Gatto Atlantico

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Sulle tracce di Dio


Dio non è morto; non credo almeno. Credo invece che Dio se ne sia andato. Qualcuno potrebbe dire forse che ad andare via siamo stati noi.

Ma noi siamo sempre rimasti qui. Però siamo cambiati, abbiamo deciso di vivere la nostra vita in un altro modo e Dio se ne è andato.

Quando parlo con amici musulmani scopro una cosa che a noi non appartiene. Col tempo ho capito che una volta apparteneva anche a noi. Loro non hanno “fede”: loro non credono in Dio. Il Dio – come dicono loro – semplicemente è accanto a loro, fa parte della loro vita, è come mangiare dormire amare, avere gambe e braccia. Dio per loro è come tutto quello che vedono, toccano, sognano.

Conosco anche molti ebrei. La maggioranza degli ebrei che conosco è atea. Ma nessuno di loro ha perso quel Dio che nominano poco e col quale hanno un rapporto complicato; non ci credono, ma Dio è con loro e loro sanno che c’è.

Nelle terre friulane di Pasolini c’era Dio; c’era anche nei miei Appennini; c’era nel mercato di Campo de’ Fiori, nell’isola Tiberina della Sora Lella. C’era nell’anima blasfema di mia nonna Augusta. C’era negli occhi tristi di mio padre.

Poi se ne è andato. Non so se per sempre o solo perché aveva bisogno di prendere una boccata d’aria.

Ma lo vedete anche voi che Dio non è tra noi, noi non lo sentiamo e non condividiamo con lui gli spazi, le preoccupazioni, la vita.

Dio era uno che faticava eh, come noi. Forse quell’intuizione del Gesù che si faceva uomo ora la capisco meglio.

Dio era nelle cantine dove si conservava il formaggio, nelle botteghe artigiane, nelle bocche sdentate, nei visi rovinati dal vento e dalla salsedine, tra le reti dei pescatori, nel calamaio degli scrittori, nella gobba di Leopardi, nelle trincee di Asiago; nelle processioni c’era Dio e non era portato a spalla. C’era nei bambini che giocavano a palla a San Rocco, anzi, a Sarocco come dicevano i miei fratelli.

Ma quanti tradimenti all’umanità, le stragi, le ingiustizie, le manipolazioni, il cinismo, il “tanto così fan tutti”, le televisioni piume e paillettes, le informazioni distorte, le luminarie nei negozi che vendono paccottiglia, i vetrini colorati, l’ansia, la fretta, la stanchezza.

Abbiamo preteso troppo da Dio e allo stesso tempo lo abbiamo trascurato. Un po’ come accade a certe persone che a un certo punto vengono lasciate dai compagni e non capiscono perché.

Non è un fatto di chiese e di rosari. Quel Dio immanente che viveva dentro di noi non c’è più e noi non siamo in grado di pregarlo per farlo tornare, perché con lui se ne è andata anche la gratitudine per la vita.

E invece la vita è bella ed è bello poterselo ricordare.

È forse questa l’unica traccia di Dio rimasta.

La Terza Fila


Stasera sono andata a Teatro, all’Argentina. Eravamo sedute in terza fila e lo spettacolo è stato fantastico. D’altra parte si trattava di un “Ragazzi di vita” di Pier Paolo Pasolini messo in scena da Popolizio: il massimo della bellezza che mi potessi aspettare di trovare.

Che bell’incontro il mio con il teatro. Ero una ragazza di liceo quando quella professoressa – di cui non ricordo il nome – ci trovava proprio i biglietti per l’Argentina a potevamo vedere certe cose della Commedia dell’Arte. A me e a Flavia piaceva molto andare. Poi incontrammo Dario Fo e fu davvero tutto l’amore del mondo.

Un po’ più grandi abbiamo fatto abbonamenti da studenti e poi Maurizio Scaparro, che era mio vicino di casa, mi invitava alla prova generale dei suoi spettacoli. Ma che fortuna eh.

La fortuna più grande è stata incontrare Stelio che il Teatro proprio lo aveva fatto. Con lui ho scoperto Peter Brook e i Teatri più scamuffi e off che più off non si poteva.

A un certo punto è capitato pure di scriverlo io un testo teatrale. Nella confusione del milione di fronti che tengo sempre aperti è accaduto pure questo. E sono ancora molto grata per quella esperienza da cui ho imparato davvero tante cose. Soprattutto cose della vita.

