Gatto Atlantico

Home » Uncategorized

Category Archives: Uncategorized

Annunci

L’EUROPA ESISTE?


Oggi, mentre partecipavo al concerto degli Elva Lutza con Ester Formosa al Teatro di Villa Pamphilj – legato al Festival Popolare di Stefano Saletti – a un certo punto ho pensato al libretto di Philippe Daverio che ho appena finito di leggere. Un libretto con quattro discorsi legati all’Europa. Ci ho pensato mentre ascoltavo UNA canzone di Stefano Rosso in catalano.
Daverio spiega di aver permesso una pubblicazione rapida di questi quattro discorsi – due dei quali nati per la scrittura e gli altri due per discorsi pubblici e quindi con un ritmo e uno stile diversi – perché questo è per tutti il momento della militanza. Ognuno deve dare e fare ciò che può. Il momento è grave, anche nel senso letterale del termine.
Così arriva questo contributo – sul senso da dare alla parola Europa – interessante, di rapida e divertente lettura: lo consiglio a tutti.
Di cosa parla? Di come non possiamo che definirci europei a partire dal modo in cui da secoli ci influenziamo e come le cose che consideriamo più uniche e nostre siano in realtà patrimonio comune.
Non si pensi alle filosofie più antiche o a chissà quali trattati d’arte. No. In questo libro si parla di invenzioni medievali (comunque quasi tutte provenienti dal bacino del Mediterraneo) che ci permettono tuttora una serie di cose che consideriamo tutt’altro che medievali. E poi si parla di cibo, di vino. Di cose di tutti i giorni. E si parla di musica. E tutto questo mostra quanto siano ridicole le affermazioni stile “zucchine di mare” della Meloni.
E quanto le diversità abbiano formato uguaglianze. Quanto certe storie, abitudini e vite abbiano creato l’idea d’Europa. Che arriva e precede quella delle Nazioni e in generale la consapevolezza politico-istituzionale di una possibile Europa come Stato sovranazionale.
Come sempre è quindi l’arte, la musica e tutto ciò che concerne la spinta dell’uomo verso il ben essere e il ben vivere a renderci quello che siamo. E non certo la chiusura di porti e di comunicazioni. Nessuna Brexit aiuterà gli inglesi a essere meno europei di quello che sono, loro malgrado.

La diversità è fondamentale. Ma sono le diversità che si incontrano ad aver formato la nostra straordinaria civiltà, che è cresciuta nell’arte dell’incontro e si è distrutta solo quando ha voluto predominare e conquistare. Non è affatto una visione ideale: è Storia.

Fa molto di più quella canzone in catalano di Stefano Rosso a smentire l’idea di Europa della gente come Salvini, di qualsiasi altra cosa.

L’unico modo per battere questa deriva è impegnarsi a mostrare nei fatti questa verità.

Annunci

Sherazade e il 25 aprile


Ho deciso di festeggiare il mio 25 aprile antifascista, andando a sentire il primo concerto del Festival Popolare italiano organizzato da Stefano Salettial Teatro di Villa Pamphilj.
A cantare e suonare Tre artiste davvero straordinarie: Susanna BuffaGiovanna Famulari e Vanessa Cremaschi. Il loro era un concerto di Canti resistenti. Alcuni popolari, altri d’autore. Naturalmente abbiamo chiuso con il nostro Bella Ciao liberatorio e di Liberazione.
Le tre musiciste hanno a un certo punto intonato una versione di Bella Ciao che non conoscevo. Non era quello delle mondine (quello per cui gli studiosi e gli etnomusicologi discutono da decenni: è nato prima l’uovo o la gallina?). No. era un canto di donne che non vogliono morire.
Giustamente si diceva che il numero impressionante di femminicidi è un segnale chiaro di dove deve andare la battaglia della Resistenza. Non l’unico. Anche quello del clima e dell’ambiente di Greta è fondamentale. Così come quello universale della difesa dei valori democratici e di libertà su cui si fonda la nostra Costituzione e lo spirito (se non gli organismi) della nostra Europa, così vicina eppure ancora così difficile, almeno per noi di mezza età.
No. La frontiera è quella di Sherazade. Che racconta storie per mille e una notte solo per non morire.

