Gatto Atlantico

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Tempo, temporali e luce rossa


Non è un post meteorologico.

È una considerazione sul come occupiamo il tempo. Ieri una cara amica – raccontandomi delle cose – mi ha detto: “Non ho più tanto tempo come prima”. È una cosa che mi ripeto spesso anche io, in merito alle vicende della mia vita. Come se avessi una scadenza.

O meglio, la scadenza attaccata da qualche parte ce l’ho come tutti. Ma che importanza ha? Quello che davvero conta è come lo impieghiamo questo tempo.

Qua al lavoro è successo un piccolo, piccolissimo fatto. Una incomprensione su alcune messe in onda e conseguenti promozioni esterne. Una vicenda da niente, che però ha coinvolto almeno 5 persone.

Abbiamo discusso di questa cosa insieme e due a due e lo abbiamo fatto de visu e al telefono. E lo abbiamo fatto per minuti e minuti fino a che gli stessi non sono diventati ore.

Ore della nostra vita perse per una cosa che non era oggettivamente importante per nessuno di noi.

Una cosa che dimenticheremo nel giro di brevissimo tempo.

Eppure quelle ore potevano essere impiegate per lavorare, ridere, giocare, telefonare a un amico, baciare l’innamorato, mangiare un arancino o un’arancina a seconda della costa siciliana in cui ci saremmo potuti trovare, fare un dolce, mettere su un caffè, fare una lezione di scuola guida, scrivere quella lettera che non riusciamo a scrivere, sistemare le carte per il commercialista, chiamare l’avvocato per quella perdita finanziaria e l’idraulico per quella perdita d’acqua. Avremmo potuto visitare la mostra, entrare in quel museo dove continuiamo a non entrare, riprendere un tramonto a Caracalla, camminare, comprare una borsa, portare il cane a far la cacca, farla anche noi, radersi, far la pulizia del viso, andare alle Terme dei Papi, fare una partita a filetto col collega, andare a mensa, mangiare un kebab, sentire quel disco che aspetta da un mese, mettere lo smalto alle unghie, correggere i compiti, spegnere la luce e dormire.

E smettere di pensare a tutto questo.

Oggi mi hanno detto che ho la radio sempre accesa in testa. Mi è stato detto che la devo spegnere. Ma quando si parla con me di radio non si deve mai dimenticare che si fa metaradio. E perciò ho risposto: non è la radio che deve spegnersi, ma la luce rossa sopra la sala, quella con la scritta “on air”.

Quando si perde tempo bisogna subito correre ai ripari e mettersi in modalità OFF AIR.

Cardinali, benedizioni, Sanremo e lettere a Tenco


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Uso il mio blog per fare il mio commento semi-professionale sul Festival della Canzone italiana

