un punto di vista economico e sociale. Conta la terribile impressione di un mostro fuori controllo e mangia tutto che ha inebetito una intera popolazione. Un mostro che cresceva sempre di più in questa repubblica dei sondaggi e dei social e della politica trasformata dalle Tv e dai giornali in uno show continuo. O in una soap opera con l’adrenalina sempre a mille.

La politica trasformata in un mostro, un quarto varietà, un quarto reality, un quarto (no)talent, un quarto infine tragedia greca.

Ovviamente non poteva che accadere quello che piano piano si è andato delineando. Salvini con quel suo uso martellante della comunicazione social si è presentato come il vero presidente del consiglio. Il movimento gli ha ceduto un dicastero fondamentale (che errore!)

Tutti i riflettori sono andati esclusivamente su di lui. Il vero presidente del consiglio è stato oggetto di scherno per la sua irrilevanza. Che forse era apparente ma nel mondo delle apparenze (fantasmi compresi) si può finire facilmente in un incubo come quello che abbiamo vissuto.

Sondaggi a tutte le ore mostravano un Salvini sempre più in crescita ed inquietante e lui ogni giorno provava a lanciare il sasso un poco più avanti per capire dove e chi lo avrebbe fermato e sempre pronto a fare quel passetto indietro e dire: no non ci siamo bene intesi.

In realtà già alle elezioni europee – che non sono andate poi così bene per lui – è stato chiaro l’inizio di una reazione. Se tu mi spaventi, all’inizio scappo, ma poi mi fermo a ragionare e capisco che in certe situazioni bisogna attaccare, reagire e contrattare. Ne sa qualcosa Napoleone. Ma questi non conoscono nulla. Si sentono onnipotenti. E forse è meglio così.

Io non sono mai stata una sostenitrice del Pd. Credo sia il frutto di una idea falsa del compromesso storico. Che, peraltro, seppur comprensibile a livello storico, non mi ha mai convinto. Sono laica e socialista (anzi: la mia rabbia verso Craxi nasce dalla consapevolezza che per qualche piatto di lenticchie in più e più condite egli e i suoi hanno distrutto il mio partito di riferimento) e sono sinceramente liberale. Credo nelle istituzioni liberal democratiche, sono una che crede con sincerità nel progresso. Sostengo l’eguaglianza dei punti di partenza senza la quale nessuna vera libertà è possibile. E credo che la libertà non sia un diritto, ma una battaglia costante individuale e sociale, che passa attraverso l’inevitabile assunzione di responsabilità.

Ecco. In questo panorama di totale irresponsabilità mi è parso come se il Pd – con le elezioni del nuovo segretario e un certo movimento di dirigenze, ma anche con una prima timida indicazione di un programma finalmente attento all’ambiente e al lavoro (ai redditi di lavoro) – avesse capito. E non attirando troppo l’attenzione stesse avviando una ricostruzione davvero seria.

Salvini in maniera avida e stolida ha avviato questa crisi consapevole che a Zingaretti comunque sarebbe convenuto andare a votare, perché avrebbe aumentato comunque di gran lunga i consensi, perché il movimento si sarebbe polverizzato riconquistando voti a sinistra (e se non il Pd, formazioni nuove, un domani necessariamente alleate) e perché avrebbe risolto il problema dei gruppi parlamentari ancora troppo vicini a Renzi.

Ma Salvini ha dimenticato che nessuno si fa uccidere volentieri. E che a nessuno piace morire senza nemmeno tentare.

Anche lui ha mostrato tutti i limiti e l’incapacità di una formazione politica sbagliata e carente.

La sua mossa è stata talmente pretestuosa da farlo calare nei sondaggi (maledetti sondaggi) in un attimo. E gli ha fatto perdere potere.

E ho una ragionevole certezza che anche in caso di elezioni prima si sarebbe formato un governo elettorale per impedirgli di occupare il Viminale proprio durante il voto. Cosa che sarebbe stata pericolosissima.

A proposito di questo, apro la parentesi europea: personalmente ho trovato gravissimo che un ministro dell’interno durante una elezione – peraltro così importante – non fosse chiuso al Viminale a controllare che tutto procedesse. Questo senso delle istituzioni cosi basso e così ostentato mi ha ripugnato.