Ho capito una cosa in questo ultimo anno. Da certe esperienze infelici ho imparato una lezione grande e ne ho già detto l’altro giorno, parlando della questione del cast del Primo maggio senza quasi nessuna partecipazione femminile.
La questione femminile e femminista non solo non è risolta, ma è ancora lontana anche solo da un vago compimento. So che non c’è alcun paragone tra come vivo io e come potevano vivere le mie nonne. Eppure so che questa presunta eguaglianza mi ha fatto vivere mezzo secolo convinta che eravamo tutti uguali e che le mie capacità, la mia indipendenza e un certo numero di accorgimenti mi avrebbero tenuta al sicuro. Mi sono svegliata una mattina o bella ciao bella ciao ciao ciao
e mi sono accorta che a parità di condizioni non ho fatto la stessa carriera e sono rimasta al palo. Che dal professore dell’Università che molestava le assistenti o le maltrattava non sono stata immune: semplicemente sono scappata, che lavorare bene e senza sbagliare e con competenza e capacità non mi salvava dall’essere in balìa delle perturbazioni di un uomo.
Sono arrivata a 50 anni e ho paura di tornare a casa di notte senza averla mai avuta a venti trenta e quaranta, perché ora mi sento meno forte. E l’età che ho mi mette di fronte a una considerazione maschile tutta di un certo tipo.
Scopro che le peggiori nemiche delle donne sono le donne che attaccano altre donne o dicono: ma però. Donne che si riempiono la bocca di battaglie, sorellanza e orgoglio femminile, ma che guardano da un’altra parte se comunque gli fa comodo l’aguzzino, maschio o femmina che sia.
Vedo situazioni alla #metoo ogni giorno intorno a me, conosco casi di violenza psicologica e morale gravissime.
A volte si uccide anche in altri modi.
Nel frattempo sono le donne ad affannarsi a pulire il culo ai figli, a spazzare cucinare, fare la spesa e correre. Ma alla fine quella è la cosa meno grave perché è la cosa a cui sono più disposti a rinunciare.

Se lo dici troppo, se rivendichi troppo ti diranno che gli uomini non sono tutti uguali e tu dovrai spiegare che trovi gli uomini meravigliosi e non è questa la questione. Alle spalle diranno che sei lesbica, non scopi, sei troppo mascolina, hai le mestruazioni, hai la menopausa, non sorridi, sei troppo rigida. QUale che sia per dirla come Bianca ‘la Jorona’ Giovannini: io so’ me. Noi siamo noi.

Oggi mentre quelle tre donne cantavano ho pensato che io so fare solo una cosa bene: scrivere. Bene senza esagerare, ma direi che me la cavo.

Non ho più l’età per le marce. Ma per scrivere ancora ho testa e occhi. Allora se queste mie nuove consapevolezze serviranno a qualcosa sarà per rivendicare il DIRITTO DI SHERAZADE a raccontare storie per il piacere di farlo e non per non morire.