Quando un cardinale ritwitta il ritornello di una tua canzone e non sei alla messa della domenica devi chiederti cosa c’è che non va. È obbligatorio. La vita non è perfetta e talvolta non solo non ti aspetta quando cadi, ma ti prende pure a calci. A volte la vita va più veloce di te e tu la insegui ansimando. Altre volte ti accorgi di essere andato avanti, mentre lei, la vita, sta tranquillamente fumando una sigaretta al bar mentre fa gli occhi dolci ad un altro. Fiorella Mannoia è la migliore interprete di se stessa e per questo piace. È sempre brava, ha una gran classe; ascoltare una sua canzone (purtroppo non troppe di seguito) dà sempre un brivido. Ma se sei Fiorella Mannoia e ti invitano al Festival perché hanno bisogno di un “classico” di qualità, ti prego, imponiti: porta una canzone come si deve. Non ci prendere in giro sulla vita, neanche fossi una vecchia nonna che dà consigli ai nipoti. Tu sei quella che ci ha imposto perentoria che l’amore con l’amore si paga e che come i treni a vapore di dolore in dolore il dolore passerà. Certo, potresti dirmi che il concetto è simile tutto sommato, ma vuoi mettere? Pensando alle vecchie signore, mi è venuta a mente la nonna di una mia cara amica, che parla due lingue che non sono la mia, eppure si fa capire benissimo quando mescola spagnolo e francese. Lei ti dice che quando esci da un dolore non devi avere fretta di stare bene, ma devi saper aspettare, fare le cose con calma, lasciare che il dolore scivoli piano. La prossima volta le canzoni dovresti farle scrivere a lei. Anche Paola Turci dovrebbe, perché ci siamo anche un po’ stufati di queste canzoni “al femminile”, che dovrebbero farci pensare, farci sentire diverse, perché noi sì che lo sappiamo quando ci sentiamo belle, quando stiamo male, quando abbiamo i pensieri nostri… anche gli uomini hanno i pensieri e forse almeno in quello dovremmo somigliare di più a loro e fare meno piagnistei. Soprattutto quando ascoltiamo e cantiamo canzoni: cerchiamo di abbandonare la sindrome di “Sally”. Anche perché è già stata scritta, è vera, è meravigliosa e se l’è immaginata un uomo. E poi, per tornare alla Turci, resto tanto male perché “nonostante parli  spesso ad alta voce e nessuno crede a ciò che dici a quel che immagini nonostante tutto io ti ascolterò quando non parli quando non mi guardi io ti vedrò lo stesso” è un modo così vero per spiegare come una donna sa amare un uomo, che quando invece ama se stessa non se la può cavare con un “fatti bella per te”, non nell’epoca in cui i ragazzi si salutano al grido: “bellapettefratè”. Non essere anche tu una zia Carmela che dà i consigli alle signorine vagamente depresse perché sono state lasciate o alle mamme stanche dopo l’ennesima lavatrice. E poi parliamo anche di musica: perché questa canzone parte già pronta per diventare uno spot di una compagnia telefonica? E perché in questo festival non ho fatto altro che sentire canzoni perfette per fare da colonna sonora il sabato pomeriggio dentro un negozio di Tezenis con la svendita di fine stagione? Perché la musica pop ormai è tutta un unico blocco sonoro senza variazioni, senza vuoti, senza passaggi, senza la possibilità di distinguere un suono o una idea armonica? Molto fa il silenzio quando si scrive una canzone, mi ha detto una volta un cantautore. E allora ad Ermal Meta che è così bravo e così cantautore e anche così indipendente, glielo voglio dire: lo so che è dura e che sei andato a Sanremo e sei arrivato terzo. Ma sai che ti dico? Se oltre ad un testo che spacca – e grazie eh, perché la vita a volte è difficile benedirla, ma è davvero vietato morire – mi inventi un arrangiamento e mi trovi una soluzione sonora che non ti faccia somigliare agli 883, magari la prossima volta lo vinci pure il Festival e noi faremo Namastè Alè! Che furbacchione simpatico questo Gabbani: ha preso la canzone dell’anno scorso, ci ha messo parole nuove, un po’ a casaccio, e ha vinto. Io lo stimo. Anche perché le parole a caso arrivano e raccontano un fatto vero. Ammettiamolo, siamo tutti vittime del buddismo faidate, del namioorenghechiò alla vaccinara (l’ho scritto così di proposito eh!), degli oracoli indiani, degli oroscopi cinesi… e questo solito modo occidentale di comprare anche le culture ci ha portato una scimmia nuda che balla all’Ariston. E la facciamo molto onestamente vincere. Cos’è l’Oriente lo ha capito invece Ron, che forse non aveva una grandissima canzone, ma era una canzone, vivaddio, una canzone vera, piena di sentimento, che raccontava di un cammino insieme: “nei miei occhi l’America, nei tuoi passi l’Oriente” e ha detto tutto eh! Ci ha detto anche che la vita è benedetta e che bisogna tenersela stretta, ma così ci piace molto di più. E che succede? Che lo eliminano. Non me ne capacito. Così come ancora devo capacitarmi dell’eliminazione del pezzo delizioso, tra i giovani, di Marianne Mirage e della seconda posizione dell’unico pezzo veramente bello di questo Festival: la “Canzone per Federica” di Maldestro, con questa vita fatta di polvere ed inganni, se pur sempre benedetta. Ma il ragazzo si farà anche se ha le spalle strette. In finale resta da dire che come al solito il grande assente è stato lui, Luigi Tenco, anche quest’anno, a cinquant’anni dalla morte. Sì lo so che Tiziano Ferro l’ha omaggiato. Ma Luigi non c’era lo stesso. Allora gli ho scritto una lettera l’altro giorno.