Se si fosse dimesso allora… ma non gli bastava e ha rotto le uova.

E basandomi solo su questo non avevo dubbi sul fatto che bisognasse andare a votare, vendere cara la pelle, lavorare ad una nuova sinistra meno parcellizzata e con delle idee. Alla ricostruzione di un’alleanza vera. Avrebbero vinto quasi sicuramente ma questa è la democrazia e intanto ci si dava del tempo a ricostruirsi. Ma anche il tempo che permettesse ai Renzi e ai Calenda (ben altra statura politica) di andare a ricostruire un centro che fosse credibile e sano e riconoscibile. Alleabile ma diverso da noi. Prima o poi Berlusconi toglierà la sua immagine da Forza Italia. Esiste un elettorato moderato. È lì che i calenda devono andare.

So che il Pd è un partito di centro sinistra e non di sinistra. Ma un partito di centro sinistra non può essere governato da Renzi. Perché Renzi non ha nulla a che vedere per formazione ed idee e retroterra con quella idea e quella tradizione. Neanche della democrazia cristiana di sinistra.

L’errore commesso da chi ha pensato che siccome era il segretario bisognasse stare dalla sua parte è che questo residuo di centralismo democratico è inapplicabile ad un democristiano di centro.

Sono quindi stata da subito contraria al cedere a questa tentazione di governo col movimento che così ha disprezzato la nostra parte politica, i nostri valori, la nostra idea di mondo. Ha disprezzato l’importanza della formazione, della cultura, della ragionevolezza.

Ha scambiato mediazione con compromesso, ha trasformato ogni argomento ragionato in una supercazzola radical chic.

Hanno offeso le donne perché troppo belle o troppo brutte. L’orrore per gli attacchi alla Boldrini e alla Boschi è stato enorme. Politicamente la Boschi è per me addirittura più pericolosa di Renzi. Ma perché devo vivere in un paese in cui si attaccano le donne perché donne e si attaccano anche famiglie fino al sesto grado di parentela? Vogliamo parlare di come è stata trattata la moglie di Renzi? Che cose brutte, Santo Cielo.

Per non parlare dei moralismi disgustosi di gente di cui non sappiamo nulla e non vogliamo sapere.

Reputazioni distrutte da una intera generazione di Masanielli poracci.

Complice ancora una volta una certa informazione gridata e sboccata.

Ho qui parlato male di una intera generazione politica. Non so nulla delle loro persone e della loro vita. Non lo voglio nemmeno sapere.

Magari saranno persone meravigliose tutte. Ma non è questo il punto.

Il giudizio è politico. Perché trasformare la politica in un’area con il pubblico pronto a lapidare i peccatori?

Allearsi con loro quindi? Pericoloso e ingiusto. E ancora una volta poi siamo noi a dover mettere a posto conti e stracci?

Poi ho pensato che sì. Che preferisco che la mia parte politica sia quella responsabile. Quella che difende la forza della cultura e delle cose fatte per bene. Del rispetto dei conti anche. Dei patti, degli impegni presi. Ho pensato che sì: che forse loro possono imparare da noi a lavorare con criterio. A studiare bene le cose. A vivere sulla pelle la necessità a volte del compromesso. Della mediazione e del farsi incontro. Ho pensato che a riportare la loro rivoluzione dentro alle istituzioni possiamo essere noi se anche noi perdiamo la nostra indignazione chic. Ho pensato che noi da loro possiamo recuperare quella spinta al cambiamento, quella spinta al “perché no?” che nella sinistra italiana sembra non esistere più.

Ho pensato che no. Non possiamo permettere che ad eleggere il Presidente della Repubblica sia un parlamento fatta a maggioranza di questa nostra orrenda destra. Che mostra i denti, che rivendica vecchi contenuti, che si fa cattiva, razzista, qualunquista. Che non si chiama fascista. Ma del fascismo dentro sente il richiamo ogni momento.

Se c’è un modo per evitare che la costituzione venga cambiata da loro allora va provato.

Sono fermamente contraria alle modifiche della Costituzione unilaterali. E trovo una baggianata populista ridurre i parlamentari in un paese di milioni e milioni di persone. E poi perché? Per fare il risparmio di Maria Cazzetta?

Però sono favorevole ad una riforma pensata, studiata, ben costruita e soprattutto condivisa …(Renzi, hai presente condivisa?)