L’elaborazione del lutto


Ieri sera ho incontrato una persona che viene dall’alta Italia. Una persona a cui tengo molto anche se in teoria ci conosciamo poco. Dico in teoria, perché a volte lo spirito interiore che pur abbiamo si riconosce senza fare troppe storie. E poi – lo sappiamo – che il tempo non esiste. Così, parlando, mi ha detto come ogni volta delle cose molto belle. Anche cose di dolore e di fatica. Ma belle. Ne ha dette anche su di me di molto belle ma non ne voglio tener conto perché giustamente il giorno di Pasqua una mia amica carissima mi ha fatto notare tutte le insidie di quando ci si compiace troppo per gli apprezzamenti e i complimenti. Si rischia di non riconoscere più chi invece solo ti adula per aver altro in cambio. Per rubare quello che non gli appartiene. Così quelle sue belle parole me le tengo per me. Mi ha anche detto però che mi vede scrivere meno, della vita, di me.
Io lo so perché. Io so scrivere quando riesco a far quadrare le cose, quando le cose prendono il loro giusto posto nella mia vita. E diventano una delle tante vite che ho attraversato.
Così io so che sto attraversando una fase di lutto. Sto elaborando, vedo proprio sempre più vicina la luce in fondo al tunnel, che peraltro si è fatto già da molto tempo meno buio, meno umido e senza sorci e altri brutti animali intorno. Ma ancora sono dentro e quindi ho da fare. A volte rallento, a volte faccio qualche piccolo passo indietro, a volte mi affatico a far comprendere alle persone che pur mi vogliono bene che non devono spiegarmi la strada: la conosco. E che quello che chiedo è solo un poco di pazienza.
Ma ci si chiederà: quale lutto?
Si perdono le persone, si perdono le cose. Si perde la fiducia.
Io sto elaborando un lutto gravissimo. Quello della DELUSIONE.
Lo dicevo proprio a quella persona ieri. Anzi. Lo dicevamo insieme.
La delusione verso alcune persone. Delusioni molto molto gravi in qualche caso. Almeno in uno.
Delusione verso me stessa, per non aver capito.
Delusione verso la mia arroganza, che mi ha fatto pensare di star facendo del bene a qualcuno, mentre in realtà stavo collaborado a fare del male a qualcun altro.
Delusione nei confronti di un mondo così maschile. Dove le donne devono faticare ancora così tanto. In tutti i versanti. Dove sono sempre gli uomini ad andare avanti, ad aiutarsi tra loro. E dove noi donne ci danneggiamo spesso anche da sole.
Delusioni quindi.
Dopo l’estate sono rinata. Sono rinata con la mente lucida e senza la mia più grande nemica: l’ansia. è una grande vittoria.
Oggi – dopo aver attraversato ancora qualche mare oscuro – mi sento claudicante ancora, con dei problemi anche pratici da risolvere, con i soldi che non bastano mai, con le preoccupazioni di ogni giorno. C’è stato anche un lutto reale. Uno di quelli che per pudore ho evitato di mostrare. Perché non sono io la protagonista del dolore e il dolore va lasciato vivere e va riconosciuto a chi spetta. Ma ora posso dirlo, credo, che è stata una perdita grande anche per me. E mi fa pensare a tante cose dentro al tunnel. Mentre guardo la luce.

Per questo scrivo meno di me. Perché sto mettendo ordine, mi sto facendo bella per uscire alla luce. Con un anno di più sulle spalle e uno di meno da vivere. Teniamone conto.

 

Intanto vi dedico una canzone di Luigi Maieron che somiglia alla gente come me.
Minoranze un segno meno che non prevale sulle decisioni
persone strane che sanno perdere ma alle loro condizioni
e difendono una ragione senza dar retta alle tante voci
che parlano di quello che sei senza capire quello che provi
è raccogliere piccole tracce piccoli segnali di vita
è diventare adulti presto e non sembrare mai cresciuti
minoranze una sottrazione che non sceglie solo ciò che è deciso
è tenere gli occhi bene aperti guardando attraverso un bel sogno

La commozione del Buongiorno


È vero che sono i piccoli acciacchi a farti capire del tempo che passa. Prima i capelli bianchi, poi le rughe di espressione, magari la perdita di una certa freschezza negli occhi. Finisce che quando ti infili le collant devi sederti e che a volte, certe sere, ti sembra di sentire la presenza di ogni piccolo ossetto dentro di te.

Ma finché ne ridi saranno i mille gesti quotidiani a non invecchiarti. Oggi per esempio ho comprato un album di figurine solo per me e non mi sento affatto puerile. Ogni gesto antico, le parole crociate, i pennarelli, le cartine geografiche scolastiche … è tutto cuore e allegria. È leggerezza. È giovinezza.

La commozione no.

Almeno per me, che ero un sergente di ferro. La commozione no. La commozione è proprio il segno di maturità che fa l’occhiolino all’anzianità.

Ebbene sì, io mi commuovo. Mi commuovo nel rivedere certi film che ho amato senza piangere; mi commuovo per loro ma anche per il ricordo di me mentre li guardavo un tempo. Se penso a certi libri mi commuovo a ripensare a me mentre li scopro, mentre mi dicevano cose che già erano in me. Mentre rispondevano alle mie domande.

Figuriamoci la commozione quando incontro le persone della mia vita. Sono state tante, multiformi, colorate, di tutte le età, di tutte le idee. Di tutti gli amori.

Mi hanno dato tanto. Di esperienze, di pianto, di riso di gioia e dolore, di idee, di mutazioni, di suggerimenti di via di vita e di calore.

D’amore, di gratitudine, di bugie, di disprezzo, di attesa, di stima, di rispetto, di onde e montagne e città.

Mi è stato dato tanto. Ho dato tanto. Ho scelto. Il bilancio è positivo. Nella qualità e nella quantità. Ho avuto delle delusioni cocenti da alcuni. Ma sono stati davvero pochi

Ebbene.

