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Pep, le arance, i miei dieci anni e me


Oggi Peppe Voltarelli ha fatto un post su Facebook per ricordare i suoi dieci anni di carriera dal suo primo disco da solo, senza il Parto delle Nuvole pesanti.

Dieci anni, proprio dieci anni fa ci siamo conosciuti con Pep, con la sua scrittura senza punti e senza virgole, il suo piccolo fagotto sulla spalla di personaggio da film muto americano. Che non può guardarsi indietro troppo spesso.

Però oggi l’ha fatto, e chissà perché? Magari si sente un po’ più sedentario, un po’ più invecchiato.

Quando l’ho conosciuto, proprio dieci anni fa, lui era inquieto, strano, insolente eppure dolcissimo. Io invece ero una fresca vedovella, intenta a raccogliere i cocci e a far finta di essere sana.

Ma non lo ero affatto. E lui se ne accorse abbastanza presto.

Mi ricordo ridendo di quando mi disse “testa di cazzo” e di quando siamo andati al Puff e ridevamo senza poter smettere e non certo per lo spettacolo. Per non parlare poi di quella volta che ascoltando un provino di un ragazzetto giovine, gli disse: “Beh, innanzitutto comincerei con l’accordare la chitarra”. Una volta con Pep di notte andammo in un locale dove c’era gente anche un po’ equivoca, in centro. E c’era il karaoke. Allora ci mettemmo a cantare, soprattutto Lucio Battisti. E uno si avvicinò pensando di fargli un grande complimento e gli disse: “Lo sai che la tua voce non è niente male?” e Pep gli rispose un grazie come se fosse la prima volta che prendeva un microfono in mano.

Che ridere e che piangere.

Se Pep ha preso in mano questi dieci anni, non potevo non farlo io che la cifra l’ho fatta tonda per ragioni anagrafiche. Oggi ci ho pensato eccome a questi dieci anni da quando Stelio se ne è andato.

Non penso proprio che siano volati. Li sento tutti. Sento ancora quella paura di dormire con la luce spenta dopo quella morte e poi ricordo di aver spento la luce in stanza e lasciato la lampada sul comodino. E dopo un po’ ho lasciato accesa la luce nella camera da pranzo. E poi l’ho spenta e ho acceso quella del soppalchino.  Infine ho spento tutto ma non ho mai più chiuso le serrande.

Penso a quella luce che non si spegneva mai neanche quando spingevo l’interruttore, e continuava a vivere di vita proprio. E penso a quelle arance regalate da Peppe e poi da Carlo e infine da Ciro. E ai mandarini in fiore. Alle Nine di Raffaella. A quanto avevano ragione lei e Chiara a dire che quell’inizio dello spettacolo andava tagliato e chissà perché mi ero tanto impuntata. Mi ricordo i complimenti di Andrea e di Ulderico, le parole accorate di Clotilde quando lesse il testo. Ricordo tutti quelli che mi hanno aiutato, che ci hanno aiutato.

Penso a quell’amore che mi ha affettato in piccole porzioni il cuore e a quella causa di lavoro che mi ha devastato l’anima.

Ma penso anche all’incontro con Guido Bulla, ai suoi consigli da scrittore, alla mia voglia di vivere in punta di penna, al Premio Tenco dove tornare era sempre una festa e che tanto mi ha dato in termini di crescita professionale.

Penso a Parigi, al Tour de France. Ai disegni sulla sabbia di Licio. A quanto mi hanno dato Timi e Andrea. E i Tetes de bois tutti.

E l’amicizia con Marie, per non dire di Ilaria e di quella volta che mi sono trovata a dormire nella sua stanza e mi dicevo: sto dormendo nella stanza di Ilaria; oddio, allora non era solo una vignetta. Esiste veramente Ilaria.

La mia testa è un calderone, di conoscenze, brutte esperienze, incontri straordinari, amori, dolori, scoperte.

Di crescita soprattutto.

Guardavo Jamil ieri sera e pensavo a quanto la vita ci ha cambiato, da quando lui è venuto a Roma per essere il mio fratellone arabo. Erano gli anni Ottanta.

Siamo cambiati eccome. Però ci piace ancora mangiare.

È tutto dentro. Io ci sono. Sono inquieta. A volte mi sento persa. Ma sono sempre in costruzione. Nell’assenza e nella presenza.

Dieci anni e tutto è cambiato, nelle prospettive, nel sentire, in quello che sono io, in come mi vedono gli altri. In quello che so fare.