E poi ho fretta che si interrompa l’orrore del mare. Questo blocco dei porti, questo andare contro ad ogni principio e valore dell’umanità. Questo nostro Mediterraneo devastato dal dolore, che inghiotte ogni giorno speranze sogni ricordi e amore di persone che stanno cercando di vivere. La vita è un diritto assoluto. Non voglio vivere in un Paese dove la gente è contenta che altra gente muoia. Un paese che ha fastidio di vedere immigrati per la strada perché sono scuri di pelle. No per carità. Aiuto. Basta. Cacciatelo da lì dentro. Prima possibile.

Il governo insieme?

Ci provassero, alfine.

Senza entusiasmo, ma col sorriso sì. Con una timida speranza. Quella di ricostruire un clima più sereno. Basta con questa temperatura alta ovunque. Vogliamo parlare degli inglesi? O di Trump? O della crisi in Germania?

Tutte cosette niente male che non possiamo affrontare a colpi di post su Facebook mentre si mangiano i supplì.

Proviamo. Conte ha mostrato a sorpresa – un altro furbo niente male nella migliore delle nostre tradizioni – una preparazione che rende il tutto meno inquietante. E bene ha fatto – anzi benissimo – Zingaretti a considerarlo leader di riferimento del movimento e non terzo super partes. Così come fa bene a restare fuori dal governo e a provare a continuare questa sua operazione di tessitura all’interno del partito. E anche fuori. Un giorno non lo vorrei presidente del consiglio ma sindaco di Roma. Un giorno forse vorrò uno come Sala presidente e Prodi al Quirinale. Sono uomini che non la pensano come me. Ma so che il segreto della vita – arrivata alla mia età – è non cedere mai nei propri principi ma andare sempre incontro a chi li comprende e li fa giocare con i suoi.

Però a tutti quelli che lo scorso anno non hanno votato o hanno votato Pap – che sembra il nome di un’analisi clinica – e che ora si incazzano col Pd perché non sottostà a tutte le richieste del movimento, genuflessione compresa, a tutti loro voglio dire: “dove è finita la vostra purezza, quel non piegarsi a nulla?” Perché voi non vi piegate mai ma lo pretendete da altri?

Oggi avete paura eh? Ma che ve possino ammazzà vi dico. Proprio a voi lo dico. Con affetto ma lo dico. Perché non ci voleva una laurea particolare per capire che si sarebbero alleati con Salvini e che bisognava votare qualcuno che comunque fosse rappresentato in Parlamento. Che già allora stavamo messi male. Che la democrazia era a rischio. Io personalmente sono stata aggredita per averlo detto. E quando poi l’ho ricordato sono stata trattata comunque con sufficienza. Esiste la funzione: “ho sbagliato” nel nostro cervello. Usiamola qualche volta.

Non ho simpatie per il Pd. Ma dare la colpa al Pd di questa crisi è segno della vostra cattiva coscienza. Non vi assumete la responsabilità di votare chi non è perfetto ma poi volete che questo imperfetto sia la vostra mamma che vi protegga dal lupo cattivo.

Siete degli irresponsabili cazzari.

Vediamo ora se questo governo si formerà.

E che tutti i nostri antenati (ah, gli antichi come avevano ragione a invocare gli spiriti degli antenati!) ce la mandino buona.

Lo dico pure a nome del cuore immacolato di Maria. Povera donna.

L’EUROPA ESISTE?