Ho avuto due occasioni di recente per incontrare tanto passato. Una davvero dolorosa. L’altra davvero gioiosa e piena di affacci al futuro. In entrambi i casi mi sono commossa e sono andata anche in confusione. Talmente tante le emozioni da non saperle gestire.

Proprio come i vecchi.

O forse proprio come Stelio che era più grande di me, e che aveva la mia età di oggi quando si commuoveva perché nella Maschera di Ferro cinematografica muore D’Artagnan.

Non mi dispiace. Perché alla fine di tutto questo sono giunta alla conclusione che questa commozione dipende tutta dall’aver compreso l’importanza del “Buongiorno”.

Sì. Del dirlo.

C’è una persona a cui voglio un bene infinito che attraversa un momento particolare. Di passaggio potremmo dire. E lui l’altro giorno mi ha detto che leggere il mio blog a volte gli dà degli spunti.

Si tratta di una persona fantastica. E ha doti straordinarie; come prima cosa lui dice sempre “Buongiorno.”

Buongiorno.

Come è importante dire buongiorno. Augurare con il sorriso all’altro che il suo giorno sia buono davvero. Senza voler niente in cambio. Come gesto altruista. E siano belle le ore.

Quante cose ti danno le persone care, quante cose ti fanno capire dentro. Quante cose ti regalano.

Che il tuo giorno sia sempre felice mi dice sempre questa persona. Che il tuo giorno sia sempre felice io dico a lui.

E mi commuovo.

Le tempeste emotive delle donne: una esperienza personale


Si avvicina l’8 marzo. Non credo molto alle celebrazioni e alle parole vuote. Credo però ai momenti di riflessione. Anche personali. Spesso parto da esperienze per esprimere dei concetti. Accadrà anche stavolta. Con l’avvertenza che quello che scriverò non nasce per colpire qualcuno. Ma per dare a tutti motivi di riflessione. A me, a “qualcuno”, a tutti noi.

Parto dalla vicenda della tempesta emotiva. Cioè del tizio a cui hanno dimezzato la pena perché ha strangolato a mani nude la compagna, in preda, appunto,  a una “tempesta emotiva”. Il giudice ora “si difende” (posto che trovo surreale che un giudice si debba difendere mediaticamente) dicendo che questa persona era particolarmente debole e fragile e quindi nel caso specifico l’attenuante era sensata.

Non conosco il caso, non mi sostituisco al giudice, non entro nel merito della vicenda. Entro nel merito della nostra cultura però. Del nostro humus sociale e culturale che rende possibile questo e vive invece altre tempeste emotive in altro modo.

Parto da me. Da ragazza pensavo che fossimo tutti uguali, che intelligenza e preparazione e forza di volontà perequassero ogni differenza, di origine, di censo e di genere.

Finita la scuola ho toccato con mano quanto non fosse vero. E quanto, per una come me ad esempio, tutto fosse più complicato che per altri. Non a caso una mia amica – che partiva da posizioni più privilegiate – mi dice sempre che ho fatto della mia vita un capolavoro.

Quello che mi è sempre sembrato invece non un particolare problema è stato l’essere donna. Mi sono organizzata. Infatti non ho mai fatto passare le mie vicende professionali attraverso il mio essere donna. Ho sempre adottato un abbigliamento di ordinanza, uno sguardo dritto, un fare asettico. In soldoni, sono stata “femminile” solo quando ero interessata a chi avevo di fronte. Non ho mai sentito neanche la necessità di mostrare che ero appetibile mentre lavoravo.

Ho visto cose non belle in questo senso per esempio all’Università. Però io mi sono sempre difesa.

Non ho mai pensato comunque che il mio essere donna potesse essere un handicap per andare avanti. Su questo mi sentivo molto forte e sicura.

Solo negli ultimi tempi ho capito invece quanto spesso io sia stata babbea.

Che il mondo del lavoro – il mio in modo particolare – è ancora maschile in preponderanza. Nei numeri, nei ruoli di responsabilità, nella mentalità.

Anche femminile. Soprattutto femminile.

E che questo mondo continua a mandare avanti i maschi e a giustificarli sempre e comunque. Mentre noi donne saremo sempre colpevoli di un comportamento inadeguato.

Mi è capitato qualche mese fa di subìre quello che per me è stato un danno professionale, per ragioni non attinenti in alcun modo al mio modo di lavorare. Anzi. Tutto il contrario.

