Gatto Atlantico

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Sorprendimi


Arriva quel momento in cui sembra davvero che nulla ti possa più sorprendere.

Ma poi ti fermi un attimo e scopri che sono sorprese diverse. Per esempio ti sorprende che la tua vecchia pellaccia sia sempre dalla parte dei bambini, che ti fanno tanto ridere. Mentre prima non era così per niente.

Ti sorprendi a credere nel futuro degli altri, dopo aver pensato sempre e solo al tuo.

Ti sorprendi a scoprire che conoscere scambiare comunicare amare è più facile, più semplice, più diretto.

Più divertente.

Meno drammatico. Meno angosciante.

Di prima.

E poi ti sorprendi a vedere tante persone che soffrono dei guai che loro stessi si sono procurati e nemmeno se ne accorgono. Ma poi, all’improvviso, vederli cambiare tutto, vederli credere, vederli combattere.

E ancora ti sorprendi poi dell’aria mite. Dopo un inverno rigido. E ti sorprendi di un paio di calze nuovo, della bellezza di un film ben riuscito.

Di uno spettacolo come quello di Emma Dante che ho visto ieri sera.

Poi c’è la musica.

E guarda un po’. Ora come ora ci sei tu.

Che sei stato una sorpresa.

E allora dai.

Sorprendimi.

Buon anno In punta di penna


Stamattina dal mio poddino all’improvviso è partita una canzone di Peter Gabriel: Biko. Abbastanza a sorpresa. Non l’ascoltavo da molto tempo e devo dire che è proprio un bel brano. Quella è una canzone del 1980 e l’attivista sudafricano anti Apartheid Stephen Biko era morto nel 1977, in prigione, in circostanze mai del tutto chiarite. Ma fin troppo chiare.

A questo ho pensato: al fatto di aver attraversato tante cose. In questo mondo in cui si muore ad Aleppo, l’Apartheid è un ricordo lontano; pare appartenere ad una storia antica; sembra più lontana ancora della Seconda Guerra Mondiale. Forse perché su quest’ultima si è raccontato molto. E l’Apartheid magari è una storia ancora in via di scrittura. Me lo ricordo Mandela in prigione, Mandela liberato e quel lungo fiume di gente che lo ha accompagnato fuori dalla galera. E poi Mandela Presidente.

L’Apartheid come una vicenda lontana insomma; eppure noi manifestavamo contro. Era il mondo di Arafat, del Muro che sembrava indistruttibile e poi andò in frantumi in un attimo.

C’ero quando hanno rapito Moro, quando hanno messo la bomba alla stazione di Bologna. C’ero quando la Storia la vivevamo sulla pelle nostra.

C’ero quando hanno ammazzato Falcone e Borsellino. Falcone l’ho anche visto io. Ne ero innamorata.

C’ero poi quando Craxi era un latitante e non un esule. Leggevamo Cuore e Dostoewsky. Andavamo tantissimo al cinema. Erano gli anni 90.

Era la mia giovenezza; ma non la rimpiango, non la rivoglio indietro. Io voglio vivere oggi. E voglio che questo tempo lo facciano i giovani. Anche quando non sono d’accordo con loro. Ci voglio litigare: non li voglio snobbare. Non mi interessa di dire che quel mondo era migliore, perché non lo era. E non lo era nemmeno quello prima di noi. Lo dico a beneficio dei tanti amici che sono venuti appena prima di me. Quelli degli anni 70. Non eravate belli nemmeno voi. E tanto di cappello a chi ha cercato di portare avanti delle idee tra voi. Gli altri però stessero buoni e si levassero quell’inutile aria di superiorità. Finiti voi, finiti noi, questo mondo andrà avanti come sempre è accaduto. Fino a che un giorno si spegnerà. O scoppierà. O brucerà. E allora non sarà accaduto nulla. Nulla esisterà più. Non ci saremo più.

E alto risuonerà il grande: CHISSENEFREGA.