Eppure eccomi. Mi riconosco proprio eh.

Chissà perché.

Chissà che cosa pensa Pep (di sé)

Tenco, Targhe, Ammonizioni e Arche di Noè


QUESTO NON È UN POST ABITUALE DI QUESTO BLOG MA UN ARTICOLO RELATIVO ALLE VICENDE DEL CLUB TENCO E DELLE TARGHE TENCO. SCONSIGLIO LA LETTURA A CHI NON SI OCCUPA DI MUSICA D’AUTORE. CONSIGLIO PERO’ LA LETTURA A CHI AMA LA LIBERTÀ D’OPINIONE.

 

Ho deciso di scrivere un pezzo sulle ultime votazioni delle Targhe Tenco spinta da alcune opinioni che ho letto in giro per il web in queste settimane. Ho scelto di farlo ora perché non volevo influenzare né positivamente né negativamente le votazioni in corso con la mia penna proletaria. Ho voluto poi aspettare l’assemblea annuale del Club che si è tenuta ieri a Sanremo con esiti purtroppo gravissimi.

Già da qualche settimana – dopo essermi dimessa dalla giuria delle Targhe – avevo deciso di dimettermi anche da socia. O meglio, avevo deciso che mi sarei dimessa nel caso in cui nell’assemblea di ieri fosse stata approvata una modifica del regolamento che avevo trovato inaccettabile. Non degna di un’associazione di intellettuali e di appassionati di musica e bellezza.

Questo è il passaggio incriminato, che purtroppo è stato approvato dai presenti all’assemblea:

“è compito del Consiglio Direttivo, qualora un socio non mantenga un comportamento eticamente corretto verso il Club o i suoi associati, rendendo pubbliche affermazioni lesive per il Club o per i suoi membri, con qualsivoglia formato, su qualunque supporto, attraverso qualsiasi canale e/o piattaforma distributiva, organi di stampa, social network, ed ogni altro tipo di mezzo di comunicazione ivi compresa la mailing list dei soci, provvedere ad ammonimento ufficiale e in caso di reiterazione alla sua espulsione dal Club sempre ai sensi dell’art. 5 del vigente Statuto.”

In poche parole, in un club dove militano molti giornalisti e critici musicali e esperti di comunicazione, viene imposto il silenzio assoluto in nome di una correttezza etica stabilita proprio dall’organo su cui evidentemente si potrebbe non essere d’accordo.

L’aumm aumm, i panni sporchi si lavano in casa per non parlar di riferimenti storici ben precisi non appartengono alla mia cultura.

Nessuno può vigilare sulla mia correttezza morale, tranne me stessa e il codice etico dell’azienda in cui lavoro, che mi dà lo stipendio e dove sindacati interni ed esterni possono tutelarmi ogni momento.

Non lo accetto da un’associazione dove mi sono iscritta per piacere e dove ho portato nel mio piccolo tutto quello che ho potuto e saputo dare. E dove fino a ieri era possibile esprimere dissenso sia dentro che fuori.

Ieri è stata consegnata una lettera che chiedeva le dimissioni dell’attuale direttivo motivandola in vari punti. La lettera era firmata da 50 persone, cioè circa un terzo dei soci. La lettera era indirizzata anche all’opinione pubblica perché in questi mesi nessuna delle domande fatte all’attuale direttivo ha mai ricevuto una risposta, di nessuna natura. Né quelle sollevate da Enrico de Angelis all’atto delle sue dimissioni, né quelle successive accolte malamente nella mailing list dei soci (che è stata chiusa, in modo da non permettere discussioni). Dicono che non abbiamo accettato un confronto presentandoci all’assemblea. Ma dimenticano che noi eravamo tutti – e anche di più – all’assemblea straordinaria indetta per parlare proprio di queste cose, in febbraio. E avevamo chiesto di farla non a Sanremo per far partecipare più persone possibili. Abbiamo affrontato una spesa anche ingente. Questa volta, a fronte del muro di gomma, abbiamo scelto una via più semplice.

E siamo stati tutti “ammoniti” e minacciati di espulsione.

Io non riconosco la validità di questo tribunale. E mi sono dimessa. E non sono la sola.

Uno dei punti della lettera era proprio relativo alle Targhe. Il Direttivo conosce già la mia posizione perché il mio punto di vista glielo ho comunicato con una lunga lettera e prima che succedesse tutto questo.