Quando è accaduto ho ragionato in modo “femminile”. Ho cioè pensato che se avessi denunciato pubblicamente la cosa avrei procurato un danno personale a chi mi aveva procurato il danno.

Ho pensato cioè che quel danno nascesse da una “tempesta emotiva” della persona che me l’aveva procurato. E malgrado il danno (e malgrado abbia anche dovuto far intervenire un avvocato, dopo aver ricevuto dei messaggi che mi minacciavano di “emarginazione professionale”, che ovviamente conservo) ho pensato che alla mia dignità ripugnava comportarsmi in un modo simile, così vendicativo e crudele. Che io ero superiore. Che chissenefrega. Che il tempo avrebbe mostrato l’ingiustizia e via discorrendo.

La cosa interessante è stata che tutti, chi più o chi meno, hanno ragionato rispetto alla vicenda sempre in termini di “tempesta emotiva”. Nessuno – o meglio pochi – ha ragionato in termini di danno oggettivo che io subìvo. Anche i più arrabbiati hanno visto la vicenda come un fatto personale.

Infine, altra cosa interessante è che il danno “sarebbe” nato (non è così in realtà ma vabbè..) per una mia reazione pubblica – ma assolutamente anonima – che nasceva da una mia “tempesta emotiva”; in realtà io la chiamo semplicemente “esasperazione totale”, dopo aver inghiottito palate di merda per mesi e mesi e mesi e dopo essermi vista vietata anche la parola, da una persona che dovrebbe stendere tuttora tappeti davanti a me, perché minimo minimo gli ho regalato know how e contatti (per quanto riguarda la professione) e tutto l’appoggio, l’aiuto, l’ascolto, la solidarietà umana di cui sono capace. E in cambio, vi assicuro, solo rogne. Quella mia tempesta emotiva fu sbagliata non per le conseguenze, ma proprio per me stessa.  So però che la rifarei nelle stesse condizioni perché non ne potevo più e perché penso le cose che scrissi (si trattava di un innocuo post su un social, il primo fatto all’indirizzo di quella persona e assicuro che questa persona non può dire la stessa cosa. Ne aveva fatti prima. Ne fece durante. Ne fa ancora oggi). Però i fatti propri bisogna tenerseli per sé. Ma deve essere chiaro che non sono pentita di averlo fatto per le conseguenze che ha generato. Un fatto personale può generare fatti personali. Un fatto professionale può generare fatti professionali. Quando le cose si mischiano, state certi che la donna avrà sbagliato e l’uomo sarà in preda a una tempesta emotiva.

Ma non ho capito solo questo.

Ora che è passato tanto tempo ho capito anche tante altre cose:

che la tempesta emotiva è valutata da tutti (maschi e femmine) una attenuante totale per un maschio e non per una femmina. Anzi, per una femmina è un’aggravante.

Che le donne non riconoscono maschilista l’uomo che parla paternalisticamente di loro. Purché ne parli. Cioè: un uomo che si occupa di donne è un uomo attento alle donne. In realtà tutti dovrebbero occuparsi di tutto. Non basta occuparsi di donne per essere aperti. (Spesso anzi chi lo fa si mette su un pericoloso piedistallo.)

Che in un momento di confusione un mondo totalmente maschile è riuscito a far leva su di me e sulla mia generosità femminile per impedirmi di fare l’unica cosa che avrei semplicemente dovuto fare: cioè dire pubblicamente in tre parole cosa stava succedendo professionalmente senza entrare neanche nel merito della faccenda. Lo scrivevo. Dicevo il fatto secco: da oggi succede questo per volontà di questa persona. Punto. E a capo. Se qualcuno mi avesse chiesto perché avrei risposto che non era per ragioni professionali.

Che questo mondo maschile è proprio totalmente maschile. Sono tutti solo maschi e come mi spiegava l’altro giorno una mia insospettabile amica (nel senso che non sapevo la vedesse in questo modo), lì ho fatto l’errore più grande: non capire che io sono “Malantrucco”, ho una mia riconoscibilità, sono brava e quindi andavo fatta fuori quanto prima. Come estranea e come donna. E non sto parlando di chi era in preda alla tempesta emotiva (che peraltro non deve essergli ancora passata). Parlo di tutti quelli che ha intorno. Che non hanno tutelato lui. Hanno tutelato però il loro ambiente maschile e chiuso. E lo hanno fatto alla grande. Chapeau. M’avete proprio fregato. In campana però alle partite di ritorno.