Ma nel frattempo, fino a che ci sono, io voglio vivere il mio tempo. Giorno per giorno; e lo voglio fare impegnandomi nella cosa che – oramai lo so – è l’unica che mi riesca bene e mi renda felice ogni momento.

E cioè vivere in punta di penna, come diceva Collodi in un suo vecchio libro sui giornalisti. In quel mondo lontano di fine Ottocento, che ho studiato a lungo, fino al Dottorato, perché mi piaceva tanto. Quel mondo in cui ritrovi l’Italia di oggi se vai a rileggerne i giornali. O forse l’Italia è cambiata, ma non il carattere dell’italiano, mai pago, mai contento, sempre lì a criticare, distinguere e cercar la pagliuzza.

Siamo fatti così.

E io così voglio vivere. In punta di penna, a scrivere. E non importa nemmeno che leggiate.

A tutti auguro per la fine di quest’anno di vivere in punta di quel che vi pare. Ricordando che il futuro è dei giovani e perciò non permettetevi mai di dire loro che non esiste più perché non vi sentite più di esistere voi.

Fate come loro: Amatevi.

Io intanto mi vado a fare la piega. Ciao.

Enrico, Sergio Endrigo, la musica e altre storie


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Me lo ricordo quel giorno a Zagarolo. Che detta così può sembrare uno scherzo. Invece è un ricordo, di tanti anni fa. C’era il Festival Stradarolo organizzato dai Têtes de Bois e c’eravamo noi di Radioscrigno, con Timi e con Cristina. E poi c’era un giradischi e i potenti mezzi di Radio Rai. E c’erano Sergio Endrigo e Enrico de Angelis.

Li guardavo entrambi: uno era il grande Sergio, così amato da mio padre che cantava sempre partirà la nave partirà dove arriverà questo non si sa, sarà come l’arca di noè, il cane il gatto io e te. Che poi lui era amico di mio nonno Augusto, che gli vendeva il pesce buono a via del Leoncino e lui gli regalava i 45 giri. Che puntualmente venivano distrutti dai miei fratelli piccoletti quando io nemmeno ero nata.

Che mamma me lo disse quel giorno: e diglielo no, di tuo nonno. Ma quello era Sergio Endrigo e io ci avevo la secchezza delle fauci. C’era anche Stelio con me. Non stava bene quel giorno, ma mi aveva accompagnato e si era messo seduto sui gradini di una casa di quella piazzetta tiepida.

Che serata!

Poi – dicevo – c’era de Angelis, il mitico Direttore Artistico del Premio Tenco, quello che era stato il braccio destro di Amilcare Rambaldi; uno di quelli che mi faceva una soggezione, uh, e che gli potevo dire io lui? E Stelio mi dava della babbea, e va’ da sta gente, va’, va’; e no no e che gli dico io? Sto qua buona buona e metto questi dischi, lavoro, sorrido…

Mi sa che era il 2004. Sono passati dodici anni eppure mi sembrano molti di più. Soprattutto perché ora parlo anche troppo.

Non con Sergio Endrigo purtroppo. Ma con Enrico sì. CI ho parlato tante volte. Sono stata a casa sua a consultare il suo archivio per il libro che stiamo scrivendo, accolta come un’amica antica. Ci sono stata con Daniela. E lì abbiamo capito tante cose sul Club Tenco. Sulla sua storia. Su quello che persone come Enrico rappresentano per la sua esistenza così com’è: oasi di cultura, arte dell’incontro. Su quell’idea di Amilcare Rambaldi: non li vuole nessuno sti cantautori? Li prendo io!

Abbiamo capito molto altro, sfogliando giornali, foto, lettere dell’epoca…

Siamo ripartite con l’idea un po’ da donne del Sud che “a noi Enrico nun ce lo devono toccà”.

Questo è il mio blog personale quindi non ho problemi a dire che devono averlo toccato eccome. E lo devono aver fatto per parecchio tempo. Al punto che Enrico ieri si è dimesso.

E ora il Premio Tenco non ha un Direttore Artistico e soprattutto non ha più Enrico a mantenerne l’indipendenza, lo spirito libero, l’idea.

Ma questo è un problema interno al Club, che spero il Club saprà risolvere.

Io qua volevo solo dire pubblicamente che da quel giorno lontano ho scoperto tante cose su di lui; la principale è che Enrico è una bella persona. E che non vedo l’ora di essere insieme a San Benedetto, in giugno, al Festival Ferré, con Marie e Pino e Maurizio e Luca, Nicolas, Claude, Annie, Timi e Andrea, e Maria Cristina, a mangiare fritto ascolano e a parlare di musica e poesia.

Là dove l’aria che arriva dal mare è respirabile, caro Enrico.

ABBIAMO FATTO BENE


Stamani un’amica carissima mi ha chiesto: abbiamo fatto bene?
Sia chiaro: era come me convinta del suo voto nel merito. Ne avevamo parlato lungamente. Ma anche mio fratello stamani diceva: quando “vinco” mi sento sempre dalla parte del torto.
Ed è giusto: è questa la prima ragione per cui ABBIAMO FATTO BENE. Perché sappiamo porci dei dubbi, anche quando le nostre decisioni sono frutto di lunghe e approfondite meditazioni.
E ABBIAMO FATTO BENE proprio perché le abbiamo fatte quelle meditazioni, abbiamo soppesato le ragioni, abbiamo letto, confrontato, ci siamo informati e abbiamo deciso che era NO.
E ABBIAMO FATTO BENE perché il nostro era un voto di coscienza.
E ABBIAMO FATTO BENE perché essendo di coscienza era un voto senza paura.
E ABBIAMO FATTO BENE perché quando si vota per paura si rinuncia alla propria libertà.
E ABBIAMO FATTO BENE perché ogni volta che abbiamo scelto per paura abbiamo regalato il Paese ai fascismi palesi o nascosti.
E ABBIAMO FATTO BENE perché non siamo noi che abbiamo votato coi fascisti, ma sono loro che hanno votato con noi.
E ABBIAMO FATTO BENE perché quei fascisti che vi fanno inorridire odiano quella Costituzione e il modo in cui è stata fatta, eppure sanno che in questi settanta anni ha permesso loro di esprimersi e di battersi per le loro idee, in un regime democratico, e si sono trovati costretti a difenderla: questa è una grande vittoria dei padri costituenti.
E ABBIAMO FATTO BENE perché i padri costituenti non ci hanno consegnato una cosa intoccabile, ma ci hanno REGALATO UN METODO INTOCCABILE: quello per cui in piena guerra fredda si sono riuniti in una grande assemblea e INSIEME hanno tirato fuori un piccolo gioiello di equilibrio.
E ABBIAMO FATTO BENE perché quel gioiello di equilibrio può essere modificato ma deve essere fatto per bene e non con una cosa “migliorabile” e a colpi di maggioranza, con le opposizioni fuori dall’aula: era proprio l’unica cosa che i costituenti non volevano noi facessimo.
E ABBIAMO FATTO BENE perché chi ha imposto questo plebiscito unico sulla sua figura è un presidente del Consiglio che con arroganza ha fatto e disfatto per anni senza tener conto di nessuno: sindacati, forze politiche, istanze sociali, opinione pubblica, lavoratori, insegnanti, le domande del suo stesso partito politico.
E ABBIAMO FATTO BENE perché la sinistra non è morta ieri sera. Perché Renzi non è un uomo di sinistra e la sinistra è un’altra cosa. Ha bisogno di idee, di sogni, di speranze, di coraggio, di opposizione alle ingiustizie. La sinistra non è quella che le ingiustizie le fa ad alcuni e ad altri no.
E ABBIAMO FATTO BENE perché dei populismi italiani, ieri è stato sconfitto il peggiore, il più subdolo, quello in cachemire, quello che veste morbido. Quello che si allea con gli establishment economici, delle banche, dei mostri che stanno annientando il paese.
E ABBIAMO FATTO BENE perché i populismi non si combattono con altri populismi ma con la forza delle ragioni, con la cultura, la pazienza, il dialogo.
E ABBIAMO FATTO BENE perché non è rimandando un problema che lo risolveremo: esso diventerà più grande semmai.
E ABBIAMO FATTO BENE perché non è costruendo muri che risolveremo il problema ; i muri lo sappiamo che non servono a niente. I mostri o si vanno a guardare per scoprire se in fondo solo solo dei bambini mascherati che hanno più paura di noi oppure, se sono mostri, si combattono con le armi. Le armi della coscienza, del confronto e anche dello scontro se necessario. Le armi della ragione e dello studio, della conoscenza. Non si scappa, non ci si nasconde dietro un muro
E ABBIAMO FATTO BENE perché nessuno conosce il futuro. Ma se vogliamo, il passato è dietro di noi e possiamo guardarlo e capirlo.
E ABBIAMO FATTO BENE perché i giovani hanno votato NO e non hanno paura del futuro, perché il futuro è roba loro e noi glielo consegnamo con una costituzione che li proteggerà, come ha protetto noi.
E ABBIAMO FATTO BENE perché in un voto così eterogeneo noi eravamo quelli che non pensano che chi ha votato Sì sia il male; perché erano i nostri fratelli, le nostre sorelle, i nostri amici più cari. E dipende solo da noi parlare e ripartire o continuare a recriminare.
E ABBIAMO FATTO BENE perché la democrazia è accettare che vinca la maggioranza. E se la maggioranza sarà quella che noi paventiamo vorrà dire che sarà giusto così.
E ABBIAMO FATTO BENE perché ora il Paese è affidato al Presidente della Repubblica, un costituzionalista per bene. L’unica cosa ben fatta da un piccolo personaggio politico che credeva di essere Napoleone, che ha tradito i suoi compagni e si è fatto largo a spintoni e che ora deve mangiare un po’ di polvere se vuole riproporsi. Pane e umiltà ci vuole.
E ABBIAMO FATTO BENE perché se un giorno ci svegliassimo pensando di aver sbagliato, sapremo però che eravamo limpidamente in buona fede.
E ABBIAMO FATTO BENE, infine, perché siamo persone serie e per bene e pure se spesso ci svegliamo chiedendoci perché siamo nati proprio qua, noi amiamo questo assurdo Paese, che vive di DIVERSITA’. La DIVERSITA’ è condanna e l’immensa risorsa dell’Italia. È lei che ha reso possibile che una costola di montagna che trema tra due mari sia una terra rigogliosa e piena. Noi ne facciamo parte. Anche noi siamo una risorsa.
Evviva l’Italia

Sulle tracce di Dio


Dio non è morto; non credo almeno. Credo invece che Dio se ne sia andato. Qualcuno potrebbe dire forse che ad andare via siamo stati noi.

Ma noi siamo sempre rimasti qui. Però siamo cambiati, abbiamo deciso di vivere la nostra vita in un altro modo e Dio se ne è andato.

Quando parlo con amici musulmani scopro una cosa che a noi non appartiene. Col tempo ho capito che una volta apparteneva anche a noi. Loro non hanno “fede”: loro non credono in Dio. Il Dio – come dicono loro – semplicemente è accanto a loro, fa parte della loro vita, è come mangiare dormire amare, avere gambe e braccia. Dio per loro è come tutto quello che vedono, toccano, sognano.

Conosco anche molti ebrei. La maggioranza degli ebrei che conosco è atea. Ma nessuno di loro ha perso quel Dio che nominano poco e col quale hanno un rapporto complicato; non ci credono, ma Dio è con loro e loro sanno che c’è.

Nelle terre friulane di Pasolini c’era Dio; c’era anche nei miei Appennini; c’era nel mercato di Campo de’ Fiori, nell’isola Tiberina della Sora Lella. C’era nell’anima blasfema di mia nonna Augusta. C’era negli occhi tristi di mio padre.

Poi se ne è andato. Non so se per sempre o solo perché aveva bisogno di prendere una boccata d’aria.

Ma lo vedete anche voi che Dio non è tra noi, noi non lo sentiamo e non condividiamo con lui gli spazi, le preoccupazioni, la vita.

Dio era uno che faticava eh, come noi. Forse quell’intuizione del Gesù che si faceva uomo ora la capisco meglio.

Dio era nelle cantine dove si conservava il formaggio, nelle botteghe artigiane, nelle bocche sdentate, nei visi rovinati dal vento e dalla salsedine, tra le reti dei pescatori, nel calamaio degli scrittori, nella gobba di Leopardi, nelle trincee di Asiago; nelle processioni c’era Dio e non era portato a spalla. C’era nei bambini che giocavano a palla a San Rocco, anzi, a Sarocco come dicevano i miei fratelli.

Ma quanti tradimenti all’umanità, le stragi, le ingiustizie, le manipolazioni, il cinismo, il “tanto così fan tutti”, le televisioni piume e paillettes, le informazioni distorte, le luminarie nei negozi che vendono paccottiglia, i vetrini colorati, l’ansia, la fretta, la stanchezza.

Abbiamo preteso troppo da Dio e allo stesso tempo lo abbiamo trascurato. Un po’ come accade a certe persone che a un certo punto vengono lasciate dai compagni e non capiscono perché.

Non è un fatto di chiese e di rosari. Quel Dio immanente che viveva dentro di noi non c’è più e noi non siamo in grado di pregarlo per farlo tornare, perché con lui se ne è andata anche la gratitudine per la vita.

E invece la vita è bella ed è bello poterselo ricordare.

È forse questa l’unica traccia di Dio rimasta.

La Terza Fila


Stasera sono andata a Teatro, all’Argentina. Eravamo sedute in terza fila e lo spettacolo è stato fantastico. D’altra parte si trattava di un “Ragazzi di vita” di Pier Paolo Pasolini messo in scena da Popolizio: il massimo della bellezza che mi potessi aspettare di trovare.

Che bell’incontro il mio con il teatro. Ero una ragazza di liceo quando quella professoressa – di cui non ricordo il nome – ci trovava proprio i biglietti per l’Argentina a potevamo vedere certe cose della Commedia dell’Arte. A me e a Flavia piaceva molto andare. Poi incontrammo Dario Fo e fu davvero tutto l’amore del mondo.

Un po’ più grandi abbiamo fatto abbonamenti da studenti e poi Maurizio Scaparro, che era mio vicino di casa, mi invitava alla prova generale dei suoi spettacoli. Ma che fortuna eh.

La fortuna più grande è stata incontrare Stelio che il Teatro proprio lo aveva fatto. Con lui ho scoperto Peter Brook e i Teatri più scamuffi e off che più off non si poteva.

A un certo punto è capitato pure di scriverlo io un testo teatrale. Nella confusione del milione di fronti che tengo sempre aperti è accaduto pure questo. E sono ancora molto grata per quella esperienza da cui ho imparato davvero tante cose. Soprattutto cose della vita.

E poi c’è l’opera, c’è stata l’Arena di Verona, c’è stato soprattutto che io il Teatro – come dico spesso a Clo – lo amo tutto e però in certe occasioni ci voglio l’elefante in scena e i velluti alle tende.

Io quando vado a teatro lo spettacolo lo voglio vedere tutto, pure prima di entrare.

Eppure l’ho sempre visto in piccionaia, da studentessa, laterale, nei posti più assurdi, pure in piedi o seduta per terra; ci sono andata da studentessa, da imboscata, vestita di stracci di anfibi e di jeans malandati, ci sono andata a criticare: “ma guarda la signora antica con l’animale morto addosso, il filo di perle e i capelli turchini!”

Quando vado a teatro penso sempre di essere fuori posto, di non essere socialmente all’altezza, fosse per giovinezza, fosse per abbigliamento, fosse ancora per ceto sociale.

Non so come spiegarlo: una sensazione carbonara tutt’altro che sgradevole; direi invece vagamente birbona.

Così stasera quando ci siamo sedute al nostro posto fighissimo, niente po’ po’ di meno che in terza fila, Valeria mi ha guardata e mi ha detto: “ah però!” tutta contenta, come se stessimo facendo una cosa birichina e qualcuno potesse venire a dirci all’improvviso: “Voi non dovete stare qui!!!” E io ho capito che per fortuna siamo ancora birbone.

Poi però ho avuto un’altra idea. Meno rassicurante.

Ho pensato con un certo sgomento che dietro di noi – chissà se al terzo ordine –  magari un paio di ragazze ci stava guardando con le nostre borse di pelle, i nostri cappottini e il mio cappellino di cachemire grigio. Mi pare quasi di sentire quelle due stronzette dire: “va là ste babbione! Chissà come saranno indignate da tutte ste parolacce, che ne sanno loro di Pasolini? Borghesi rifatte!”

Ma davvero?

A Regazzì, ciucciami il calzino!

Dal Tenco a Roma Ostiense


C’è un treno che parte a dieci minuti alle sette da Sanremo e arriva a Roma alle due e mezza. È quello che qualche volta mi è capitato di prendere di ritorno dal Premio Tenco, la Rassegna della Canzone d’autore.

Ieri l’ho preso e tra un dormiveglia e una chiacchiera con Piji e Fausto ho molto pensato a cosa significasse per me questa manifestazione:  una serie di ricordi, alcuni anche sentimentali, si sono affacciati alla mia mente ad una velocità superiore a quella del treno (una specie di carro merci imbarazzante per Trenitalia).

Quest’anno la Radio era media partner del Club Tenco e quindi sono andata lì solo per questo; non scriverò perciò su qualche sito che si occupa di musica delle mie sensazioni: critiche e lodi me le tengo per me questa volta ed è per questo che ho deciso di scriverne sul blog. Perché qui non si tratta solo di musica e ho veramente bisogno di parlare in libertà.

Questi ricordi, dicevo, sono importanti. Sono legati a un tempo ormai passato, quando le mie amiche mi spingevano a reagire a certa mia solitudine affettiva e a certo freddo interiore legato alla morte di Stelio; e poi  mi spingevano anche a reagire a quella timidezza e a quella ritrosia che mi facevano sempre stare un passo indietro rispetto a tutto quello che amavo.

Sono state le mie amiche a convincermi ad andare al Tenco la prima volta. E fu subito grande amore. C’era qualcosa in quel delirio che mi innamorò all’istante. Era un’aria che si respirava, un certo movimento di corridoi, di amicizie, di scambio umano e culturale a coinvolgermi, pur nella mia totale estraneità.

Devo molto al Tenco in questo senso. Un po’ come ad ogni comunità culturalmente alta che ha saputo catturarmi e ha saputo farmi capire che la mia solitudine intellettuale era solo una sciocca percezione.

Esistono in Italia tantissimi spazi di condivisione che ci permettono di capire, sorprenderci, cambiare e far nascere idee.

Non credo alle favole e questi luoghi sono pieni di conflittualità come ogni altro posto del mondo. Poi in Italia nulla risulta vivo se non è conflittuale. E poi c’è il vecchio e il nuovo e mille altre ragioni che spesso faccio fatica a capire.  Comprendo però le oasi del bello quando le incontro.

Il Tenco è una delle oasi del bello che ho avuto la fortuna di trovare lungo la mia strada. Si fa musica, se ne discute, la si contesta. Si progetta, si suppone, ci si dà appuntamento. Come dicevo a Daniele è un Non Luogo che si incontra in un luogo.

Una comunità in definitiva che fa di una certa forma d’arte motivo di piacere squisito e sublime. Pur nelle difficoltà.

Una cosa ho capito ieri nel dormiveglia, e quindi va preso col beneficio del dubbio: il bene più prezioso del Tenco è la sua indipendenza esterna e interna. Se saprà mantenerla non ha nulla da temere.

E nemmeno noi che ogni anno torniamo.

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