Oggi, mentre partecipavo al concerto degli Elva Lutza con Ester Formosa al Teatro di Villa Pamphilj – legato al Festival Popolare di Stefano Saletti – a un certo punto ho pensato al libretto di Philippe Daverio che ho appena finito di leggere. Un libretto con quattro discorsi legati all’Europa. Ci ho pensato mentre ascoltavo UNA canzone di Stefano Rosso in catalano.
Daverio spiega di aver permesso una pubblicazione rapida di questi quattro discorsi – due dei quali nati per la scrittura e gli altri due per discorsi pubblici e quindi con un ritmo e uno stile diversi – perché questo è per tutti il momento della militanza. Ognuno deve dare e fare ciò che può. Il momento è grave, anche nel senso letterale del termine.
Così arriva questo contributo – sul senso da dare alla parola Europa – interessante, di rapida e divertente lettura: lo consiglio a tutti.
Di cosa parla? Di come non possiamo che definirci europei a partire dal modo in cui da secoli ci influenziamo e come le cose che consideriamo più uniche e nostre siano in realtà patrimonio comune.
Non si pensi alle filosofie più antiche o a chissà quali trattati d’arte. No. In questo libro si parla di invenzioni medievali (comunque quasi tutte provenienti dal bacino del Mediterraneo) che ci permettono tuttora una serie di cose che consideriamo tutt’altro che medievali. E poi si parla di cibo, di vino. Di cose di tutti i giorni. E si parla di musica. E tutto questo mostra quanto siano ridicole le affermazioni stile “zucchine di mare” della Meloni.
E quanto le diversità abbiano formato uguaglianze. Quanto certe storie, abitudini e vite abbiano creato l’idea d’Europa. Che arriva e precede quella delle Nazioni e in generale la consapevolezza politico-istituzionale di una possibile Europa come Stato sovranazionale.
Come sempre è quindi l’arte, la musica e tutto ciò che concerne la spinta dell’uomo verso il ben essere e il ben vivere a renderci quello che siamo. E non certo la chiusura di porti e di comunicazioni. Nessuna Brexit aiuterà gli inglesi a essere meno europei di quello che sono, loro malgrado.

La diversità è fondamentale. Ma sono le diversità che si incontrano ad aver formato la nostra straordinaria civiltà, che è cresciuta nell’arte dell’incontro e si è distrutta solo quando ha voluto predominare e conquistare. Non è affatto una visione ideale: è Storia.

Fa molto di più quella canzone in catalano di Stefano Rosso a smentire l’idea di Europa della gente come Salvini, di qualsiasi altra cosa.

L’unico modo per battere questa deriva è impegnarsi a mostrare nei fatti questa verità.

Sherazade e il 25 aprile


Ho deciso di festeggiare il mio 25 aprile antifascista, andando a sentire il primo concerto del Festival Popolare italiano organizzato da Stefano Salettial Teatro di Villa Pamphilj.
A cantare e suonare Tre artiste davvero straordinarie: Susanna BuffaGiovanna Famulari e Vanessa Cremaschi. Il loro era un concerto di Canti resistenti. Alcuni popolari, altri d’autore. Naturalmente abbiamo chiuso con il nostro Bella Ciao liberatorio e di Liberazione.
Le tre musiciste hanno a un certo punto intonato una versione di Bella Ciao che non conoscevo. Non era quello delle mondine (quello per cui gli studiosi e gli etnomusicologi discutono da decenni: è nato prima l’uovo o la gallina?). No. era un canto di donne che non vogliono morire.
Giustamente si diceva che il numero impressionante di femminicidi è un segnale chiaro di dove deve andare la battaglia della Resistenza. Non l’unico. Anche quello del clima e dell’ambiente di Greta è fondamentale. Così come quello universale della difesa dei valori democratici e di libertà su cui si fonda la nostra Costituzione e lo spirito (se non gli organismi) della nostra Europa, così vicina eppure ancora così difficile, almeno per noi di mezza età.
No. La frontiera è quella di Sherazade. Che racconta storie per mille e una notte solo per non morire.

Ho capito una cosa in questo ultimo anno. Da certe esperienze infelici ho imparato una lezione grande e ne ho già detto l’altro giorno, parlando della questione del cast del Primo maggio senza quasi nessuna partecipazione femminile.
La questione femminile e femminista non solo non è risolta, ma è ancora lontana anche solo da un vago compimento. So che non c’è alcun paragone tra come vivo io e come potevano vivere le mie nonne. Eppure so che questa presunta eguaglianza mi ha fatto vivere mezzo secolo convinta che eravamo tutti uguali e che le mie capacità, la mia indipendenza e un certo numero di accorgimenti mi avrebbero tenuta al sicuro. Mi sono svegliata una mattina o bella ciao bella ciao ciao ciao
e mi sono accorta che a parità di condizioni non ho fatto la stessa carriera e sono rimasta al palo. Che dal professore dell’Università che molestava le assistenti o le maltrattava non sono stata immune: semplicemente sono scappata, che lavorare bene e senza sbagliare e con competenza e capacità non mi salvava dall’essere in balìa delle perturbazioni di un uomo.
Sono arrivata a 50 anni e ho paura di tornare a casa di notte senza averla mai avuta a venti trenta e quaranta, perché ora mi sento meno forte. E l’età che ho mi mette di fronte a una considerazione maschile tutta di un certo tipo.
Scopro che le peggiori nemiche delle donne sono le donne che attaccano altre donne o dicono: ma però. Donne che si riempiono la bocca di battaglie, sorellanza e orgoglio femminile, ma che guardano da un’altra parte se comunque gli fa comodo l’aguzzino, maschio o femmina che sia.
Vedo situazioni alla #metoo ogni giorno intorno a me, conosco casi di violenza psicologica e morale gravissime.
A volte si uccide anche in altri modi.
Nel frattempo sono le donne ad affannarsi a pulire il culo ai figli, a spazzare cucinare, fare la spesa e correre. Ma alla fine quella è la cosa meno grave perché è la cosa a cui sono più disposti a rinunciare.