Ora è il caso che anche artisti e colleghi conoscano queste motivazioni.

Al primo turno ha votato poco più del 50 per cento dei giurati. La giuria è stata formata negli anni da Enrico de Angelis, Enrico Deregibus e Annino La Posta. Sono andati a cercare tutti quelli che si occupano di musica, di tutta la musica. È una giuria altamente rappresentativa.

I vincitori di quest’anno sono di tutto rispetto. Anche io penso che avrei votato Lolli, avrei votato (soprattutto) Canio Loguercio e Alessandro D’Alessandro (che hanno fatto uno dei dischi più belli realizzati negli ultimi anni) e forse avrei votato Ginevra di Marco. Ma anche gli altri andavano benissimo.

Ed è altamente probabile che avrebbero comunque vinto anche con l’altro 50% di voti mancanti. Anzi, ne sono sicura al cento per cento. E poi io sono fermamente convinta che chi non partecipa si autoesclude e conta chi invece partecipa.

Ma la scelta dell’Aventino non nasceva per contestare questo.

Oltre ad una presa di posizione per la deriva del Club (scelta che non avrebbe richiesto spiegazioni), questa scelta è nata anche per RISPETTO DEGLI ARTISTI.

Chi ha votato seppur in polemica con l’attuale indirizzo del Club, ci ha tenuto a ribadire che lo faceva PER RISPETTO DEGLI ARTISTI.

Io PURE.

Sapete perché? Perché quest’anno la votazione è stata anticipata di 4 mesi, perché il Direttivo aveva bisogno dei nomi per comunicare prima la notizia e vendere più biglietti.

Io non mi formalizzo per questo, ma per ottenere questo scopo si poteva fare altrimenti, anche saltare un giro e invece di votare su 10 mesi si poteva votare più avanti per 15. È solo un esempio delle tante soluzioni che potevano trovarsi. Hanno scelto la peggiore.

Questa scelta ha impedito infatti la formazione di una commissione che, come nei tre anni precedenti, ascoltasse e facesse una prima scrematura. La Commissione era molto utile però si poteva anche abolire. Per carità. Ma nel poco tempo dato, senza aver soprattutto dato comunicazione agli artisti – come negli anni precedenti – che era attivo un forum dove mandare i dischi, a questo forum che funzionava malissimo e dove non si capiva nulla, sono arrivati tipo 150 dischi.

Io ho fatto parte di quella commissione ora abolita per tre anni e in quella commissione di dischi ne arrivavano più di 500 all’anno.

Ecco, io sono sicura che quelli che hanno vinto avrebbero vinto lo stesso. Ma le Targhe non servono solo ai 5 vincitori. Servono soprattutto per consentire agli addetti ai lavori di ascoltare artisti che mai avrebbero la stessa possibilità.

Ecco. Avete fatto bene a votare per rispetto dei 150 che hanno mandato i dischi. Dico davvero: avete fatto bene e lo capisco perfettamente.

Però io non ho votato PER RISPETTO degli altri 350 che nessuno forse ascolterà mai.

Tutto qua.

Ad ogni modo – e penso che su questo saremo d’accordo noi che ci siamo posti un problema a cui abbiamo scelto di dare una soluzione diversa – a perdere in questa vicenda non sono gli artisti e non siamo noi, ma il Club e la sua pessima gestione.

Lo ribadisco: pessima. Ve lo ridico: pessima.

Non resta che andarsene lontano.

Partirà la nave partirà, dove arriverà questo non si sa…

Scrivi ragazza, scrivi


Scrivi ragazza, scrivi, del tempo, dello spazio, del mondo, dei ragazzi come te, di quelli diversi da te, del bianco, del nero, della luce che passa dalla finestra, la tua, la sua, quella del cielo.

Scrivi ragazza, scrivi, della musica, della vita, di Picasso e Caravaggio, della morte, dell’amore, dei saluti che non sono arrivati, di quelli che sono tornati.

Scrivi ragazza, scrivi, dell’arte, del pensiero, dei delusi, degli illusi, dei sospiri, dei lamenti, delle risa, della gioia.

Scrivi ragazza, scrivi, delle piume che cadono dal cielo, del polline in primavera, del sole a picco d’estate, della città, dei luoghi del cuore, dell’andata, del ritorno.

Scrivi ragazza, scrivi, del lavoro, dei viaggi, degli abbandoni, di tuo padre, di tua madre, delle immagine, della parola, dell’immenso.