E poi c’è l’opera, c’è stata l’Arena di Verona, c’è stato soprattutto che io il Teatro – come dico spesso a Clo – lo amo tutto e però in certe occasioni ci voglio l’elefante in scena e i velluti alle tende.

Io quando vado a teatro lo spettacolo lo voglio vedere tutto, pure prima di entrare.

Eppure l’ho sempre visto in piccionaia, da studentessa, laterale, nei posti più assurdi, pure in piedi o seduta per terra; ci sono andata da studentessa, da imboscata, vestita di stracci di anfibi e di jeans malandati, ci sono andata a criticare: “ma guarda la signora antica con l’animale morto addosso, il filo di perle e i capelli turchini!”

Quando vado a teatro penso sempre di essere fuori posto, di non essere socialmente all’altezza, fosse per giovinezza, fosse per abbigliamento, fosse ancora per ceto sociale.

Non so come spiegarlo: una sensazione carbonara tutt’altro che sgradevole; direi invece vagamente birbona.

Così stasera quando ci siamo sedute al nostro posto fighissimo, niente po’ po’ di meno che in terza fila, Valeria mi ha guardata e mi ha detto: “ah però!” tutta contenta, come se stessimo facendo una cosa birichina e qualcuno potesse venire a dirci all’improvviso: “Voi non dovete stare qui!!!” E io ho capito che per fortuna siamo ancora birbone.

Poi però ho avuto un’altra idea. Meno rassicurante.

Ho pensato con un certo sgomento che dietro di noi – chissà se al terzo ordine –  magari un paio di ragazze ci stava guardando con le nostre borse di pelle, i nostri cappottini e il mio cappellino di cachemire grigio. Mi pare quasi di sentire quelle due stronzette dire: “va là ste babbione! Chissà come saranno indignate da tutte ste parolacce, che ne sanno loro di Pasolini? Borghesi rifatte!”

Ma davvero?

A Regazzì, ciucciami il calzino!

Dal Tenco a Roma Ostiense


C’è un treno che parte a dieci minuti alle sette da Sanremo e arriva a Roma alle due e mezza. È quello che qualche volta mi è capitato di prendere di ritorno dal Premio Tenco, la Rassegna della Canzone d’autore.

Ieri l’ho preso e tra un dormiveglia e una chiacchiera con Piji e Fausto ho molto pensato a cosa significasse per me questa manifestazione:  una serie di ricordi, alcuni anche sentimentali, si sono affacciati alla mia mente ad una velocità superiore a quella del treno (una specie di carro merci imbarazzante per Trenitalia).

Quest’anno la Radio era media partner del Club Tenco e quindi sono andata lì solo per questo; non scriverò perciò su qualche sito che si occupa di musica delle mie sensazioni: critiche e lodi me le tengo per me questa volta ed è per questo che ho deciso di scriverne sul blog. Perché qui non si tratta solo di musica e ho veramente bisogno di parlare in libertà.

Questi ricordi, dicevo, sono importanti. Sono legati a un tempo ormai passato, quando le mie amiche mi spingevano a reagire a certa mia solitudine affettiva e a certo freddo interiore legato alla morte di Stelio; e poi  mi spingevano anche a reagire a quella timidezza e a quella ritrosia che mi facevano sempre stare un passo indietro rispetto a tutto quello che amavo.

Sono state le mie amiche a convincermi ad andare al Tenco la prima volta. E fu subito grande amore. C’era qualcosa in quel delirio che mi innamorò all’istante. Era un’aria che si respirava, un certo movimento di corridoi, di amicizie, di scambio umano e culturale a coinvolgermi, pur nella mia totale estraneità.

Devo molto al Tenco in questo senso. Un po’ come ad ogni comunità culturalmente alta che ha saputo catturarmi e ha saputo farmi capire che la mia solitudine intellettuale era solo una sciocca percezione.

Esistono in Italia tantissimi spazi di condivisione che ci permettono di capire, sorprenderci, cambiare e far nascere idee.

Non credo alle favole e questi luoghi sono pieni di conflittualità come ogni altro posto del mondo. Poi in Italia nulla risulta vivo se non è conflittuale. E poi c’è il vecchio e il nuovo e mille altre ragioni che spesso faccio fatica a capire.  Comprendo però le oasi del bello quando le incontro.

Il Tenco è una delle oasi del bello che ho avuto la fortuna di trovare lungo la mia strada. Si fa musica, se ne discute, la si contesta. Si progetta, si suppone, ci si dà appuntamento. Come dicevo a Daniele è un Non Luogo che si incontra in un luogo.

