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Quello che ho visto e sentito a Sanremo, tra canzoni e contaminazioni


Post musicale (più o meno). Andare oltre casomai

 

Vorrei lasciare alcune impressioni che mi restano su questa edizione del Festival di Sanremo, consapevole che tra una settimana tutto si spegnerà e resteranno solo le radio a mandare canzoni.

Ieri mattina però ero impegnata in un trasloco e tra andata e ritorno una era la canzone che già andava in giro: quella di Mahmood, “Soldi”. E ho pensato tra me e me che questo ragazzo aveva già vinto. Non pensavo mai che potesse farcela proprio per la vittoria finale, perché sapevo che la partecipazione popolare per sms avrebbe premiato persone con maggiore visibilità. In fondo Mahmood era un giovane esordiente, arrivato in finale per selezione. Uno come Ultimo invece, che fa i concerti allo Stadio Olimpico dopo un anno di carriera, è chiaro e banale che avrebbe preso più voti. Non ci poteva essere storia. Per fortuna il regolamento era fatto in modo per cui la canzone più apprezzata in senso relativo da tutti avesse la vittoria.

E difatti è così. Si può pensare quello che si vuole della canzone, ma in effetti è un pezzo che arriva immediato al traguardo. Lui è giovane e piace ai giovani e – come dicevo – alle radio. Ha una voce particolare e avvincente. Il ritmo della sua canzone, l’arrangiamento con sonorità tribali, la contaminazione tra rap, melodie classiche e ritmi africani era chiara, diretta, orecchiabile e coinvolgente.

Martedì sera mi trovavo insieme ad amici a vedere la gara. Il gruppo di ascolto – fatto essenzialmente di musicisti e addetti ai lavori – dopo ore e ore di musica quasi tutta inutile o scontata, era esausto. Le orecchie chiedevano pietà e tutto appariva uguale a se stesso. Eppure Mahmood – che ha suonato tra gli ultimi – ci ha subito colpito. È partito l’immediato: “Aho, mica male”, “Ah però”… eccetera. La voglia è stata subito quella di andare a riascoltare, a leggere il testo, a capire meglio.

A nessuno, in quella fase, interessava la provenienza del giovane. A tutti interessava questa canzone che faceva della contaminazione di suoni e cultura la differenza. Una differenza che può anche urtare i nervi, volendo. Ma la faceva eccome.

E poi vai a scoprire che tra inni alle droghe scontati e invocazioni a nonni, prozie, amori e fidanzate, tatuaggi, gioielli e pose conformiste nell’anticonformismo, questa era una canzone “d’autore” a tutti gli effetti, perché a leggere il testo scoprivi che questo ragazzo raccontava probabilmente della sua vita, comunque di un padre andato via per perdita di dignità, di un sistema di valori sbagliato (“Soldi”, appunto) e lo raccontava con la semplicità e la rabbia di un giovane italiano, che manda un messaggio diretto senza bisogno di maschere.

Di Mahmood ho apprezzato il modo di salire sul palco, la semplicità, la mancanza di aggressività eppure la forza del suo messaggio. E il suo sound che mi resta in testa.

Poi arriva il resto, le polemiche idiote, le inutili strumentalizzazioni politiche.

Io ho molto goduto di questa vittoria, non perché il ragazzo è italo egiziano e parla di Nargilè e ramadan nel suo pezzo.

Ho molto goduto perché – al di là di tutto e delle resistenze di un mondo che non accetta la diversità, oppure l’accetta e se ne fa pure vanto considerandola comunque diversità (è pure peggio) – ha vinto la realtà. E la realtà italiana è che Alessandro Mahmood è italiano al cento per cento, come dice lui, parla sardo e milanese. Ha studiato in Italia. E questa è l’Italia del futuro. Dove può accadere che tuo padre sia uno che beva champagne sotto ramadan esattamente come un altro padre che va in chiesa la domenica e poi torna a casa e picchia ubriaco i figli… dove insomma ipocrisia, mancanza di dignità, assenza e alienazione riguardano tutti.

In fondo il ragazzo Mahmood può essere un amico dell’alienato figlio raccontato altrettanto bene da Silvestri e Rancore (e Manuel Agnelli), in quell’altro pugno nello stomaco necessario che è stato “Argentovivo”.

Cosa altro salvo di questa edizione? la grinta, la forza, il coraggio, l’urlo sgraziato di una grande come Loredana Bertè, anche se secondo me il pezzo non era bellissimo. Sarei stata felice se avesse vinto. Salvo anche Motta, pure se non sarebbe dovuto salire sul palco come se fosse stato Francesco Renga con la voce ancora incolta. Doveva portare di più se stesso: la canzone – che parla di migrazione – è un bel pezzo se sentito col suo arrangiamento originale. Speriamo che l’entrata nel mondo delle major non inietti acqua nel sangue anarchico di questo talento della musica italiana. Il suo sound non è nelle mie corde come il rap contaminato di Mahmood, ma ne riconosco l’elettrico futuro.