Scrivi ragazza, scrivi, dell’accordo, del disaccordo, della pioggia, dei torrenti, del mare, del fiume, dell’acqua di lago.

Scrivi ragazza, scrivi, dei profumi, dei nemici, degli amici, dei pomodori freschi d’estate, delle pesche tabacchiere, dei mandarini in fiore.

Scrivi ragazza, scrivi, dei movimenti, dei tormenti, dei parenti, degli spiriti bollenti.

Scrivi ragazza, scrivi!

E così forse, chissà, non li sentirai questi 50 anni che arrivano, molesti, maldestri, insinuanti, ingannatori, bugiardi, intriganti.

E resterai la ragazza che scrive.

P.s. così mi è stato detto, ma in effetti mi sa che era più breve di così. Accontentatevi.

Viaggi guai musica arte


Quando ero adolescente non ricordo quale amica tirò fuori un libretto con versi di Dorothy Parker, in tutta la sua gaia sfrontatezza e verità.

Un piccolo componimento mi è rimasto sempre impresso: viaggi guai musica arte un bacio un vestito una rima: non ho mai detto che riempiono il cuore, ma servono a far passare il tempo.

È molto vero. Soprattutto fanno passare il tempo in maniera buona, soddisfacente, se non piena. Perché sono poche le scelte nella vita che ce la rendono piena sia nel bene che nel male. Così come sono pochi i momenti che ce la condizionano nostro malgrado.

Tutto il resto è ridere scherzare, mangiare, ingrassare dormire, ferire incassare ferire incassare come direbbe Ivano Fossati. Anzi c’è una sua canzone che mette l’ansia ma rende l’idea molto bene. Si chiama discanto. Ed è un capolavoro.

Così esistono periodi lunghi del dopo, quello che ci fa riprendere da un dolore, un lutto, una malattia, ma anche da una grande gioia.

E poi ci sono i tempi dell’attesa, quella che ci spinge ad andare avanti.

E poi ci sono i periodi in cui non ci si aspetta nulla.

Io ho sempre cercato di riempire quei tempi, come se fossero spazi.

Mi sono sempre piaciute le cose belle, la musica, il cinema, le città d’arte. Il teatro. I libri. Le amicizie, le chiacchiere con le amiche. Andare dal parrucchiere o dall’estetista. Mangiare cose buone.

Sono tempi complicati per me, per tante ragioni.

Ogni volta che parto scopro però bellezza, storie nuove, possibilità, ritorni, andate, colori, venti, mari, verdi e sfumature.

Capri, Napoli, Sorrento, Positano. Scicli, Ortigia, Ragusa e Siracusa. Modica, i suoi gatti le sue scale i suoi ‘mpanatigghi.

Le spezie, gli odori, i sapori. Le maschere i balli. Sono di nuovo in partenza, l’infinito, l’ermo colle, i progetti, le storie.

Se potessi non farei lunghi viaggi, no. Ma sarei sempre in giro per piccoli spostamenti. A scoprire nuove cose. A incontrare vecchi amici. A comprare bigiotteria che scordo. A confrontare il nord col sud.

A pensare a dove sono arrivata fino ad ora.

In attesa, arrivando da un prima. Raggiungendo quel dopo.

Ho molte storie da raccontare. Quando finirà questa attesa le racconterò. Parleranno del museo degli incurabili, dei divieti di sosta ad Ortigia, dei pensieri trasversali, della musica, del Club Tenco, degli amori passati, dei roseti, delle paure.

Intanto come avrebbe detto Fausto Mesolella: Io vado avanti.

Il nemico


Animale bipolare l’uomo, che ama amare, la folla, il condividere; e poi ha una predilezione per le regole; non si capisce perché ma a volte si dà da solo delle regole terribilmente difficili da seguire. Lo fa per il suo bene, dice, ma secondo me è perché ama le sfide.

Vuole costruire l’uomo, inventare, sperimentare, sperimentarsi, riprodurre, metterci del suo, abbellire, esagerare.

L’uomo dipinge perché altri guardino, fa musica perché altri ascoltino, costruisce perché altri abitino.

Inventa giochi per farli tutti insieme. Anzi, ha scoperto che non c’è niente di meglio e meno pericoloso del gioco con gli altri per poter vincere. E per inventarsi sempre nuove regole.

E poi l’uomo ama respirare, ama mangiare, cucinare, godere.

Ama far l’amore l’uomo.