La ripropongo:

Ciao Luigi,

Io scherzo molto su Sanremo come ho sempre fatto da quando lo vedo: cioè da sempre. A me Sanremo diverte. Ci sono anche stata per vari anni ed è un enorme baraccone industriale. È tutto spettacolo e paillettes ed è soprattutto autoreferenziale: funziona esattamente come la Borsa. Non sto scherzando: tutto funziona e macina perché  tutti sono convinti che quella è la squadra vincente, quella è la comunicazione vincente, quelle le case discografiche vincenti, quello lo show televisivo vincente, il reality vincente, il tipo di musica vincente, la voce vincente, il look. L’artista. Il manager. L’etichetta discografica. E il tipo di pubblico. Salta una pedina e crolla tutto. Salvo ricostruire però, perché è un grande circo che fa guadagnare tutti; un po’ come il calcio. Tu di che squadra eri? Insomma, caro Luigi, se lo sai che è una grande farsa va tutto bene. Tu lo sapevi? Secondo me sì. Ora – ATTENZIONE: seguimi! – questo mondo si sta anche accorgendo che oltre alla grande musica dei reality c’è la rete, l’indie e una musica underground che fa tanti ascolti su YouTube e consimili. Se la stanno già piano piano accaparrando. Costruiranno altre forme industriali, altri cartelli cultural-economici con artisti che piaceranno anche a noi addetti ai lavori. Saranno glamour e piaceranno a un certo pubblico. Insomma. Un grande business. Non la musica d’autore eh: quella era la tua anche se non la chiamavate ancora così. Non si tratta di questo. Perché al di là delle intenzioni degli artisti, per quella roba tipo la tua ci vuole fegato rabbia, durezza. Non questo “radical chic” di oggi che piace e fa tendenza. Quando la diversità diventa un prodotto commerciale l’anima giocoforza se ne va. Ma per questo siamo ancora all’inizio e solo noi addetti ai lavori lo cominciamo a vedere. Gli altri aspetteranno un paio d’anni. Forse anche meno. Ma per ora torniamo a Sanremo. E mi sento di dirti che se entro lì io mi aspetto il baraccone e accetto tutto, a differenza tua. Anche le polemiche fanno parte del gioco. Però poi c’è il sospetto che anche quelle siano organizzate, in questo metaspettacolo di questa immensa provincia che è l’Italia. Eppure, a cinquanta anni dalla tua morte, caro Luigi Tenco, accade di rimanere comunque sconcertati perché una commissione e un pubblico tengono dentro Bernabei, Comello e Atzei e fanno fuori uno come Ron, che canta: “nei miei occhi l’America nei tuoi passi l’Oriente”. Un po’ come quella tua “solita strada bianca come il sale”. E allora Luigi, no, quel gesto non è servito a far riflettere nessuno.

O forse qualcuno ha riflettuto troppo, ma al contrario di come avresti voluto tu. E quelli che raccolsero il tuo messaggio, beh, su di loro… ti saprò dire molto presto.

Ciao Luigi,

Betta.

P.S. Ma quella lettera l’hai davvero scritta tu?

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Sorprendimi


Arriva quel momento in cui sembra davvero che nulla ti possa più sorprendere.

Ma poi ti fermi un attimo e scopri che sono sorprese diverse. Per esempio ti sorprende che la tua vecchia pellaccia sia sempre dalla parte dei bambini, che ti fanno tanto ridere. Mentre prima non era così per niente.

Ti sorprendi a credere nel futuro degli altri, dopo aver pensato sempre e solo al tuo.

Ti sorprendi a scoprire che conoscere scambiare comunicare amare è più facile, più semplice, più diretto.

Più divertente.

Meno drammatico. Meno angosciante.

Di prima.

E poi ti sorprendi a vedere tante persone che soffrono dei guai che loro stessi si sono procurati e nemmeno se ne accorgono. Ma poi, all’improvviso, vederli cambiare tutto, vederli credere, vederli combattere.

E ancora ti sorprendi poi dell’aria mite. Dopo un inverno rigido. E ti sorprendi di un paio di calze nuovo, della bellezza di un film ben riuscito.

Di uno spettacolo come quello di Emma Dante che ho visto ieri sera.

Poi c’è la musica.

E guarda un po’. Ora come ora ci sei tu.

Che sei stato una sorpresa.

E allora dai.

Sorprendimi.