Una comunità in definitiva che fa di una certa forma d’arte motivo di piacere squisito e sublime. Pur nelle difficoltà.

Una cosa ho capito ieri nel dormiveglia, e quindi va preso col beneficio del dubbio: il bene più prezioso del Tenco è la sua indipendenza esterna e interna. Se saprà mantenerla non ha nulla da temere.

E nemmeno noi che ogni anno torniamo.

Dario Fo e le coperte colorate di speranza


Lo spiegavo all’ortopedico ieri che per me camminare è indispensabile. Camminare a lungo, per ore e ore. Così ho scandito sempre la mia vita, i miei problemi, le mie riflessioni, le mie convinzioni, i miei sogni ad occhi aperti: gli unici che conservo gelosamente e di cui nego l’esistenza.

Bisogna sempre conservare degli spazi privati all’esistenza: quelli che non confesseresti mai nemmeno a tua madre, nemmeno al tuo grande amore.

Non so cosa stessi pensando ieri mentre camminavo, prima con Daniela e poi da sola. Doveva essere qualcosa di pesante. Nel senso proprio letterale del termine. Perché poi non ho dormito e mi sono coricata con questo masso sulle spalle.

Non so a cosa pensassi. Ma so cosa vedevo: ovunque coperte colorate. Cenciose. Stampate in modo improbabile.

Forse doni o scarti trovati dentro i cassonetti perennemente ricolmi di questa nostra città che è sempre più puzzolente, come prima del 20 settembre 1870. Una data che ci ha portato i buzzurri in città e la speculazione edilizia, ma pure, ammettiamolo – la bonifica igienica.

E perché parlo di questo? Non so. So solo che non ricordo nelle mie scorribande notturne in solitaria e a piedi di aver visto mai tanti fagotti colorati sui gradini, sotto un arco, dietro un ponte, a fianco una pensilina, su un marciapiede sconnesso, o sopra le radici prepotenti di un pino secolare.

E dentro ogni fagotto un barbone, sì. Dieci cento mille barboni. Giovani. Silenziosi. Stupiti. Di tutte le nazionalità. Qualcuno mi guardava con gli occhi appena appena rossi, di vino forse, o di pianto.

Magari solo di freddo.

Sono ovunque, come nell’Opera da tre soldi.

Hanno reso inquieta ieri la mia anima piccolo borghese. Ma poi ho pensato a Dario Fo. E a tutti quelli come lui che hanno dato voce ai diseredati, agli innocenti, ai disprezzati.

Non dirò ai disperati: perché la speranza è quella che rende vivo un uomo.

Ed è forse proprio quella parte segreta che custodiamo gelosi dentro di noi.

La notte a Roma, tra puzze e coperte, è sempre mite.

Cattura e protegge. E aiuta a capire.

Io voglio restare sempre dalla parte degli oppressi.

Indulgenza


Ogni studente italiano dovrebbe andare una volta nella vita a Recanati. Non si può prescindere da Leopardi in nessun modo quando si parla d’Italia. E di provincia. E di dolore. E di adolescenza. E di poesia.

L’ho capito solo a questa età, perché io a Recanati non ero mai andata. Ci sono molti modi per trovare infinito.

E Dio.

O anche la Madonna, a casa sua, a Loreto. Ci siamo andate con Ersilia e Roberta. Tutti sanno che ho grandi resistenze per questo genere di cose. Non ho confidenza con santuari e devozione. Ma ci tengo a dire che ho profondo rispetto. Tutto ciò che è sacro per gli altri merita profondo rispetto. Più da chi non lo considera tale che dagli altri.

Si ha diritto alla diversità solo se si è disposti a battersi a duello affinché gli altri possano vivere liberamente le loro “uguaglianze”.

Per questo quella volta con Andrea, Licio, Marta, Timi e Gianni mi arrabbiai fino a sentirmi male a Lourdes. Perché quel grido di Gesù contro i mercanti nel Tempio non è servito a nulla se la Chiesa permette intorno e anche dentro così tanto lucrare. Non sulle apparizioni della Madonna, no. Sulla malattia e le disperanze.

Allora a Loreto sono entrata con una certa diffidenza.

C’è anche la Porta Santa e si ‘lucrano indulgenze’

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Un modo interessante per essere onesti da parte del sistema.