Agli uomini piace riprodursi.

Ama raccontarsi e ama raccontare. Ama esser raccontato.

Poi all’uomo piace ascoltare.

E per fare tutte queste cose c’è bisogno degli altri, c’è bisogno di fidarsi. Di voler bene.

E sembrerebbe tutto così semplice da questo lato della luna.

Ma in quel famoso dark side of the moon

L’uomo odia.

Non si fida.

Cerca nemici.

Da uccidere in tutti i modi che può.

Violenze su violenze.

Si odia il vicino, il marito, la moglie, a volte i figli con la scusa di amarli. I compagni di scuola, i colleghi, gli amici più bravi più ricchi, più buoni. La madre, il padre poi, non ne parliamo.

Ho sempre preferito non possedere nulla e nessuno. Faccio fatica a possedere anche me stessa.

Ogni volta che una cosa è mia mi diventa difficile separarmene. Guardo con diffidenza chi la vuole solo guardare quella cosa.

Allora capisco – e lo capisco da molto tempo – che è meglio non possedere nulla e nessuno.

È più facile non aver paura. È più facile non odiare.

È più facile non uccidere.

E poi giocare, scrivere, disegnare, fare l’amore, chiacchierare, andare al cinema, ascoltare musica. Inventarsi nuove storie da raccontare.

Continuare a pensare al futuro come un campo colorato di tulipani.

E voler bene a chi amo.

So di avere dei nemici che non ho cercato. Ce li ho vicini da sola, come Betta e come Gatto e poi ce l’ho nel mondo, in quanto italiana, occidentale, donna, professionista.

Ma come diceva Boris Vian, venitemi pure a prendere, io armi non ne ho.

Tempo, temporali e luce rossa


Non è un post meteorologico.

È una considerazione sul come occupiamo il tempo. Ieri una cara amica – raccontandomi delle cose – mi ha detto: “Non ho più tanto tempo come prima”. È una cosa che mi ripeto spesso anche io, in merito alle vicende della mia vita. Come se avessi una scadenza.

O meglio, la scadenza attaccata da qualche parte ce l’ho come tutti. Ma che importanza ha? Quello che davvero conta è come lo impieghiamo questo tempo.

Qua al lavoro è successo un piccolo, piccolissimo fatto. Una incomprensione su alcune messe in onda e conseguenti promozioni esterne. Una vicenda da niente, che però ha coinvolto almeno 5 persone.

Abbiamo discusso di questa cosa insieme e due a due e lo abbiamo fatto de visu e al telefono. E lo abbiamo fatto per minuti e minuti fino a che gli stessi non sono diventati ore.

Ore della nostra vita perse per una cosa che non era oggettivamente importante per nessuno di noi.

Una cosa che dimenticheremo nel giro di brevissimo tempo.

Eppure quelle ore potevano essere impiegate per lavorare, ridere, giocare, telefonare a un amico, baciare l’innamorato, mangiare un arancino o un’arancina a seconda della costa siciliana in cui ci saremmo potuti trovare, fare un dolce, mettere su un caffè, fare una lezione di scuola guida, scrivere quella lettera che non riusciamo a scrivere, sistemare le carte per il commercialista, chiamare l’avvocato per quella perdita finanziaria e l’idraulico per quella perdita d’acqua. Avremmo potuto visitare la mostra, entrare in quel museo dove continuiamo a non entrare, riprendere un tramonto a Caracalla, camminare, comprare una borsa, portare il cane a far la cacca, farla anche noi, radersi, far la pulizia del viso, andare alle Terme dei Papi, fare una partita a filetto col collega, andare a mensa, mangiare un kebab, sentire quel disco che aspetta da un mese, mettere lo smalto alle unghie, correggere i compiti, spegnere la luce e dormire.

E smettere di pensare a tutto questo.

Oggi mi hanno detto che ho la radio sempre accesa in testa. Mi è stato detto che la devo spegnere. Ma quando si parla con me di radio non si deve mai dimenticare che si fa metaradio. E perciò ho risposto: non è la radio che deve spegnersi, ma la luce rossa sopra la sala, quella con la scritta “on air”.

Quando si perde tempo bisogna subito correre ai ripari e mettersi in modalità OFF AIR.