Racconto tutto questo per dire semplicemente che ora che vedo questa vicenda lontana, a parte la rabbia per non essere stata lucida in quel momento, mi rendo conto che noi donne dobbiamo fare davvero tanta tanta strada per raggiungere quella parità che non riusciamo ancora neanche a vivere interiormente. Che la colpa è mia. Semplicemente perché ho agito da donna. E non da persona che lavora.

Quello che ho visto e sentito a Sanremo, tra canzoni e contaminazioni


Post musicale (più o meno). Andare oltre casomai

 

Vorrei lasciare alcune impressioni che mi restano su questa edizione del Festival di Sanremo, consapevole che tra una settimana tutto si spegnerà e resteranno solo le radio a mandare canzoni.

Ieri mattina però ero impegnata in un trasloco e tra andata e ritorno una era la canzone che già andava in giro: quella di Mahmood, “Soldi”. E ho pensato tra me e me che questo ragazzo aveva già vinto. Non pensavo mai che potesse farcela proprio per la vittoria finale, perché sapevo che la partecipazione popolare per sms avrebbe premiato persone con maggiore visibilità. In fondo Mahmood era un giovane esordiente, arrivato in finale per selezione. Uno come Ultimo invece, che fa i concerti allo Stadio Olimpico dopo un anno di carriera, è chiaro e banale che avrebbe preso più voti. Non ci poteva essere storia. Per fortuna il regolamento era fatto in modo per cui la canzone più apprezzata in senso relativo da tutti avesse la vittoria.

E difatti è così. Si può pensare quello che si vuole della canzone, ma in effetti è un pezzo che arriva immediato al traguardo. Lui è giovane e piace ai giovani e – come dicevo – alle radio. Ha una voce particolare e avvincente. Il ritmo della sua canzone, l’arrangiamento con sonorità tribali, la contaminazione tra rap, melodie classiche e ritmi africani era chiara, diretta, orecchiabile e coinvolgente.

Martedì sera mi trovavo insieme ad amici a vedere la gara. Il gruppo di ascolto – fatto essenzialmente di musicisti e addetti ai lavori – dopo ore e ore di musica quasi tutta inutile o scontata, era esausto. Le orecchie chiedevano pietà e tutto appariva uguale a se stesso. Eppure Mahmood – che ha suonato tra gli ultimi – ci ha subito colpito. È partito l’immediato: “Aho, mica male”, “Ah però”… eccetera. La voglia è stata subito quella di andare a riascoltare, a leggere il testo, a capire meglio.

A nessuno, in quella fase, interessava la provenienza del giovane. A tutti interessava questa canzone che faceva della contaminazione di suoni e cultura la differenza. Una differenza che può anche urtare i nervi, volendo. Ma la faceva eccome.

E poi vai a scoprire che tra inni alle droghe scontati e invocazioni a nonni, prozie, amori e fidanzate, tatuaggi, gioielli e pose conformiste nell’anticonformismo, questa era una canzone “d’autore” a tutti gli effetti, perché a leggere il testo scoprivi che questo ragazzo raccontava probabilmente della sua vita, comunque di un padre andato via per perdita di dignità, di un sistema di valori sbagliato (“Soldi”, appunto) e lo raccontava con la semplicità e la rabbia di un giovane italiano, che manda un messaggio diretto senza bisogno di maschere.

Di Mahmood ho apprezzato il modo di salire sul palco, la semplicità, la mancanza di aggressività eppure la forza del suo messaggio. E il suo sound che mi resta in testa.

Poi arriva il resto, le polemiche idiote, le inutili strumentalizzazioni politiche.

Io ho molto goduto di questa vittoria, non perché il ragazzo è italo egiziano e parla di Nargilè e ramadan nel suo pezzo.

Ho molto goduto perché – al di là di tutto e delle resistenze di un mondo che non accetta la diversità, oppure l’accetta e se ne fa pure vanto considerandola comunque diversità (è pure peggio) – ha vinto la realtà. E la realtà italiana è che Alessandro Mahmood è italiano al cento per cento, come dice lui, parla sardo e milanese. Ha studiato in Italia. E questa è l’Italia del futuro. Dove può accadere che tuo padre sia uno che beva champagne sotto ramadan esattamente come un altro padre che va in chiesa la domenica e poi torna a casa e picchia ubriaco i figli… dove insomma ipocrisia, mancanza di dignità, assenza e alienazione riguardano tutti.