Se lo dici troppo, se rivendichi troppo ti diranno che gli uomini non sono tutti uguali e tu dovrai spiegare che trovi gli uomini meravigliosi e non è questa la questione. Alle spalle diranno che sei lesbica, non scopi, sei troppo mascolina, hai le mestruazioni, hai la menopausa, non sorridi, sei troppo rigida. QUale che sia per dirla come Bianca ‘la Jorona’ Giovannini: io so’ me. Noi siamo noi.

Oggi mentre quelle tre donne cantavano ho pensato che io so fare solo una cosa bene: scrivere. Bene senza esagerare, ma direi che me la cavo.

Non ho più l’età per le marce. Ma per scrivere ancora ho testa e occhi. Allora se queste mie nuove consapevolezze serviranno a qualcosa sarà per rivendicare il DIRITTO DI SHERAZADE a raccontare storie per il piacere di farlo e non per non morire.

L’elaborazione del lutto


Ieri sera ho incontrato una persona che viene dall’alta Italia. Una persona a cui tengo molto anche se in teoria ci conosciamo poco. Dico in teoria, perché a volte lo spirito interiore che pur abbiamo si riconosce senza fare troppe storie. E poi – lo sappiamo – che il tempo non esiste. Così, parlando, mi ha detto come ogni volta delle cose molto belle. Anche cose di dolore e di fatica. Ma belle. Ne ha dette anche su di me di molto belle ma non ne voglio tener conto perché giustamente il giorno di Pasqua una mia amica carissima mi ha fatto notare tutte le insidie di quando ci si compiace troppo per gli apprezzamenti e i complimenti. Si rischia di non riconoscere più chi invece solo ti adula per aver altro in cambio. Per rubare quello che non gli appartiene. Così quelle sue belle parole me le tengo per me. Mi ha anche detto però che mi vede scrivere meno, della vita, di me.
Io lo so perché. Io so scrivere quando riesco a far quadrare le cose, quando le cose prendono il loro giusto posto nella mia vita. E diventano una delle tante vite che ho attraversato.
Così io so che sto attraversando una fase di lutto. Sto elaborando, vedo proprio sempre più vicina la luce in fondo al tunnel, che peraltro si è fatto già da molto tempo meno buio, meno umido e senza sorci e altri brutti animali intorno. Ma ancora sono dentro e quindi ho da fare. A volte rallento, a volte faccio qualche piccolo passo indietro, a volte mi affatico a far comprendere alle persone che pur mi vogliono bene che non devono spiegarmi la strada: la conosco. E che quello che chiedo è solo un poco di pazienza.
Ma ci si chiederà: quale lutto?
Si perdono le persone, si perdono le cose. Si perde la fiducia.
Io sto elaborando un lutto gravissimo. Quello della DELUSIONE.
Lo dicevo proprio a quella persona ieri. Anzi. Lo dicevamo insieme.
La delusione verso alcune persone. Delusioni molto molto gravi in qualche caso. Almeno in uno.
Delusione verso me stessa, per non aver capito.
Delusione verso la mia arroganza, che mi ha fatto pensare di star facendo del bene a qualcuno, mentre in realtà stavo collaborado a fare del male a qualcun altro.
Delusione nei confronti di un mondo così maschile. Dove le donne devono faticare ancora così tanto. In tutti i versanti. Dove sono sempre gli uomini ad andare avanti, ad aiutarsi tra loro. E dove noi donne ci danneggiamo spesso anche da sole.
Delusioni quindi.
Dopo l’estate sono rinata. Sono rinata con la mente lucida e senza la mia più grande nemica: l’ansia. è una grande vittoria.
Oggi – dopo aver attraversato ancora qualche mare oscuro – mi sento claudicante ancora, con dei problemi anche pratici da risolvere, con i soldi che non bastano mai, con le preoccupazioni di ogni giorno. C’è stato anche un lutto reale. Uno di quelli che per pudore ho evitato di mostrare. Perché non sono io la protagonista del dolore e il dolore va lasciato vivere e va riconosciuto a chi spetta. Ma ora posso dirlo, credo, che è stata una perdita grande anche per me. E mi fa pensare a tante cose dentro al tunnel. Mentre guardo la luce.