Ma quello che ha ferito la mia coscienza è stato dentro il tempio, di fronte a tanta devozione e amore della gente, mentre quella signora con gli occhiali si impegnava a toccare ogni centimetro della casa di Maria, con spirito religioso. Ecco, proprio lì, c’era un bancone che raccoglie le offerte e c’era un fraticello. Vecchietto col suo saio e la sua lunga barba bianca e la sua magrezza. Era la perfetta icona del frate. E del Santo.

Solo che era seduto lì, dentro al tempio, a contare i soldi. Questo faceva: contava i soldi, prima di portarli via. Un po’ come facevano i miei fratelli in edicola, prima di andarli a depositare in banca. Gli mancava solo la matita dietro l’orecchio. Un po’ da pizzicarolo.

Allora mi sono sentita io umiliata.

Ma poi ho pensato che non avevo diritto. Perché la miscredente ero io.

Allora siamo andate a Recanati. A incontrare belle persone, gli amici del Tenco, ma anche Lucia e Sonny, così ospitali, così accoglienti, tra pioggia e versi su cui naufragar dolcemente.

E così, in macchina, mentre andavamo in albergo, all’improvviso, ho girato gli occhi e l’ho visto.

Ma sì, proprio l’ho visto, sto famoso “infinito”. Una incredibile vallata verde, di tante sfumature di verde, appena appena piene del loro lussureggiare perché bagnate dalla pioggia.

Una bellezza che innamora, che fa male, che inebetisce.

È durato un attimo ma volevo dire: “fermati, voglio restare lì per sempre”.

E poi, dopo essermi ripresa da questo tuffo al cuore che somigliava in tutto e per tutto all’amore, ho capito.

Ho finalmente capito.

Era tutto vero.

E scusa Giacomo se qualche volta ho dubitato.

Vorrei cercare il mio Professore di italiano che diceva che Leopardi era falso, che le sue poesie erano di mestiere, che erano scritte appositamente per colpire, che nella sua Poetica lui stesso lo dichiarava. Che il suo animo non era quello. Che non era gentile.

No professò, hai toppato: era proprio tutto vero.

E perciò per lucrare l’indulgenza, professò, vedi de annà a Recanati,

a passà la Porta Santa.

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Premonizioni sul treno all’incontrario


Sono stati giorni intensi, di premonizioni e piccole fatiche. Ma anche di risate e di bellezza. Delle mie montagne e Appennini, così colpiti dalla natura in questi giorni e il nostro territorio martoriato e Amatrice che non è vero che non c’è più. La rivedremo.

Ce la faranno.

Non ci sono alternative al farcela. Non ci sono mai. Fa bene chi dice che dobbiamo abbracciarci noi uomini di buona volontà e volerci bene.

Per questo ieri non so perché ma ho capito che ti ho perdonato. Non pensavo sarebbe mai accaduto. Però è andata così. È accaduto in terra pugliese, mentre tornavo seduta su un treno che andava all’incontrario come nella famosa canzone. Poi ho anche capito che dovevo farlo proprio ieri, non è così?

Saranno le solite premonizioni appunto. Quelle che conosci. Le mie. Deve funzionare a pezzi di cuore la vita. Che questo cuore è infinito, il legame che ci unisce agli Dei. E allora il mio si fa a pezzettini e resta un po’ qua a fare compagnia a chi c’è stato. A chi mi ha tanto amato e io non l’ho voluto. A chi ho tanto amato eppur non mi ha voluta.

Come te.

Tutto quell’amore sprecato e andato a male come il parmigiano in quel frigo di Lecce, anima mia, mi sa che però è un problema tuo.

Per questo ti devo aver perdonato, perché invece io non ci ho più voglia di sprecare niente. Ci pensavo mentre quel vecchio e solido e basso mare di ulivi si spostava in senso inverso.

Chissà poi perché quando prenoto un posto in treno sono sempre seduta in direzione ostinata e contraria?

Ti avevo già perdonato mentre salivo in seggiovia sul Monte Tillia e avevo tutta quella grande paura spensierata.

Ti avevo già perdonato quando sorridevo al sorriso d’altri.

Non ho mai smesso di amare nessuno. Sei stato fortunato a incontrarmi.

Anche io sono stata fortunata. A incontrarmi. A incontrarmi quando caccio le mosche vicino alla fonte, quando scelgo il colore delle unghie, quando aspetto il bus all’Argentina. Quando ascolto radio con le cuffie in testa, quando vedo di ricordarmi che cos’è l’amore.

Lo so, non ci si capisce molto eh. Lo so. Ma cosa mai ti puoi aspettare salendo su un treno?

Che all’incontrario va?

State zitti, per favore.


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