Cardinali, benedizioni, Sanremo e lettere a Tenco


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Uso il mio blog per fare il mio commento semi-professionale sul Festival della Canzone italiana

Quando un cardinale ritwitta il ritornello di una tua canzone e non sei alla messa della domenica devi chiederti cosa c’è che non va. È obbligatorio. La vita non è perfetta e talvolta non solo non ti aspetta quando cadi, ma ti prende pure a calci. A volte la vita va più veloce di te e tu la insegui ansimando. Altre volte ti accorgi di essere andato avanti, mentre lei, la vita, sta tranquillamente fumando una sigaretta al bar mentre fa gli occhi dolci ad un altro. Fiorella Mannoia è la migliore interprete di se stessa e per questo piace. È sempre brava, ha una gran classe; ascoltare una sua canzone (purtroppo non troppe di seguito) dà sempre un brivido. Ma se sei Fiorella Mannoia e ti invitano al Festival perché hanno bisogno di un “classico” di qualità, ti prego, imponiti: porta una canzone come si deve. Non ci prendere in giro sulla vita, neanche fossi una vecchia nonna che dà consigli ai nipoti. Tu sei quella che ci ha imposto perentoria che l’amore con l’amore si paga e che come i treni a vapore di dolore in dolore il dolore passerà. Certo, potresti dirmi che il concetto è simile tutto sommato, ma vuoi mettere? Pensando alle vecchie signore, mi è venuta a mente la nonna di una mia cara amica, che parla due lingue che non sono la mia, eppure si fa capire benissimo quando mescola spagnolo e francese. Lei ti dice che quando esci da un dolore non devi avere fretta di stare bene, ma devi saper aspettare, fare le cose con calma, lasciare che il dolore scivoli piano. La prossima volta le canzoni dovresti farle scrivere a lei. Anche Paola Turci dovrebbe, perché ci siamo anche un po’ stufati di queste canzoni “al femminile”, che dovrebbero farci pensare, farci sentire diverse, perché noi sì che lo sappiamo quando ci sentiamo belle, quando stiamo male, quando abbiamo i pensieri nostri… anche gli uomini hanno i pensieri e forse almeno in quello dovremmo somigliare di più a loro e fare meno piagnistei. Soprattutto quando ascoltiamo e cantiamo canzoni: cerchiamo di abbandonare la sindrome di “Sally”. Anche perché è già stata scritta, è vera, è meravigliosa e se l’è immaginata un uomo. E poi, per tornare alla Turci, resto tanto male perché “nonostante parli  spesso ad alta voce e nessuno crede a ciò che dici a quel che immagini nonostante tutto io ti ascolterò quando non parli quando non mi guardi io ti vedrò lo stesso” è un modo così vero per spiegare come una donna sa amare un uomo, che quando invece ama se stessa non se la può cavare con un “fatti bella per te”, non nell’epoca in cui i ragazzi si salutano al grido: “bellapettefratè”. Non essere anche tu una zia Carmela che dà i consigli alle signorine vagamente depresse perché sono state lasciate o alle mamme stanche dopo l’ennesima lavatrice. E poi parliamo anche di musica: perché questa canzone parte già pronta per diventare uno spot di una compagnia telefonica? E perché in questo festival non ho fatto altro che sentire canzoni perfette per fare da colonna sonora il sabato pomeriggio dentro un negozio di Tezenis con la svendita di fine stagione? Perché la musica pop ormai è tutta un unico blocco sonoro senza variazioni, senza vuoti, senza passaggi, senza la possibilità di distinguere un suono o una idea armonica? Molto fa il silenzio quando si scrive una canzone, mi ha detto una volta un cantautore. E allora ad Ermal Meta che è così bravo e così cantautore e anche così indipendente, glielo voglio dire: lo so che è dura e che sei andato a Sanremo e sei arrivato terzo. Ma sai che ti dico? Se oltre ad un testo che spacca – e grazie eh, perché la vita a volte è difficile benedirla, ma è davvero vietato morire – mi inventi un arrangiamento e mi trovi una soluzione sonora che non ti faccia somigliare agli 883, magari la prossima volta lo vinci pure il Festival e noi faremo Namastè Alè! Che furbacchione simpatico questo Gabbani: ha preso la canzone dell’anno scorso, ci ha messo parole nuove, un po’ a casaccio, e ha vinto. Io lo stimo. Anche perché le parole a caso arrivano e raccontano un fatto vero. Ammettiamolo, siamo tutti vittime del buddismo faidate, del namioorenghechiò alla vaccinara (l’ho scritto così di proposito eh!), degli oracoli indiani, degli oroscopi cinesi… e questo solito modo occidentale di comprare anche le culture ci ha portato una scimmia nuda che balla all’Ariston. E la facciamo molto onestamente vincere. Cos’è l’Oriente lo ha capito invece Ron, che forse non aveva una grandissima canzone, ma era una canzone, vivaddio, una canzone vera, piena di sentimento, che raccontava di un cammino insieme: “nei miei occhi l’America, nei tuoi passi l’Oriente” e ha detto tutto eh! Ci ha detto anche che la vita è benedetta e che bisogna tenersela stretta, ma così ci piace molto di più. E che succede? Che lo eliminano. Non me ne capacito. Così come ancora devo capacitarmi dell’eliminazione del pezzo delizioso, tra i giovani, di Marianne Mirage e della seconda posizione dell’unico pezzo veramente bello di questo Festival: la “Canzone per Federica” di Maldestro, con questa vita fatta di polvere ed inganni, se pur sempre benedetta. Ma il ragazzo si farà anche se ha le spalle strette. In finale resta da dire che come al solito il grande assente è stato lui, Luigi Tenco, anche quest’anno, a cinquant’anni dalla morte. Sì lo so che Tiziano Ferro l’ha omaggiato. Ma Luigi non c’era lo stesso. Allora gli ho scritto una lettera l’altro giorno.