Per questo scrivo meno di me. Perché sto mettendo ordine, mi sto facendo bella per uscire alla luce. Con un anno di più sulle spalle e uno di meno da vivere. Teniamone conto.

 

Intanto vi dedico una canzone di Luigi Maieron che somiglia alla gente come me.
Minoranze un segno meno che non prevale sulle decisioni
persone strane che sanno perdere ma alle loro condizioni
e difendono una ragione senza dar retta alle tante voci
che parlano di quello che sei senza capire quello che provi
è raccogliere piccole tracce piccoli segnali di vita
è diventare adulti presto e non sembrare mai cresciuti
minoranze una sottrazione che non sceglie solo ciò che è deciso
è tenere gli occhi bene aperti guardando attraverso un bel sogno

La commozione del Buongiorno


È vero che sono i piccoli acciacchi a farti capire del tempo che passa. Prima i capelli bianchi, poi le rughe di espressione, magari la perdita di una certa freschezza negli occhi. Finisce che quando ti infili le collant devi sederti e che a volte, certe sere, ti sembra di sentire la presenza di ogni piccolo ossetto dentro di te.

Ma finché ne ridi saranno i mille gesti quotidiani a non invecchiarti. Oggi per esempio ho comprato un album di figurine solo per me e non mi sento affatto puerile. Ogni gesto antico, le parole crociate, i pennarelli, le cartine geografiche scolastiche … è tutto cuore e allegria. È leggerezza. È giovinezza.

La commozione no.

Almeno per me, che ero un sergente di ferro. La commozione no. La commozione è proprio il segno di maturità che fa l’occhiolino all’anzianità.

Ebbene sì, io mi commuovo. Mi commuovo nel rivedere certi film che ho amato senza piangere; mi commuovo per loro ma anche per il ricordo di me mentre li guardavo un tempo. Se penso a certi libri mi commuovo a ripensare a me mentre li scopro, mentre mi dicevano cose che già erano in me. Mentre rispondevano alle mie domande.

Figuriamoci la commozione quando incontro le persone della mia vita. Sono state tante, multiformi, colorate, di tutte le età, di tutte le idee. Di tutti gli amori.

Mi hanno dato tanto. Di esperienze, di pianto, di riso di gioia e dolore, di idee, di mutazioni, di suggerimenti di via di vita e di calore.

D’amore, di gratitudine, di bugie, di disprezzo, di attesa, di stima, di rispetto, di onde e montagne e città.

Mi è stato dato tanto. Ho dato tanto. Ho scelto. Il bilancio è positivo. Nella qualità e nella quantità. Ho avuto delle delusioni cocenti da alcuni. Ma sono stati davvero pochi

Ebbene.

Ho avuto due occasioni di recente per incontrare tanto passato. Una davvero dolorosa. L’altra davvero gioiosa e piena di affacci al futuro. In entrambi i casi mi sono commossa e sono andata anche in confusione. Talmente tante le emozioni da non saperle gestire.

Proprio come i vecchi.

O forse proprio come Stelio che era più grande di me, e che aveva la mia età di oggi quando si commuoveva perché nella Maschera di Ferro cinematografica muore D’Artagnan.

Non mi dispiace. Perché alla fine di tutto questo sono giunta alla conclusione che questa commozione dipende tutta dall’aver compreso l’importanza del “Buongiorno”.

Sì. Del dirlo.