In fondo il ragazzo Mahmood può essere un amico dell’alienato figlio raccontato altrettanto bene da Silvestri e Rancore (e Manuel Agnelli), in quell’altro pugno nello stomaco necessario che è stato “Argentovivo”.

Cosa altro salvo di questa edizione? la grinta, la forza, il coraggio, l’urlo sgraziato di una grande come Loredana Bertè, anche se secondo me il pezzo non era bellissimo. Sarei stata felice se avesse vinto. Salvo anche Motta, pure se non sarebbe dovuto salire sul palco come se fosse stato Francesco Renga con la voce ancora incolta. Doveva portare di più se stesso: la canzone – che parla di migrazione – è un bel pezzo se sentito col suo arrangiamento originale. Speriamo che l’entrata nel mondo delle major non inietti acqua nel sangue anarchico di questo talento della musica italiana. Il suo sound non è nelle mie corde come il rap contaminato di Mahmood, ma ne riconosco l’elettrico futuro.

Mi hanno un po’ deluso gli Zen Circus che avevano una canzone con un testo straordinario. Ma non decollava mai. Va bene tutto, ma quel pezzo aveva proprio bisogno di un dannato ritornello.

Voglio pure spendere una parola su Anna Tatangelo che – per una volta – ha cantato con dignità e senza pose un pezzo piccolino ma che ha reso al meglio. Andava bene per un Sanremo classico, anni Ottanta e Novanta.

Non sono riuscita invece a capire il pezzo di Arisa, la cui voce normalmente amo molto. E sinceramente per me il pezzo di Paola Turci è proprio non pervenuto.

Delusione per me grande – anche in proporzione alla grandezza dell’artista che stimo e amo moltissimo – è stato Simone Cristicchi. Il testo della canzone pareva l’Angelus del Papa. E comunque continuo a pensare che sia necessario prendersi cura del prossimo, prima di chiederla. È una battuta, ma il punto è che sono una che fotografa i fiori in mezzo all’asfalto e quindi non sono estranea al messaggio d’amore. Ma vi era qualcosa di volutamente ammiccante alle disperazioni della gente in questa canzone; e quindi spero di dimenticarla in fretta. Inoltre somiglia troppo al tema di “Risvegli” perché possa essere una casualità. Non è un plagio tecnicamente, ma le orecchie non fanno questioni di numero di battute.

Sugli altri non ho molto da dire. Mi è sembrata tutta una melassa che si confondeva nelle mie orecchie.

Ma un bravo va detto a Claudio Baglioni per aver dato risalto alle canzoni più che a tutto il resto. Questo è stato il valore aggiunto delle ultime due edizioni del Festival. Perché in fondo è il Festival della canzone italiana e non dei cantanti. E aver dato modo di ascoltarle più di una volta ha favorito l’approfondimento a chi davvero voleva farlo.

SI sente troppa poca musica in Tv e certo magari vorremmo ascoltare cose che amiamo di più. Ma il cast era davvero variegato. I giovani hanno guardato il Festival e pure i vecchi. Peccato che le canzoni per la maggior parte non fossero all’altezza. Erano già sentite e banali.

Ma tutto sommato – considerato che quasi sempre la maggior parte è da buttare – va anche bene così.

Meno bene gli autori dello spettacolo televisivo. Quando ero piccola dicevamo: “Lo spirito di Patata”. Ecco. I poveri tre conduttori hanno dovuto sostenere momenti imbarazzanti per bambini scioccherelli. Ma perché?

E poi non potrò mai dimenticare il momento trash della serata in cui Ornella Vanoni – che è una Dea – è stata invitata – con la scusa di scherzare con la Raffaele – per presentare Patty Pravo – un’altra Dea – e poterle poi così sfottere per i loro visi deformati dalla plastica e indubbiamente imbarazzanti. Non posso accettare una simile manipolazione: costruire un siparietto comico trash (a gratis come direbbe Ornella) alle spalle di due signore di una certa età che sono state l’eccellenza della nostra canzone è per me una vergogna.

