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Quello che ho visto e sentito a Sanremo, tra canzoni e contaminazioni


Post musicale (più o meno). Andare oltre casomai

 

Vorrei lasciare alcune impressioni che mi restano su questa edizione del Festival di Sanremo, consapevole che tra una settimana tutto si spegnerà e resteranno solo le radio a mandare canzoni.

Ieri mattina però ero impegnata in un trasloco e tra andata e ritorno una era la canzone che già andava in giro: quella di Mahmood, “Soldi”. E ho pensato tra me e me che questo ragazzo aveva già vinto. Non pensavo mai che potesse farcela proprio per la vittoria finale, perché sapevo che la partecipazione popolare per sms avrebbe premiato persone con maggiore visibilità. In fondo Mahmood era un giovane esordiente, arrivato in finale per selezione. Uno come Ultimo invece, che fa i concerti allo Stadio Olimpico dopo un anno di carriera, è chiaro e banale che avrebbe preso più voti. Non ci poteva essere storia. Per fortuna il regolamento era fatto in modo per cui la canzone più apprezzata in senso relativo da tutti avesse la vittoria.

E difatti è così. Si può pensare quello che si vuole della canzone, ma in effetti è un pezzo che arriva immediato al traguardo. Lui è giovane e piace ai giovani e – come dicevo – alle radio. Ha una voce particolare e avvincente. Il ritmo della sua canzone, l’arrangiamento con sonorità tribali, la contaminazione tra rap, melodie classiche e ritmi africani era chiara, diretta, orecchiabile e coinvolgente.

Martedì sera mi trovavo insieme ad amici a vedere la gara. Il gruppo di ascolto – fatto essenzialmente di musicisti e addetti ai lavori – dopo ore e ore di musica quasi tutta inutile o scontata, era esausto. Le orecchie chiedevano pietà e tutto appariva uguale a se stesso. Eppure Mahmood – che ha suonato tra gli ultimi – ci ha subito colpito. È partito l’immediato: “Aho, mica male”, “Ah però”… eccetera. La voglia è stata subito quella di andare a riascoltare, a leggere il testo, a capire meglio.

A nessuno, in quella fase, interessava la provenienza del giovane. A tutti interessava questa canzone che faceva della contaminazione di suoni e cultura la differenza. Una differenza che può anche urtare i nervi, volendo. Ma la faceva eccome.

E poi vai a scoprire che tra inni alle droghe scontati e invocazioni a nonni, prozie, amori e fidanzate, tatuaggi, gioielli e pose conformiste nell’anticonformismo, questa era una canzone “d’autore” a tutti gli effetti, perché a leggere il testo scoprivi che questo ragazzo raccontava probabilmente della sua vita, comunque di un padre andato via per perdita di dignità, di un sistema di valori sbagliato (“Soldi”, appunto) e lo raccontava con la semplicità e la rabbia di un giovane italiano, che manda un messaggio diretto senza bisogno di maschere.

Di Mahmood ho apprezzato il modo di salire sul palco, la semplicità, la mancanza di aggressività eppure la forza del suo messaggio. E il suo sound che mi resta in testa.

Poi arriva il resto, le polemiche idiote, le inutili strumentalizzazioni politiche.

Io ho molto goduto di questa vittoria, non perché il ragazzo è italo egiziano e parla di Nargilè e ramadan nel suo pezzo.

Ho molto goduto perché – al di là di tutto e delle resistenze di un mondo che non accetta la diversità, oppure l’accetta e se ne fa pure vanto considerandola comunque diversità (è pure peggio) – ha vinto la realtà. E la realtà italiana è che Alessandro Mahmood è italiano al cento per cento, come dice lui, parla sardo e milanese. Ha studiato in Italia. E questa è l’Italia del futuro. Dove può accadere che tuo padre sia uno che beva champagne sotto ramadan esattamente come un altro padre che va in chiesa la domenica e poi torna a casa e picchia ubriaco i figli… dove insomma ipocrisia, mancanza di dignità, assenza e alienazione riguardano tutti.

In fondo il ragazzo Mahmood può essere un amico dell’alienato figlio raccontato altrettanto bene da Silvestri e Rancore (e Manuel Agnelli), in quell’altro pugno nello stomaco necessario che è stato “Argentovivo”.

Cosa altro salvo di questa edizione? la grinta, la forza, il coraggio, l’urlo sgraziato di una grande come Loredana Bertè, anche se secondo me il pezzo non era bellissimo. Sarei stata felice se avesse vinto. Salvo anche Motta, pure se non sarebbe dovuto salire sul palco come se fosse stato Francesco Renga con la voce ancora incolta. Doveva portare di più se stesso: la canzone – che parla di migrazione – è un bel pezzo se sentito col suo arrangiamento originale. Speriamo che l’entrata nel mondo delle major non inietti acqua nel sangue anarchico di questo talento della musica italiana. Il suo sound non è nelle mie corde come il rap contaminato di Mahmood, ma ne riconosco l’elettrico futuro.

Mi hanno un po’ deluso gli Zen Circus che avevano una canzone con un testo straordinario. Ma non decollava mai. Va bene tutto, ma quel pezzo aveva proprio bisogno di un dannato ritornello.

Voglio pure spendere una parola su Anna Tatangelo che – per una volta – ha cantato con dignità e senza pose un pezzo piccolino ma che ha reso al meglio. Andava bene per un Sanremo classico, anni Ottanta e Novanta.

Non sono riuscita invece a capire il pezzo di Arisa, la cui voce normalmente amo molto. E sinceramente per me il pezzo di Paola Turci è proprio non pervenuto.

Delusione per me grande – anche in proporzione alla grandezza dell’artista che stimo e amo moltissimo – è stato Simone Cristicchi. Il testo della canzone pareva l’Angelus del Papa. E comunque continuo a pensare che sia necessario prendersi cura del prossimo, prima di chiederla. È una battuta, ma il punto è che sono una che fotografa i fiori in mezzo all’asfalto e quindi non sono estranea al messaggio d’amore. Ma vi era qualcosa di volutamente ammiccante alle disperazioni della gente in questa canzone; e quindi spero di dimenticarla in fretta. Inoltre somiglia troppo al tema di “Risvegli” perché possa essere una casualità. Non è un plagio tecnicamente, ma le orecchie non fanno questioni di numero di battute.

Sugli altri non ho molto da dire. Mi è sembrata tutta una melassa che si confondeva nelle mie orecchie.

Ma un bravo va detto a Claudio Baglioni per aver dato risalto alle canzoni più che a tutto il resto. Questo è stato il valore aggiunto delle ultime due edizioni del Festival. Perché in fondo è il Festival della canzone italiana e non dei cantanti. E aver dato modo di ascoltarle più di una volta ha favorito l’approfondimento a chi davvero voleva farlo.

SI sente troppa poca musica in Tv e certo magari vorremmo ascoltare cose che amiamo di più. Ma il cast era davvero variegato. I giovani hanno guardato il Festival e pure i vecchi. Peccato che le canzoni per la maggior parte non fossero all’altezza. Erano già sentite e banali.

Ma tutto sommato – considerato che quasi sempre la maggior parte è da buttare – va anche bene così.

Meno bene gli autori dello spettacolo televisivo. Quando ero piccola dicevamo: “Lo spirito di Patata”. Ecco. I poveri tre conduttori hanno dovuto sostenere momenti imbarazzanti per bambini scioccherelli. Ma perché?

E poi non potrò mai dimenticare il momento trash della serata in cui Ornella Vanoni – che è una Dea – è stata invitata – con la scusa di scherzare con la Raffaele – per presentare Patty Pravo – un’altra Dea – e poterle poi così sfottere per i loro visi deformati dalla plastica e indubbiamente imbarazzanti. Non posso accettare una simile manipolazione: costruire un siparietto comico trash (a gratis come direbbe Ornella) alle spalle di due signore di una certa età che sono state l’eccellenza della nostra canzone è per me una vergogna.

Non potrò mai perdonare poi lo scempio fatto contro Sergio Endrigo e Enzo Jannacci. Quelli non sono omaggi e Baglioni non può baglioneggiare ovunque. No. Non si può accettare.

Ma lo scempio più oltraggioso è stato quello fatto a Luigi Tenco da Elisa in coppia con lo stesso Baglioni. Quella interpretazione di un capolavoro non era solo orrenda. Era anche contro tutto quello per cui Tenco ha vissuto artisticamente. Luigi Tenco – e con lui altri benemeriti della musica italiana – hanno rivoluzionato la canzone per testi, melodie, arrangiamenti, idee. Cantare “Vedrai Vedrai” come avrebbero fatto Gino Latilla e Carla Boni è stata una scelta rivoltante. E purtroppo – temo – del tutto inconsapevole.

Ad ogni modo io mi auguro – anche se non ci spero – che il prossimo anno Baglioni possa essere ancora il Direttore artistico. Quando è stato investito dalle polemiche perché rispose a una semplice domanda sulle migrazioni e lo fece in maniera ragionevole, ho temuto che si sarebbe autocensurato.

Ha fatto altro. Ha parlato di musica. E la musica ha risposto da sola, nel bene e nel male. Ma comunque nell’unico modo possibile: contaminando.

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Sanremo 2018. Un gancio in mezzo al cielo?


POST PER QUELLI CHE SI OCCUPANO DI MUSICA COME ME.

Beh lo dico subito che il mio personale bilancio sul Sanremo 2018 è positivo. E siccome non accade mai e il Direttore Artistico di quest’anno è un artista che per me musicalmente ha sempre rappresentato “il male” (con la emme minuscola però), due parole proprio mi va di spenderle. Sono considerazioni varie per le quali sto cercando una sintesi. Vediamo dove riesco ad arrivare.

Parto forse da Flavia e dai nostri fratelli maggiori che sentivano i Genesis e i Pink Floyd. Come potevamo quindi amare Claudio Baglioni? Flavia ed io siamo amiche da sempre ed eravamo compagne di Liceo. E per noi la musica era importante. Quando io ero ragazza la musica che si ascoltava ci divideva. Io non frequentavo quelli che ascoltavano Claudio Baglioni. Questa cosa mi fa ridere fino alle lacrime, soprattutto se penso che a malapena sopportavo i cantautori italiani. Però è interessante aver condiviso questo pensiero l’altro giorno con Flavia a Milano. Dove eravamo per vedere uno spettacolo teatrale, peraltro bellissimo. E quindi è stato davvero surreale entrare in albergo dopo tanta bellezza e trovarsi all’improvviso di fronte a una specie di Karaoke con Nek, Max Pezzali, Baglioni e Renga a cantare l’ennesima canzone appasserottata del Nostro. La faccia della mia amica era fantastica. Per non parlare di quando hanno fatto risentire degli stralci delle tre canzoni in gara per la vittoria (“Ma sono bruttissime Bettona! Ma perché vincono?”) e infine si è dovuta anche cibare “La Canzone intelligente” trasformata Nella Canzone Demente.

Sì. Ci sono stati dei momenti trash in questo Sanremo. E probabilmente me ne sono persi un bel po’, perché non l’ho visto tutto e alcune cose le ho recuperate i giorni successivi e ho fatto un po’ tutto a pezzi e a bocconi. Ma credo di aver visto abbastanza per formulare un timido parere.

Innanzitutto nel valutare il trash. Sarà difficile dimenticare quel momento straziante delle “donne che cantavano le canzoni sulle donne”. Se non l’avete visto fatevi coraggio, ingoiate una pasticca per restare calme, amiche, e cercatelo. In quel momento le tombe delle suffraggette hanno avuto un movimento sussultorio fortissimo e terribile. Anni di battaglie femminili annegate in una macedonia lasciva e ributtante che neanche le uscite serali delle casalinghe l’8 marzo negli anni 80 hanno mai saputo eguagliare. E come poter dimenticare il Volo? Il Volo che ha dimostrato in maniera così plateale di non aver capito una beneamata di chi era Sergio Endrigo? E questi sono solo esempi di certi momenti bassissimi di questo Festival. O anche certe sciocchezze, come cercar di fare umorismo inglese senza essere inglesi e senza avere una platea inglese.

E però: Sanremo è uno spettacolo televisivo, una specie di evento che si ripete ogni anno come il Carnevale. È una festa laica che in molti aspettano, per criticarlo, per cantarlo tutti insieme con gli amici, tra pizzette e fiaschi di vino – e qui lo dico ad alcuni artisti: se pensate di fare spettacoli con le canzoni di Sanremo, sappiate che chi vi starà di fronte ad ascoltare, canterà sempre a squarciagola in un ululato liberatorio: siate pronti ad accettarlo o lasciate perdere – per dire che non lo vedranno, per indignarsi con la Rai, per ripartire con le polemiche; fa tutto parte del gioco. È un evento popolare e come tale un po’ di trash ci sta. E questa volta, dopo anni e anni e anni, non è stato volgare. Non coscia al vento, non farfallina, non doppi sensi da adolescenti appena usciti dalla parrocchia che cercano di non farsi sentire dal prete, non volgarità gratuite, mani sul pacco, tette al vento. Invece abbiamo avuto di fronte tre professionisti, una presentatrice che sa fare il suo mestiere, un attore che ci ha regalato i momenti più belli del Festival al di là della musica – indimenticabile quello che ha fatto l’ultima sera con quella lettera dello Straniero. Ha fatto molto di più lui – e anche Mirkoeilcane – per far comprendere alle persone, per creare empatia con l’evento tragico che è una migrazione, di tanta inutile retorica politica in un paese travolto dall’egoismo, dalla paura e dai fascismi – e un Direttore Artistico finalmente degno di questo nome.

Certo: Claudio Baglioni ha fatto spettacolo cantando e facendo cantare a tutti gli ospiti le sue canzoni. Ma era questo che la gente voleva da casa. Le ho viste le mie amiche – e anche i miei amici – appasserottarsi tutti insieme a squarciagola e poco importa che a me non piacciano quelle canzoni. Io non le ho cantate solo per far scena anche io. Sanremo è un rito collettivo. Anche la Sala Stampa dell’Ariston è una specie di rito collettivo e tutti cantano e saltano insieme. Accade perché questo è Sanremo. C’è chi grida: Basta e chi ci prende gusto. Ha fatto benissimo a fare così anche se l’anno prossimo – se resta – dovrà inventare una cosa nuova. Sarà in grado?

Intanto però gli va riconosciuto che è stato in grado di scegliere le canzoni. Alcune erano orribili, a partire da quella che ha vinto, grondante di retorica e pure un autoplagio. Una canzone che non regala nulla se non un coraggio a chi già ce l’ha. Ma quella canzone funziona radiofonicamente. E anche “Si può dare di più” non era una canzone sensata. Eppure vinse. Ci sta. Sono operazioni a tavolino. E se Fabrizio Moro ha il suo percorso, io mi auguro che Ermal Meta riprenda subito il suo. È bravo. Può fare cose belle. E sue. E poi Annalisa. Il pezzo non mi diceva granché. Ma che voce, che forza, che potenza. Non mancavano quindi i talent, ma per la prima volta dopo tanti anni a queste realtà è stato dato uno spazio contenuto, come era giusto che fosse. Ed è stato invece dato spazio a della musica indipendente, anche se poi lo Stato Sociale ha presentato una canzone da quinta elementare. Però funziona eh. E poi si sa che a Sanremo non vince sempre la migliore. Ma in questo Sanremo abbiamo avuto la canzone di Ron, bellissima. Era di Lucio Dalla? Mi piace vincere facile? Può darsi. Ma la canzone di Diodato e Roy Paci secondo voi ci sarebbe stata con Carlo Conti? E quella di Avitabile e Servillo? E la tanta eleganza di Ornella Vanoni con Bungaro e Pacifico? Per non parlare della bellezza di alcuni duetti.

Insomma, ragazzi, dopo anni a Sanremo c’era la Canzone. Pop, all’italiana, che tanto ci ha fatto cantare. E anche sognare. Quella che gira intorno. A me Claudio Baglioni non piace come cantante, lui le magliette i passerotti e sto cavolo de gancio in mezzo al cielo che è tutta la vita che non capisco come faccia a reggersi. Ma è un ottimo direttore artistico, di musica ci capisce davvero, e di autori. E se vuole può anche migliorare nelle scelte. Io per una volta tifo per Claudio Baglioni. Ma al gancio non mi ci appendo. Eh. Ci ho paura.

Cardinali, benedizioni, Sanremo e lettere a Tenco


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Uso il mio blog per fare il mio commento semi-professionale sul Festival della Canzone italiana

Quando un cardinale ritwitta il ritornello di una tua canzone e non sei alla messa della domenica devi chiederti cosa c’è che non va. È obbligatorio. La vita non è perfetta e talvolta non solo non ti aspetta quando cadi, ma ti prende pure a calci. A volte la vita va più veloce di te e tu la insegui ansimando. Altre volte ti accorgi di essere andato avanti, mentre lei, la vita, sta tranquillamente fumando una sigaretta al bar mentre fa gli occhi dolci ad un altro. Fiorella Mannoia è la migliore interprete di se stessa e per questo piace. È sempre brava, ha una gran classe; ascoltare una sua canzone (purtroppo non troppe di seguito) dà sempre un brivido. Ma se sei Fiorella Mannoia e ti invitano al Festival perché hanno bisogno di un “classico” di qualità, ti prego, imponiti: porta una canzone come si deve. Non ci prendere in giro sulla vita, neanche fossi una vecchia nonna che dà consigli ai nipoti. Tu sei quella che ci ha imposto perentoria che l’amore con l’amore si paga e che come i treni a vapore di dolore in dolore il dolore passerà. Certo, potresti dirmi che il concetto è simile tutto sommato, ma vuoi mettere? Pensando alle vecchie signore, mi è venuta a mente la nonna di una mia cara amica, che parla due lingue che non sono la mia, eppure si fa capire benissimo quando mescola spagnolo e francese. Lei ti dice che quando esci da un dolore non devi avere fretta di stare bene, ma devi saper aspettare, fare le cose con calma, lasciare che il dolore scivoli piano. La prossima volta le canzoni dovresti farle scrivere a lei. Anche Paola Turci dovrebbe, perché ci siamo anche un po’ stufati di queste canzoni “al femminile”, che dovrebbero farci pensare, farci sentire diverse, perché noi sì che lo sappiamo quando ci sentiamo belle, quando stiamo male, quando abbiamo i pensieri nostri… anche gli uomini hanno i pensieri e forse almeno in quello dovremmo somigliare di più a loro e fare meno piagnistei. Soprattutto quando ascoltiamo e cantiamo canzoni: cerchiamo di abbandonare la sindrome di “Sally”. Anche perché è già stata scritta, è vera, è meravigliosa e se l’è immaginata un uomo. E poi, per tornare alla Turci, resto tanto male perché “nonostante parli  spesso ad alta voce e nessuno crede a ciò che dici a quel che immagini nonostante tutto io ti ascolterò quando non parli quando non mi guardi io ti vedrò lo stesso” è un modo così vero per spiegare come una donna sa amare un uomo, che quando invece ama se stessa non se la può cavare con un “fatti bella per te”, non nell’epoca in cui i ragazzi si salutano al grido: “bellapettefratè”. Non essere anche tu una zia Carmela che dà i consigli alle signorine vagamente depresse perché sono state lasciate o alle mamme stanche dopo l’ennesima lavatrice. E poi parliamo anche di musica: perché questa canzone parte già pronta per diventare uno spot di una compagnia telefonica? E perché in questo festival non ho fatto altro che sentire canzoni perfette per fare da colonna sonora il sabato pomeriggio dentro un negozio di Tezenis con la svendita di fine stagione? Perché la musica pop ormai è tutta un unico blocco sonoro senza variazioni, senza vuoti, senza passaggi, senza la possibilità di distinguere un suono o una idea armonica? Molto fa il silenzio quando si scrive una canzone, mi ha detto una volta un cantautore. E allora ad Ermal Meta che è così bravo e così cantautore e anche così indipendente, glielo voglio dire: lo so che è dura e che sei andato a Sanremo e sei arrivato terzo. Ma sai che ti dico? Se oltre ad un testo che spacca – e grazie eh, perché la vita a volte è difficile benedirla, ma è davvero vietato morire – mi inventi un arrangiamento e mi trovi una soluzione sonora che non ti faccia somigliare agli 883, magari la prossima volta lo vinci pure il Festival e noi faremo Namastè Alè! Che furbacchione simpatico questo Gabbani: ha preso la canzone dell’anno scorso, ci ha messo parole nuove, un po’ a casaccio, e ha vinto. Io lo stimo. Anche perché le parole a caso arrivano e raccontano un fatto vero. Ammettiamolo, siamo tutti vittime del buddismo faidate, del namioorenghechiò alla vaccinara (l’ho scritto così di proposito eh!), degli oracoli indiani, degli oroscopi cinesi… e questo solito modo occidentale di comprare anche le culture ci ha portato una scimmia nuda che balla all’Ariston. E la facciamo molto onestamente vincere. Cos’è l’Oriente lo ha capito invece Ron, che forse non aveva una grandissima canzone, ma era una canzone, vivaddio, una canzone vera, piena di sentimento, che raccontava di un cammino insieme: “nei miei occhi l’America, nei tuoi passi l’Oriente” e ha detto tutto eh! Ci ha detto anche che la vita è benedetta e che bisogna tenersela stretta, ma così ci piace molto di più. E che succede? Che lo eliminano. Non me ne capacito. Così come ancora devo capacitarmi dell’eliminazione del pezzo delizioso, tra i giovani, di Marianne Mirage e della seconda posizione dell’unico pezzo veramente bello di questo Festival: la “Canzone per Federica” di Maldestro, con questa vita fatta di polvere ed inganni, se pur sempre benedetta. Ma il ragazzo si farà anche se ha le spalle strette. In finale resta da dire che come al solito il grande assente è stato lui, Luigi Tenco, anche quest’anno, a cinquant’anni dalla morte. Sì lo so che Tiziano Ferro l’ha omaggiato. Ma Luigi non c’era lo stesso. Allora gli ho scritto una lettera l’altro giorno.

La ripropongo:

Ciao Luigi,

Io scherzo molto su Sanremo come ho sempre fatto da quando lo vedo: cioè da sempre. A me Sanremo diverte. Ci sono anche stata per vari anni ed è un enorme baraccone industriale. È tutto spettacolo e paillettes ed è soprattutto autoreferenziale: funziona esattamente come la Borsa. Non sto scherzando: tutto funziona e macina perché  tutti sono convinti che quella è la squadra vincente, quella è la comunicazione vincente, quelle le case discografiche vincenti, quello lo show televisivo vincente, il reality vincente, il tipo di musica vincente, la voce vincente, il look. L’artista. Il manager. L’etichetta discografica. E il tipo di pubblico. Salta una pedina e crolla tutto. Salvo ricostruire però, perché è un grande circo che fa guadagnare tutti; un po’ come il calcio. Tu di che squadra eri? Insomma, caro Luigi, se lo sai che è una grande farsa va tutto bene. Tu lo sapevi? Secondo me sì. Ora – ATTENZIONE: seguimi! – questo mondo si sta anche accorgendo che oltre alla grande musica dei reality c’è la rete, l’indie e una musica underground che fa tanti ascolti su YouTube e consimili. Se la stanno già piano piano accaparrando. Costruiranno altre forme industriali, altri cartelli cultural-economici con artisti che piaceranno anche a noi addetti ai lavori. Saranno glamour e piaceranno a un certo pubblico. Insomma. Un grande business. Non la musica d’autore eh: quella era la tua anche se non la chiamavate ancora così. Non si tratta di questo. Perché al di là delle intenzioni degli artisti, per quella roba tipo la tua ci vuole fegato rabbia, durezza. Non questo “radical chic” di oggi che piace e fa tendenza. Quando la diversità diventa un prodotto commerciale l’anima giocoforza se ne va. Ma per questo siamo ancora all’inizio e solo noi addetti ai lavori lo cominciamo a vedere. Gli altri aspetteranno un paio d’anni. Forse anche meno. Ma per ora torniamo a Sanremo. E mi sento di dirti che se entro lì io mi aspetto il baraccone e accetto tutto, a differenza tua. Anche le polemiche fanno parte del gioco. Però poi c’è il sospetto che anche quelle siano organizzate, in questo metaspettacolo di questa immensa provincia che è l’Italia. Eppure, a cinquanta anni dalla tua morte, caro Luigi Tenco, accade di rimanere comunque sconcertati perché una commissione e un pubblico tengono dentro Bernabei, Comello e Atzei e fanno fuori uno come Ron, che canta: “nei miei occhi l’America nei tuoi passi l’Oriente”. Un po’ come quella tua “solita strada bianca come il sale”. E allora Luigi, no, quel gesto non è servito a far riflettere nessuno.

O forse qualcuno ha riflettuto troppo, ma al contrario di come avresti voluto tu. E quelli che raccolsero il tuo messaggio, beh, su di loro… ti saprò dire molto presto.

Ciao Luigi,

Betta.

P.S. Ma quella lettera l’hai davvero scritta tu?

tenco

Quel canto della ragazza sul metrò


Sogni ricorrenti, pensieri ricorrenti, ricordi ricorrenti.

Forse tornano e tornano e tornano fino a che non troviamo loro il giusto luogo nella vita. La nostra. Si sa. C’è stato un tempo, tempo fa, in cui cercavo pace per quella mia inquietudine dentro, che non riusciva a  trovare espressione.

Poi ho cominciato a scrivere. E quando qualcuno mi chiedeva: ‘perché lo fai?’ Io rispondevo: ‘perché quando lo faccio sto bene. Perché scrivere mi fa stare bene’.

Qualcuno, un artista, un giorno mi disse che questa era una risposta superficiale. Che dovevo chiedermi  piuttosto la ragione di questo mio stare bene.

Un poco ci rimasi male. Balbettai qualcosa giocando con le parole e acquietando l’interesse – puntuale ma provvisorio – dell’interlocutore.

Oggi, sul tram, mi è ritornato a mente. Per via di quel ricordo ricorrente da mezzo pubblico di periferia romana.

Che tanti e tanti anni fa, con le cuffiette e la mia musica sempre nelle orecchie, per proteggermi da quei cantanti finti da metropolitana, quelli che stonano volare facendo finta di suonare la chitarra, magari con un amplificatore tenuto insieme da un elastico da bici … Che poi vengono con un bicchiere di carta della coca cola consunto a chiederti la moneta … insomma quell’umanità che si guarda poco e comunque di traverso, la mattina, quando magari per colmo di sfortuna non hai neanche una cuffietta per difendere orecchie, nari e la poca voglia di lavorare … che tanti e tanti anni fa – dicevo – salì nel metrò quella ragazza rom, con la gonna lunga, e il viso bello e i capillari rotti dal freddo.

Quella ragazza che senza amplificatori chitarre e mandolini cominciò a cantare. Una canzone in una lingua straniera. Aveva una voce bellissima. Straziante. In quella voce in quel canto c’era l’amore, la lontananza, la nostalgia, la forza, il dolore, il languore, il passato e l’avvenire, il sole quando fuori piove, la freschezza di un prato che verde e lussureggiante a primavera diventa giallo di fiori e profumi. C’era la paura, la passione, il calore, la carezza, il digiuno e la fame. Il sospiro e il sorriso. Il pianto infinito di ogni donna, in ogni punto del cielo e della terra e del mare.

Ecco. Io non so scrivere così, non so esprimere tutto quel mondo come in quel suo canto prezioso che andava sprecato tra gente nervosa e distratta.

Io non lo so fare. Però quando scrivo quel canto mi risuona di nuovo nelle orecchie e provo lo stesso sentimento che provai quel giorno, di tanto tempo fa, ascoltando quella ragazza sul metrò.

La continuo a cercare ogni giorno tra rotaie e gomme e soffitti gocciolanti della linea A.

Vajelo a dì a Sanremo.

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