C’è una persona a cui voglio un bene infinito che attraversa un momento particolare. Di passaggio potremmo dire. E lui l’altro giorno mi ha detto che leggere il mio blog a volte gli dà degli spunti.

Si tratta di una persona fantastica. E ha doti straordinarie; come prima cosa lui dice sempre “Buongiorno.”

Buongiorno.

Come è importante dire buongiorno. Augurare con il sorriso all’altro che il suo giorno sia buono davvero. Senza voler niente in cambio. Come gesto altruista. E siano belle le ore.

Quante cose ti danno le persone care, quante cose ti fanno capire dentro. Quante cose ti regalano.

Che il tuo giorno sia sempre felice mi dice sempre questa persona. Che il tuo giorno sia sempre felice io dico a lui.

E mi commuovo.

Le tempeste emotive delle donne: una esperienza personale


Si avvicina l’8 marzo. Non credo molto alle celebrazioni e alle parole vuote. Credo però ai momenti di riflessione. Anche personali. Spesso parto da esperienze per esprimere dei concetti. Accadrà anche stavolta. Con l’avvertenza che quello che scriverò non nasce per colpire qualcuno. Ma per dare a tutti motivi di riflessione. A me, a “qualcuno”, a tutti noi.

Parto dalla vicenda della tempesta emotiva. Cioè del tizio a cui hanno dimezzato la pena perché ha strangolato a mani nude la compagna, in preda, appunto,  a una “tempesta emotiva”. Il giudice ora “si difende” (posto che trovo surreale che un giudice si debba difendere mediaticamente) dicendo che questa persona era particolarmente debole e fragile e quindi nel caso specifico l’attenuante era sensata.

Non conosco il caso, non mi sostituisco al giudice, non entro nel merito della vicenda. Entro nel merito della nostra cultura però. Del nostro humus sociale e culturale che rende possibile questo e vive invece altre tempeste emotive in altro modo.

Parto da me. Da ragazza pensavo che fossimo tutti uguali, che intelligenza e preparazione e forza di volontà perequassero ogni differenza, di origine, di censo e di genere.

Finita la scuola ho toccato con mano quanto non fosse vero. E quanto, per una come me ad esempio, tutto fosse più complicato che per altri. Non a caso una mia amica – che partiva da posizioni più privilegiate – mi dice sempre che ho fatto della mia vita un capolavoro.

Quello che mi è sempre sembrato invece non un particolare problema è stato l’essere donna. Mi sono organizzata. Infatti non ho mai fatto passare le mie vicende professionali attraverso il mio essere donna. Ho sempre adottato un abbigliamento di ordinanza, uno sguardo dritto, un fare asettico. In soldoni, sono stata “femminile” solo quando ero interessata a chi avevo di fronte. Non ho mai sentito neanche la necessità di mostrare che ero appetibile mentre lavoravo.

Ho visto cose non belle in questo senso per esempio all’Università. Però io mi sono sempre difesa.

Non ho mai pensato comunque che il mio essere donna potesse essere un handicap per andare avanti. Su questo mi sentivo molto forte e sicura.

Solo negli ultimi tempi ho capito invece quanto spesso io sia stata babbea.

Che il mondo del lavoro – il mio in modo particolare – è ancora maschile in preponderanza. Nei numeri, nei ruoli di responsabilità, nella mentalità.

Anche femminile. Soprattutto femminile.

E che questo mondo continua a mandare avanti i maschi e a giustificarli sempre e comunque. Mentre noi donne saremo sempre colpevoli di un comportamento inadeguato.

Mi è capitato qualche mese fa di subìre quello che per me è stato un danno professionale, per ragioni non attinenti in alcun modo al mio modo di lavorare. Anzi. Tutto il contrario.

Quando è accaduto ho ragionato in modo “femminile”. Ho cioè pensato che se avessi denunciato pubblicamente la cosa avrei procurato un danno personale a chi mi aveva procurato il danno.

Ho pensato cioè che quel danno nascesse da una “tempesta emotiva” della persona che me l’aveva procurato. E malgrado il danno (e malgrado abbia anche dovuto far intervenire un avvocato, dopo aver ricevuto dei messaggi che mi minacciavano di “emarginazione professionale”, che ovviamente conservo) ho pensato che alla mia dignità ripugnava comportarsmi in un modo simile, così vendicativo e crudele. Che io ero superiore. Che chissenefrega. Che il tempo avrebbe mostrato l’ingiustizia e via discorrendo.