Mi hanno un po’ deluso gli Zen Circus che avevano una canzone con un testo straordinario. Ma non decollava mai. Va bene tutto, ma quel pezzo aveva proprio bisogno di un dannato ritornello.

Voglio pure spendere una parola su Anna Tatangelo che – per una volta – ha cantato con dignità e senza pose un pezzo piccolino ma che ha reso al meglio. Andava bene per un Sanremo classico, anni Ottanta e Novanta.

Non sono riuscita invece a capire il pezzo di Arisa, la cui voce normalmente amo molto. E sinceramente per me il pezzo di Paola Turci è proprio non pervenuto.

Delusione per me grande – anche in proporzione alla grandezza dell’artista che stimo e amo moltissimo – è stato Simone Cristicchi. Il testo della canzone pareva l’Angelus del Papa. E comunque continuo a pensare che sia necessario prendersi cura del prossimo, prima di chiederla. È una battuta, ma il punto è che sono una che fotografa i fiori in mezzo all’asfalto e quindi non sono estranea al messaggio d’amore. Ma vi era qualcosa di volutamente ammiccante alle disperazioni della gente in questa canzone; e quindi spero di dimenticarla in fretta. Inoltre somiglia troppo al tema di “Risvegli” perché possa essere una casualità. Non è un plagio tecnicamente, ma le orecchie non fanno questioni di numero di battute.

Sugli altri non ho molto da dire. Mi è sembrata tutta una melassa che si confondeva nelle mie orecchie.

Ma un bravo va detto a Claudio Baglioni per aver dato risalto alle canzoni più che a tutto il resto. Questo è stato il valore aggiunto delle ultime due edizioni del Festival. Perché in fondo è il Festival della canzone italiana e non dei cantanti. E aver dato modo di ascoltarle più di una volta ha favorito l’approfondimento a chi davvero voleva farlo.

SI sente troppa poca musica in Tv e certo magari vorremmo ascoltare cose che amiamo di più. Ma il cast era davvero variegato. I giovani hanno guardato il Festival e pure i vecchi. Peccato che le canzoni per la maggior parte non fossero all’altezza. Erano già sentite e banali.

Ma tutto sommato – considerato che quasi sempre la maggior parte è da buttare – va anche bene così.

Meno bene gli autori dello spettacolo televisivo. Quando ero piccola dicevamo: “Lo spirito di Patata”. Ecco. I poveri tre conduttori hanno dovuto sostenere momenti imbarazzanti per bambini scioccherelli. Ma perché?

E poi non potrò mai dimenticare il momento trash della serata in cui Ornella Vanoni – che è una Dea – è stata invitata – con la scusa di scherzare con la Raffaele – per presentare Patty Pravo – un’altra Dea – e poterle poi così sfottere per i loro visi deformati dalla plastica e indubbiamente imbarazzanti. Non posso accettare una simile manipolazione: costruire un siparietto comico trash (a gratis come direbbe Ornella) alle spalle di due signore di una certa età che sono state l’eccellenza della nostra canzone è per me una vergogna.

Non potrò mai perdonare poi lo scempio fatto contro Sergio Endrigo e Enzo Jannacci. Quelli non sono omaggi e Baglioni non può baglioneggiare ovunque. No. Non si può accettare.

Ma lo scempio più oltraggioso è stato quello fatto a Luigi Tenco da Elisa in coppia con lo stesso Baglioni. Quella interpretazione di un capolavoro non era solo orrenda. Era anche contro tutto quello per cui Tenco ha vissuto artisticamente. Luigi Tenco – e con lui altri benemeriti della musica italiana – hanno rivoluzionato la canzone per testi, melodie, arrangiamenti, idee. Cantare “Vedrai Vedrai” come avrebbero fatto Gino Latilla e Carla Boni è stata una scelta rivoltante. E purtroppo – temo – del tutto inconsapevole.

Ad ogni modo io mi auguro – anche se non ci spero – che il prossimo anno Baglioni possa essere ancora il Direttore artistico. Quando è stato investito dalle polemiche perché rispose a una semplice domanda sulle migrazioni e lo fece in maniera ragionevole, ho temuto che si sarebbe autocensurato.

Ha fatto altro. Ha parlato di musica. E la musica ha risposto da sola, nel bene e nel male. Ma comunque nell’unico modo possibile: contaminando.

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