La ripropongo:

Ciao Luigi,

Io scherzo molto su Sanremo come ho sempre fatto da quando lo vedo: cioè da sempre. A me Sanremo diverte. Ci sono anche stata per vari anni ed è un enorme baraccone industriale. È tutto spettacolo e paillettes ed è soprattutto autoreferenziale: funziona esattamente come la Borsa. Non sto scherzando: tutto funziona e macina perché  tutti sono convinti che quella è la squadra vincente, quella è la comunicazione vincente, quelle le case discografiche vincenti, quello lo show televisivo vincente, il reality vincente, il tipo di musica vincente, la voce vincente, il look. L’artista. Il manager. L’etichetta discografica. E il tipo di pubblico. Salta una pedina e crolla tutto. Salvo ricostruire però, perché è un grande circo che fa guadagnare tutti; un po’ come il calcio. Tu di che squadra eri? Insomma, caro Luigi, se lo sai che è una grande farsa va tutto bene. Tu lo sapevi? Secondo me sì. Ora – ATTENZIONE: seguimi! – questo mondo si sta anche accorgendo che oltre alla grande musica dei reality c’è la rete, l’indie e una musica underground che fa tanti ascolti su YouTube e consimili. Se la stanno già piano piano accaparrando. Costruiranno altre forme industriali, altri cartelli cultural-economici con artisti che piaceranno anche a noi addetti ai lavori. Saranno glamour e piaceranno a un certo pubblico. Insomma. Un grande business. Non la musica d’autore eh: quella era la tua anche se non la chiamavate ancora così. Non si tratta di questo. Perché al di là delle intenzioni degli artisti, per quella roba tipo la tua ci vuole fegato rabbia, durezza. Non questo “radical chic” di oggi che piace e fa tendenza. Quando la diversità diventa un prodotto commerciale l’anima giocoforza se ne va. Ma per questo siamo ancora all’inizio e solo noi addetti ai lavori lo cominciamo a vedere. Gli altri aspetteranno un paio d’anni. Forse anche meno. Ma per ora torniamo a Sanremo. E mi sento di dirti che se entro lì io mi aspetto il baraccone e accetto tutto, a differenza tua. Anche le polemiche fanno parte del gioco. Però poi c’è il sospetto che anche quelle siano organizzate, in questo metaspettacolo di questa immensa provincia che è l’Italia. Eppure, a cinquanta anni dalla tua morte, caro Luigi Tenco, accade di rimanere comunque sconcertati perché una commissione e un pubblico tengono dentro Bernabei, Comello e Atzei e fanno fuori uno come Ron, che canta: “nei miei occhi l’America nei tuoi passi l’Oriente”. Un po’ come quella tua “solita strada bianca come il sale”. E allora Luigi, no, quel gesto non è servito a far riflettere nessuno.

O forse qualcuno ha riflettuto troppo, ma al contrario di come avresti voluto tu. E quelli che raccolsero il tuo messaggio, beh, su di loro… ti saprò dire molto presto.

Ciao Luigi,

Betta.

P.S. Ma quella lettera l’hai davvero scritta tu?

tenco

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