Non potrò mai perdonare poi lo scempio fatto contro Sergio Endrigo e Enzo Jannacci. Quelli non sono omaggi e Baglioni non può baglioneggiare ovunque. No. Non si può accettare.

Ma lo scempio più oltraggioso è stato quello fatto a Luigi Tenco da Elisa in coppia con lo stesso Baglioni. Quella interpretazione di un capolavoro non era solo orrenda. Era anche contro tutto quello per cui Tenco ha vissuto artisticamente. Luigi Tenco – e con lui altri benemeriti della musica italiana – hanno rivoluzionato la canzone per testi, melodie, arrangiamenti, idee. Cantare “Vedrai Vedrai” come avrebbero fatto Gino Latilla e Carla Boni è stata una scelta rivoltante. E purtroppo – temo – del tutto inconsapevole.

Ad ogni modo io mi auguro – anche se non ci spero – che il prossimo anno Baglioni possa essere ancora il Direttore artistico. Quando è stato investito dalle polemiche perché rispose a una semplice domanda sulle migrazioni e lo fece in maniera ragionevole, ho temuto che si sarebbe autocensurato.

Ha fatto altro. Ha parlato di musica. E la musica ha risposto da sola, nel bene e nel male. Ma comunque nell’unico modo possibile: contaminando.

Appunti politici


Insomma, ormai è chiaro che il Movimento Cinque stelle si è venduto all’alleato e che questo incontro ha mostrato quello che abbiamo più o meno sempre detto in tanti: quel reclamare la fine di destra e sinistra andava a destra. Anche sui migranti il movimento è sempre stato ambiguo. Nella scorsa legislatura i deputati grillini venivano spesso frenati dallo stesso Grillo ogni qualvolta sembravano appoggiare qualcosa di sinistra o di civiltà. Mai dimenticare la vicenda delle adozioni delle unioni civili e il loro squallido tradimento. Ma va bene. So che esiste un’anima movimentista sincera, specie in certi militanti, al di là di una certa stizza e il loro continuare a tirar fuori il famoso “e allora il PD”, che non ho mai votato ma mantengo la lucidità per sapere che non si può dar a lui la colpa di anni e anni di governo feroce e di crisi endemica. Soprattutto in questi cinque anni il Pd non aveva la maggioranza da solo e governava con piccoli pezzi di centrodestra. Che al di là di certi disastri non ci sanno spiegare perché questo non andava bene mentre allearsi con la forza politica più retriva, volgare, populista, razzista, cattiva invece sì.
Il Movimento ha perso l’UMANITA’, la SOLIDARIETA’ verso chi soffre a un tavolo da gioco in cui ha vinto molto meno delle lenticchie.
E guardiamola questa quota cento che discrimina i lavoratori pubblici, mantenendo quella vecchia idea che siano da controllare, che siano fannulloni… questo stato etico pecoreccio… che assegna i 780 euro a chi ha le macchine da povero e non possiede case e non fa spese lussuose. A questo reddito di cittadinanza che non va a persone che vivono risiedono amano e pagano le tasse in Italia solo perché non sono italiani.

Il Movimento Cinque stelle intende la politica come qualcosa che deve controllare il tuo modo di vivere. Loro ti daranno i soldi, come un genitore la paghetta: ma li devi spendere bene. E questo bene lo decidono loro. Devi andare in giro con macchine antiche che inquinano anzi a piedi, anzi con le scarpe rotte ma non devi andare accattenno perché sennò arriva il vicesindaco che ti butta le coperte.

Pazzi. Pazzi voi, pazzi noi. Pazzo questo paese.

Voi della politica non sapete nulla. Siete destinati a sparire e a consegnare il paese ad altri anni oscuri, fino a che non resterà nemmeno l’osso.

Vergogna vostra. Vergogna nostra. Dicono che vi odio. No no. Vi disprezzo. è molto peggio. Vi disprezzo come disprezzo l’arroganza di chi vale quanto una caccola.
Dice: e l’arroganza di chi vale qualcosa?
Chi vale non si sognerebbe mai di lasciare 49 poveretti in mare. Andrebbe a prenderli a nuoto.

Immaginate l’alieno che dall’alto vede che un’intera civiltà che si chiama Europa, con i telefoni scintillanti all’orecchio che si strappa i capelli perché non sa dove mettere 49 povere anime. Ma ci tiene al richiamo delle radici cattoliche nella costituzione.
Annatevelaapijànderculo

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: