Gatto Atlantico

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Enrico, Sergio Endrigo, la musica e altre storie


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Me lo ricordo quel giorno a Zagarolo. Che detta così può sembrare uno scherzo. Invece è un ricordo, di tanti anni fa. C’era il Festival Stradarolo organizzato dai Têtes de Bois e c’eravamo noi di Radioscrigno, con Timi e con Cristina. E poi c’era un giradischi e i potenti mezzi di Radio Rai. E c’erano Sergio Endrigo e Enrico de Angelis.

Li guardavo entrambi: uno era il grande Sergio, così amato da mio padre che cantava sempre partirà la nave partirà dove arriverà questo non si sa, sarà come l’arca di noè, il cane il gatto io e te. Che poi lui era amico di mio nonno Augusto, che gli vendeva il pesce buono a via del Leoncino e lui gli regalava i 45 giri. Che puntualmente venivano distrutti dai miei fratelli piccoletti quando io nemmeno ero nata.

Che mamma me lo disse quel giorno: e diglielo no, di tuo nonno. Ma quello era Sergio Endrigo e io ci avevo la secchezza delle fauci. C’era anche Stelio con me. Non stava bene quel giorno, ma mi aveva accompagnato e si era messo seduto sui gradini di una casa di quella piazzetta tiepida.

Che serata!

Poi – dicevo – c’era de Angelis, il mitico Direttore Artistico del Premio Tenco, quello che era stato il braccio destro di Amilcare Rambaldi; uno di quelli che mi faceva una soggezione, uh, e che gli potevo dire io lui? E Stelio mi dava della babbea, e va’ da sta gente, va’, va’; e no no e che gli dico io? Sto qua buona buona e metto questi dischi, lavoro, sorrido…

Mi sa che era il 2004. Sono passati dodici anni eppure mi sembrano molti di più. Soprattutto perché ora parlo anche troppo.

Non con Sergio Endrigo purtroppo. Ma con Enrico sì. CI ho parlato tante volte. Sono stata a casa sua a consultare il suo archivio per il libro che stiamo scrivendo, accolta come un’amica antica. Ci sono stata con Daniela. E lì abbiamo capito tante cose sul Club Tenco. Sulla sua storia. Su quello che persone come Enrico rappresentano per la sua esistenza così com’è: oasi di cultura, arte dell’incontro. Su quell’idea di Amilcare Rambaldi: non li vuole nessuno sti cantautori? Li prendo io!

Abbiamo capito molto altro, sfogliando giornali, foto, lettere dell’epoca…

Siamo ripartite con l’idea un po’ da donne del Sud che “a noi Enrico nun ce lo devono toccà”.

Questo è il mio blog personale quindi non ho problemi a dire che devono averlo toccato eccome. E lo devono aver fatto per parecchio tempo. Al punto che Enrico ieri si è dimesso.

E ora il Premio Tenco non ha un Direttore Artistico e soprattutto non ha più Enrico a mantenerne l’indipendenza, lo spirito libero, l’idea.

Ma questo è un problema interno al Club, che spero il Club saprà risolvere.

Io qua volevo solo dire pubblicamente che da quel giorno lontano ho scoperto tante cose su di lui; la principale è che Enrico è una bella persona. E che non vedo l’ora di essere insieme a San Benedetto, in giugno, al Festival Ferré, con Marie e Pino e Maurizio e Luca, Nicolas, Claude, Annie, Timi e Andrea, e Maria Cristina, a mangiare fritto ascolano e a parlare di musica e poesia.

Là dove l’aria che arriva dal mare è respirabile, caro Enrico.

ABBIAMO FATTO BENE


Stamani un’amica carissima mi ha chiesto: abbiamo fatto bene?
Sia chiaro: era come me convinta del suo voto nel merito. Ne avevamo parlato lungamente. Ma anche mio fratello stamani diceva: quando “vinco” mi sento sempre dalla parte del torto.
Ed è giusto: è questa la prima ragione per cui ABBIAMO FATTO BENE. Perché sappiamo porci dei dubbi, anche quando le nostre decisioni sono frutto di lunghe e approfondite meditazioni.
E ABBIAMO FATTO BENE proprio perché le abbiamo fatte quelle meditazioni, abbiamo soppesato le ragioni, abbiamo letto, confrontato, ci siamo informati e abbiamo deciso che era NO.
E ABBIAMO FATTO BENE perché il nostro era un voto di coscienza.
E ABBIAMO FATTO BENE perché essendo di coscienza era un voto senza paura.
E ABBIAMO FATTO BENE perché quando si vota per paura si rinuncia alla propria libertà.
E ABBIAMO FATTO BENE perché ogni volta che abbiamo scelto per paura abbiamo regalato il Paese ai fascismi palesi o nascosti.
E ABBIAMO FATTO BENE perché non siamo noi che abbiamo votato coi fascisti, ma sono loro che hanno votato con noi.
E ABBIAMO FATTO BENE perché quei fascisti che vi fanno inorridire odiano quella Costituzione e il modo in cui è stata fatta, eppure sanno che in questi settanta anni ha permesso loro di esprimersi e di battersi per le loro idee, in un regime democratico, e si sono trovati costretti a difenderla: questa è una grande vittoria dei padri costituenti.
E ABBIAMO FATTO BENE perché i padri costituenti non ci hanno consegnato una cosa intoccabile, ma ci hanno REGALATO UN METODO INTOCCABILE: quello per cui in piena guerra fredda si sono riuniti in una grande assemblea e INSIEME hanno tirato fuori un piccolo gioiello di equilibrio.
E ABBIAMO FATTO BENE perché quel gioiello di equilibrio può essere modificato ma deve essere fatto per bene e non con una cosa “migliorabile” e a colpi di maggioranza, con le opposizioni fuori dall’aula: era proprio l’unica cosa che i costituenti non volevano noi facessimo.
E ABBIAMO FATTO BENE perché chi ha imposto questo plebiscito unico sulla sua figura è un presidente del Consiglio che con arroganza ha fatto e disfatto per anni senza tener conto di nessuno: sindacati, forze politiche, istanze sociali, opinione pubblica, lavoratori, insegnanti, le domande del suo stesso partito politico.
E ABBIAMO FATTO BENE perché la sinistra non è morta ieri sera. Perché Renzi non è un uomo di sinistra e la sinistra è un’altra cosa. Ha bisogno di idee, di sogni, di speranze, di coraggio, di opposizione alle ingiustizie. La sinistra non è quella che le ingiustizie le fa ad alcuni e ad altri no.
E ABBIAMO FATTO BENE perché dei populismi italiani, ieri è stato sconfitto il peggiore, il più subdolo, quello in cachemire, quello che veste morbido. Quello che si allea con gli establishment economici, delle banche, dei mostri che stanno annientando il paese.
E ABBIAMO FATTO BENE perché i populismi non si combattono con altri populismi ma con la forza delle ragioni, con la cultura, la pazienza, il dialogo.
E ABBIAMO FATTO BENE perché non è rimandando un problema che lo risolveremo: esso diventerà più grande semmai.
E ABBIAMO FATTO BENE perché non è costruendo muri che risolveremo il problema ; i muri lo sappiamo che non servono a niente. I mostri o si vanno a guardare per scoprire se in fondo solo solo dei bambini mascherati che hanno più paura di noi oppure, se sono mostri, si combattono con le armi. Le armi della coscienza, del confronto e anche dello scontro se necessario. Le armi della ragione e dello studio, della conoscenza. Non si scappa, non ci si nasconde dietro un muro
E ABBIAMO FATTO BENE perché nessuno conosce il futuro. Ma se vogliamo, il passato è dietro di noi e possiamo guardarlo e capirlo.
E ABBIAMO FATTO BENE perché i giovani hanno votato NO e non hanno paura del futuro, perché il futuro è roba loro e noi glielo consegnamo con una costituzione che li proteggerà, come ha protetto noi.
E ABBIAMO FATTO BENE perché in un voto così eterogeneo noi eravamo quelli che non pensano che chi ha votato Sì sia il male; perché erano i nostri fratelli, le nostre sorelle, i nostri amici più cari. E dipende solo da noi parlare e ripartire o continuare a recriminare.
E ABBIAMO FATTO BENE perché la democrazia è accettare che vinca la maggioranza. E se la maggioranza sarà quella che noi paventiamo vorrà dire che sarà giusto così.
E ABBIAMO FATTO BENE perché ora il Paese è affidato al Presidente della Repubblica, un costituzionalista per bene. L’unica cosa ben fatta da un piccolo personaggio politico che credeva di essere Napoleone, che ha tradito i suoi compagni e si è fatto largo a spintoni e che ora deve mangiare un po’ di polvere se vuole riproporsi. Pane e umiltà ci vuole.
E ABBIAMO FATTO BENE perché se un giorno ci svegliassimo pensando di aver sbagliato, sapremo però che eravamo limpidamente in buona fede.
E ABBIAMO FATTO BENE, infine, perché siamo persone serie e per bene e pure se spesso ci svegliamo chiedendoci perché siamo nati proprio qua, noi amiamo questo assurdo Paese, che vive di DIVERSITA’. La DIVERSITA’ è condanna e l’immensa risorsa dell’Italia. È lei che ha reso possibile che una costola di montagna che trema tra due mari sia una terra rigogliosa e piena. Noi ne facciamo parte. Anche noi siamo una risorsa.
Evviva l’Italia

Sulle tracce di Dio


Dio non è morto; non credo almeno. Credo invece che Dio se ne sia andato. Qualcuno potrebbe dire forse che ad andare via siamo stati noi.

Ma noi siamo sempre rimasti qui. Però siamo cambiati, abbiamo deciso di vivere la nostra vita in un altro modo e Dio se ne è andato.

Quando parlo con amici musulmani scopro una cosa che a noi non appartiene. Col tempo ho capito che una volta apparteneva anche a noi. Loro non hanno “fede”: loro non credono in Dio. Il Dio – come dicono loro – semplicemente è accanto a loro, fa parte della loro vita, è come mangiare dormire amare, avere gambe e braccia. Dio per loro è come tutto quello che vedono, toccano, sognano.

Conosco anche molti ebrei. La maggioranza degli ebrei che conosco è atea. Ma nessuno di loro ha perso quel Dio che nominano poco e col quale hanno un rapporto complicato; non ci credono, ma Dio è con loro e loro sanno che c’è.

Nelle terre friulane di Pasolini c’era Dio; c’era anche nei miei Appennini; c’era nel mercato di Campo de’ Fiori, nell’isola Tiberina della Sora Lella. C’era nell’anima blasfema di mia nonna Augusta. C’era negli occhi tristi di mio padre.

Poi se ne è andato. Non so se per sempre o solo perché aveva bisogno di prendere una boccata d’aria.

Ma lo vedete anche voi che Dio non è tra noi, noi non lo sentiamo e non condividiamo con lui gli spazi, le preoccupazioni, la vita.

Dio era uno che faticava eh, come noi. Forse quell’intuizione del Gesù che si faceva uomo ora la capisco meglio.

Dio era nelle cantine dove si conservava il formaggio, nelle botteghe artigiane, nelle bocche sdentate, nei visi rovinati dal vento e dalla salsedine, tra le reti dei pescatori, nel calamaio degli scrittori, nella gobba di Leopardi, nelle trincee di Asiago; nelle processioni c’era Dio e non era portato a spalla. C’era nei bambini che giocavano a palla a San Rocco, anzi, a Sarocco come dicevano i miei fratelli.

Ma quanti tradimenti all’umanità, le stragi, le ingiustizie, le manipolazioni, il cinismo, il “tanto così fan tutti”, le televisioni piume e paillettes, le informazioni distorte, le luminarie nei negozi che vendono paccottiglia, i vetrini colorati, l’ansia, la fretta, la stanchezza.

Abbiamo preteso troppo da Dio e allo stesso tempo lo abbiamo trascurato. Un po’ come accade a certe persone che a un certo punto vengono lasciate dai compagni e non capiscono perché.

Non è un fatto di chiese e di rosari. Quel Dio immanente che viveva dentro di noi non c’è più e noi non siamo in grado di pregarlo per farlo tornare, perché con lui se ne è andata anche la gratitudine per la vita.

E invece la vita è bella ed è bello poterselo ricordare.

È forse questa l’unica traccia di Dio rimasta.

La Terza Fila


Stasera sono andata a Teatro, all’Argentina. Eravamo sedute in terza fila e lo spettacolo è stato fantastico. D’altra parte si trattava di un “Ragazzi di vita” di Pier Paolo Pasolini messo in scena da Popolizio: il massimo della bellezza che mi potessi aspettare di trovare.

Che bell’incontro il mio con il teatro. Ero una ragazza di liceo quando quella professoressa – di cui non ricordo il nome – ci trovava proprio i biglietti per l’Argentina a potevamo vedere certe cose della Commedia dell’Arte. A me e a Flavia piaceva molto andare. Poi incontrammo Dario Fo e fu davvero tutto l’amore del mondo.

Un po’ più grandi abbiamo fatto abbonamenti da studenti e poi Maurizio Scaparro, che era mio vicino di casa, mi invitava alla prova generale dei suoi spettacoli. Ma che fortuna eh.

La fortuna più grande è stata incontrare Stelio che il Teatro proprio lo aveva fatto. Con lui ho scoperto Peter Brook e i Teatri più scamuffi e off che più off non si poteva.

A un certo punto è capitato pure di scriverlo io un testo teatrale. Nella confusione del milione di fronti che tengo sempre aperti è accaduto pure questo. E sono ancora molto grata per quella esperienza da cui ho imparato davvero tante cose. Soprattutto cose della vita.

E poi c’è l’opera, c’è stata l’Arena di Verona, c’è stato soprattutto che io il Teatro – come dico spesso a Clo – lo amo tutto e però in certe occasioni ci voglio l’elefante in scena e i velluti alle tende.

Io quando vado a teatro lo spettacolo lo voglio vedere tutto, pure prima di entrare.

Eppure l’ho sempre visto in piccionaia, da studentessa, laterale, nei posti più assurdi, pure in piedi o seduta per terra; ci sono andata da studentessa, da imboscata, vestita di stracci di anfibi e di jeans malandati, ci sono andata a criticare: “ma guarda la signora antica con l’animale morto addosso, il filo di perle e i capelli turchini!”

Quando vado a teatro penso sempre di essere fuori posto, di non essere socialmente all’altezza, fosse per giovinezza, fosse per abbigliamento, fosse ancora per ceto sociale.

Non so come spiegarlo: una sensazione carbonara tutt’altro che sgradevole; direi invece vagamente birbona.

Così stasera quando ci siamo sedute al nostro posto fighissimo, niente po’ po’ di meno che in terza fila, Valeria mi ha guardata e mi ha detto: “ah però!” tutta contenta, come se stessimo facendo una cosa birichina e qualcuno potesse venire a dirci all’improvviso: “Voi non dovete stare qui!!!” E io ho capito che per fortuna siamo ancora birbone.

Poi però ho avuto un’altra idea. Meno rassicurante.

Ho pensato con un certo sgomento che dietro di noi – chissà se al terzo ordine –  magari un paio di ragazze ci stava guardando con le nostre borse di pelle, i nostri cappottini e il mio cappellino di cachemire grigio. Mi pare quasi di sentire quelle due stronzette dire: “va là ste babbione! Chissà come saranno indignate da tutte ste parolacce, che ne sanno loro di Pasolini? Borghesi rifatte!”

Ma davvero?

A Regazzì, ciucciami il calzino!

Dal Tenco a Roma Ostiense


C’è un treno che parte a dieci minuti alle sette da Sanremo e arriva a Roma alle due e mezza. È quello che qualche volta mi è capitato di prendere di ritorno dal Premio Tenco, la Rassegna della Canzone d’autore.

Ieri l’ho preso e tra un dormiveglia e una chiacchiera con Piji e Fausto ho molto pensato a cosa significasse per me questa manifestazione:  una serie di ricordi, alcuni anche sentimentali, si sono affacciati alla mia mente ad una velocità superiore a quella del treno (una specie di carro merci imbarazzante per Trenitalia).

Quest’anno la Radio era media partner del Club Tenco e quindi sono andata lì solo per questo; non scriverò perciò su qualche sito che si occupa di musica delle mie sensazioni: critiche e lodi me le tengo per me questa volta ed è per questo che ho deciso di scriverne sul blog. Perché qui non si tratta solo di musica e ho veramente bisogno di parlare in libertà.

Questi ricordi, dicevo, sono importanti. Sono legati a un tempo ormai passato, quando le mie amiche mi spingevano a reagire a certa mia solitudine affettiva e a certo freddo interiore legato alla morte di Stelio; e poi  mi spingevano anche a reagire a quella timidezza e a quella ritrosia che mi facevano sempre stare un passo indietro rispetto a tutto quello che amavo.

Sono state le mie amiche a convincermi ad andare al Tenco la prima volta. E fu subito grande amore. C’era qualcosa in quel delirio che mi innamorò all’istante. Era un’aria che si respirava, un certo movimento di corridoi, di amicizie, di scambio umano e culturale a coinvolgermi, pur nella mia totale estraneità.

Devo molto al Tenco in questo senso. Un po’ come ad ogni comunità culturalmente alta che ha saputo catturarmi e ha saputo farmi capire che la mia solitudine intellettuale era solo una sciocca percezione.

Esistono in Italia tantissimi spazi di condivisione che ci permettono di capire, sorprenderci, cambiare e far nascere idee.

Non credo alle favole e questi luoghi sono pieni di conflittualità come ogni altro posto del mondo. Poi in Italia nulla risulta vivo se non è conflittuale. E poi c’è il vecchio e il nuovo e mille altre ragioni che spesso faccio fatica a capire.  Comprendo però le oasi del bello quando le incontro.

Il Tenco è una delle oasi del bello che ho avuto la fortuna di trovare lungo la mia strada. Si fa musica, se ne discute, la si contesta. Si progetta, si suppone, ci si dà appuntamento. Come dicevo a Daniele è un Non Luogo che si incontra in un luogo.

Una comunità in definitiva che fa di una certa forma d’arte motivo di piacere squisito e sublime. Pur nelle difficoltà.

Una cosa ho capito ieri nel dormiveglia, e quindi va preso col beneficio del dubbio: il bene più prezioso del Tenco è la sua indipendenza esterna e interna. Se saprà mantenerla non ha nulla da temere.

E nemmeno noi che ogni anno torniamo.

Dario Fo e le coperte colorate di speranza


Lo spiegavo all’ortopedico ieri che per me camminare è indispensabile. Camminare a lungo, per ore e ore. Così ho scandito sempre la mia vita, i miei problemi, le mie riflessioni, le mie convinzioni, i miei sogni ad occhi aperti: gli unici che conservo gelosamente e di cui nego l’esistenza.

Bisogna sempre conservare degli spazi privati all’esistenza: quelli che non confesseresti mai nemmeno a tua madre, nemmeno al tuo grande amore.

Non so cosa stessi pensando ieri mentre camminavo, prima con Daniela e poi da sola. Doveva essere qualcosa di pesante. Nel senso proprio letterale del termine. Perché poi non ho dormito e mi sono coricata con questo masso sulle spalle.

Non so a cosa pensassi. Ma so cosa vedevo: ovunque coperte colorate. Cenciose. Stampate in modo improbabile.

Forse doni o scarti trovati dentro i cassonetti perennemente ricolmi di questa nostra città che è sempre più puzzolente, come prima del 20 settembre 1870. Una data che ci ha portato i buzzurri in città e la speculazione edilizia, ma pure, ammettiamolo – la bonifica igienica.

E perché parlo di questo? Non so. So solo che non ricordo nelle mie scorribande notturne in solitaria e a piedi di aver visto mai tanti fagotti colorati sui gradini, sotto un arco, dietro un ponte, a fianco una pensilina, su un marciapiede sconnesso, o sopra le radici prepotenti di un pino secolare.

E dentro ogni fagotto un barbone, sì. Dieci cento mille barboni. Giovani. Silenziosi. Stupiti. Di tutte le nazionalità. Qualcuno mi guardava con gli occhi appena appena rossi, di vino forse, o di pianto.

Magari solo di freddo.

Sono ovunque, come nell’Opera da tre soldi.

Hanno reso inquieta ieri la mia anima piccolo borghese. Ma poi ho pensato a Dario Fo. E a tutti quelli come lui che hanno dato voce ai diseredati, agli innocenti, ai disprezzati.

Non dirò ai disperati: perché la speranza è quella che rende vivo un uomo.

Ed è forse proprio quella parte segreta che custodiamo gelosi dentro di noi.

La notte a Roma, tra puzze e coperte, è sempre mite.

Cattura e protegge. E aiuta a capire.

Io voglio restare sempre dalla parte degli oppressi.

Indulgenza


Ogni studente italiano dovrebbe andare una volta nella vita a Recanati. Non si può prescindere da Leopardi in nessun modo quando si parla d’Italia. E di provincia. E di dolore. E di adolescenza. E di poesia.

L’ho capito solo a questa età, perché io a Recanati non ero mai andata. Ci sono molti modi per trovare infinito.

E Dio.

O anche la Madonna, a casa sua, a Loreto. Ci siamo andate con Ersilia e Roberta. Tutti sanno che ho grandi resistenze per questo genere di cose. Non ho confidenza con santuari e devozione. Ma ci tengo a dire che ho profondo rispetto. Tutto ciò che è sacro per gli altri merita profondo rispetto. Più da chi non lo considera tale che dagli altri.

Si ha diritto alla diversità solo se si è disposti a battersi a duello affinché gli altri possano vivere liberamente le loro “uguaglianze”.

Per questo quella volta con Andrea, Licio, Marta, Timi e Gianni mi arrabbiai fino a sentirmi male a Lourdes. Perché quel grido di Gesù contro i mercanti nel Tempio non è servito a nulla se la Chiesa permette intorno e anche dentro così tanto lucrare. Non sulle apparizioni della Madonna, no. Sulla malattia e le disperanze.

Allora a Loreto sono entrata con una certa diffidenza.

C’è anche la Porta Santa e si ‘lucrano indulgenze’

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Un modo interessante per essere onesti da parte del sistema.

Ma quello che ha ferito la mia coscienza è stato dentro il tempio, di fronte a tanta devozione e amore della gente, mentre quella signora con gli occhiali si impegnava a toccare ogni centimetro della casa di Maria, con spirito religioso. Ecco, proprio lì, c’era un bancone che raccoglie le offerte e c’era un fraticello. Vecchietto col suo saio e la sua lunga barba bianca e la sua magrezza. Era la perfetta icona del frate. E del Santo.

Solo che era seduto lì, dentro al tempio, a contare i soldi. Questo faceva: contava i soldi, prima di portarli via. Un po’ come facevano i miei fratelli in edicola, prima di andarli a depositare in banca. Gli mancava solo la matita dietro l’orecchio. Un po’ da pizzicarolo.

Allora mi sono sentita io umiliata.

Ma poi ho pensato che non avevo diritto. Perché la miscredente ero io.

Allora siamo andate a Recanati. A incontrare belle persone, gli amici del Tenco, ma anche Lucia e Sonny, così ospitali, così accoglienti, tra pioggia e versi su cui naufragar dolcemente.

E così, in macchina, mentre andavamo in albergo, all’improvviso, ho girato gli occhi e l’ho visto.

Ma sì, proprio l’ho visto, sto famoso “infinito”. Una incredibile vallata verde, di tante sfumature di verde, appena appena piene del loro lussureggiare perché bagnate dalla pioggia.

Una bellezza che innamora, che fa male, che inebetisce.

È durato un attimo ma volevo dire: “fermati, voglio restare lì per sempre”.

E poi, dopo essermi ripresa da questo tuffo al cuore che somigliava in tutto e per tutto all’amore, ho capito.

Ho finalmente capito.

Era tutto vero.

E scusa Giacomo se qualche volta ho dubitato.

Vorrei cercare il mio Professore di italiano che diceva che Leopardi era falso, che le sue poesie erano di mestiere, che erano scritte appositamente per colpire, che nella sua Poetica lui stesso lo dichiarava. Che il suo animo non era quello. Che non era gentile.

No professò, hai toppato: era proprio tutto vero.

E perciò per lucrare l’indulgenza, professò, vedi de annà a Recanati,

a passà la Porta Santa.

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