La cosa interessante è stata che tutti, chi più o chi meno, hanno ragionato rispetto alla vicenda sempre in termini di “tempesta emotiva”. Nessuno – o meglio pochi – ha ragionato in termini di danno oggettivo che io subìvo. Anche i più arrabbiati hanno visto la vicenda come un fatto personale.

Infine, altra cosa interessante è che il danno “sarebbe” nato (non è così in realtà ma vabbè..) per una mia reazione pubblica – ma assolutamente anonima – che nasceva da una mia “tempesta emotiva”; in realtà io la chiamo semplicemente “esasperazione totale”, dopo aver inghiottito palate di merda per mesi e mesi e mesi e dopo essermi vista vietata anche la parola, da una persona che dovrebbe stendere tuttora tappeti davanti a me, perché minimo minimo gli ho regalato know how e contatti (per quanto riguarda la professione) e tutto l’appoggio, l’aiuto, l’ascolto, la solidarietà umana di cui sono capace. E in cambio, vi assicuro, solo rogne. Quella mia tempesta emotiva fu sbagliata non per le conseguenze, ma proprio per me stessa.  So però che la rifarei nelle stesse condizioni perché non ne potevo più e perché penso le cose che scrissi (si trattava di un innocuo post su un social, il primo fatto all’indirizzo di quella persona e assicuro che questa persona non può dire la stessa cosa. Ne aveva fatti prima. Ne fece durante. Ne fa ancora oggi). Però i fatti propri bisogna tenerseli per sé. Ma deve essere chiaro che non sono pentita di averlo fatto per le conseguenze che ha generato. Un fatto personale può generare fatti personali. Un fatto professionale può generare fatti professionali. Quando le cose si mischiano, state certi che la donna avrà sbagliato e l’uomo sarà in preda a una tempesta emotiva.

Ma non ho capito solo questo.

Ora che è passato tanto tempo ho capito anche tante altre cose:

che la tempesta emotiva è valutata da tutti (maschi e femmine) una attenuante totale per un maschio e non per una femmina. Anzi, per una femmina è un’aggravante.

Che le donne non riconoscono maschilista l’uomo che parla paternalisticamente di loro. Purché ne parli. Cioè: un uomo che si occupa di donne è un uomo attento alle donne. In realtà tutti dovrebbero occuparsi di tutto. Non basta occuparsi di donne per essere aperti. (Spesso anzi chi lo fa si mette su un pericoloso piedistallo.)

Che in un momento di confusione un mondo totalmente maschile è riuscito a far leva su di me e sulla mia generosità femminile per impedirmi di fare l’unica cosa che avrei semplicemente dovuto fare: cioè dire pubblicamente in tre parole cosa stava succedendo professionalmente senza entrare neanche nel merito della faccenda. Lo scrivevo. Dicevo il fatto secco: da oggi succede questo per volontà di questa persona. Punto. E a capo. Se qualcuno mi avesse chiesto perché avrei risposto che non era per ragioni professionali.

Che questo mondo maschile è proprio totalmente maschile. Sono tutti solo maschi e come mi spiegava l’altro giorno una mia insospettabile amica (nel senso che non sapevo la vedesse in questo modo), lì ho fatto l’errore più grande: non capire che io sono “Malantrucco”, ho una mia riconoscibilità, sono brava e quindi andavo fatta fuori quanto prima. Come estranea e come donna. E non sto parlando di chi era in preda alla tempesta emotiva (che peraltro non deve essergli ancora passata). Parlo di tutti quelli che ha intorno. Che non hanno tutelato lui. Hanno tutelato però il loro ambiente maschile e chiuso. E lo hanno fatto alla grande. Chapeau. M’avete proprio fregato. In campana però alle partite di ritorno.

Racconto tutto questo per dire semplicemente che ora che vedo questa vicenda lontana, a parte la rabbia per non essere stata lucida in quel momento, mi rendo conto che noi donne dobbiamo fare davvero tanta tanta strada per raggiungere quella parità che non riusciamo ancora neanche a vivere interiormente. Che la colpa è mia. Semplicemente perché ho agito da donna. E non da persona che lavora.

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