Buon anno In punta di penna


Stamattina dal mio poddino all’improvviso è partita una canzone di Peter Gabriel: Biko. Abbastanza a sorpresa. Non l’ascoltavo da molto tempo e devo dire che è proprio un bel brano. Quella è una canzone del 1980 e l’attivista sudafricano anti Apartheid Stephen Biko era morto nel 1977, in prigione, in circostanze mai del tutto chiarite. Ma fin troppo chiare.

A questo ho pensato: al fatto di aver attraversato tante cose. In questo mondo in cui si muore ad Aleppo, l’Apartheid è un ricordo lontano; pare appartenere ad una storia antica; sembra più lontana ancora della Seconda Guerra Mondiale. Forse perché su quest’ultima si è raccontato molto. E l’Apartheid magari è una storia ancora in via di scrittura. Me lo ricordo Mandela in prigione, Mandela liberato e quel lungo fiume di gente che lo ha accompagnato fuori dalla galera. E poi Mandela Presidente.

L’Apartheid come una vicenda lontana insomma; eppure noi manifestavamo contro. Era il mondo di Arafat, del Muro che sembrava indistruttibile e poi andò in frantumi in un attimo.

C’ero quando hanno rapito Moro, quando hanno messo la bomba alla stazione di Bologna. C’ero quando la Storia la vivevamo sulla pelle nostra.

C’ero quando hanno ammazzato Falcone e Borsellino. Falcone l’ho anche visto io. Ne ero innamorata.

C’ero poi quando Craxi era un latitante e non un esule. Leggevamo Cuore e Dostoewsky. Andavamo tantissimo al cinema. Erano gli anni 90.

Era la mia giovenezza; ma non la rimpiango, non la rivoglio indietro. Io voglio vivere oggi. E voglio che questo tempo lo facciano i giovani. Anche quando non sono d’accordo con loro. Ci voglio litigare: non li voglio snobbare. Non mi interessa di dire che quel mondo era migliore, perché non lo era. E non lo era nemmeno quello prima di noi. Lo dico a beneficio dei tanti amici che sono venuti appena prima di me. Quelli degli anni 70. Non eravate belli nemmeno voi. E tanto di cappello a chi ha cercato di portare avanti delle idee tra voi. Gli altri però stessero buoni e si levassero quell’inutile aria di superiorità. Finiti voi, finiti noi, questo mondo andrà avanti come sempre è accaduto. Fino a che un giorno si spegnerà. O scoppierà. O brucerà. E allora non sarà accaduto nulla. Nulla esisterà più. Non ci saremo più.

E alto risuonerà il grande: CHISSENEFREGA.

Ma nel frattempo, fino a che ci sono, io voglio vivere il mio tempo. Giorno per giorno; e lo voglio fare impegnandomi nella cosa che – oramai lo so – è l’unica che mi riesca bene e mi renda felice ogni momento.

E cioè vivere in punta di penna, come diceva Collodi in un suo vecchio libro sui giornalisti. In quel mondo lontano di fine Ottocento, che ho studiato a lungo, fino al Dottorato, perché mi piaceva tanto. Quel mondo in cui ritrovi l’Italia di oggi se vai a rileggerne i giornali. O forse l’Italia è cambiata, ma non il carattere dell’italiano, mai pago, mai contento, sempre lì a criticare, distinguere e cercar la pagliuzza.

Siamo fatti così.

E io così voglio vivere. In punta di penna, a scrivere. E non importa nemmeno che leggiate.

A tutti auguro per la fine di quest’anno di vivere in punta di quel che vi pare. Ricordando che il futuro è dei giovani e perciò non permettetevi mai di dire loro che non esiste più perché non vi sentite più di esistere voi.

Fate come loro: Amatevi.

Io intanto mi vado a fare la piega. Ciao.

Enrico, Sergio Endrigo, la musica e altre storie


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Me lo ricordo quel giorno a Zagarolo. Che detta così può sembrare uno scherzo. Invece è un ricordo, di tanti anni fa. C’era il Festival Stradarolo organizzato dai Têtes de Bois e c’eravamo noi di Radioscrigno, con Timi e con Cristina. E poi c’era un giradischi e i potenti mezzi di Radio Rai. E c’erano Sergio Endrigo e Enrico de Angelis.

Li guardavo entrambi: uno era il grande Sergio, così amato da mio padre che cantava sempre partirà la nave partirà dove arriverà questo non si sa, sarà come l’arca di noè, il cane il gatto io e te. Che poi lui era amico di mio nonno Augusto, che gli vendeva il pesce buono a via del Leoncino e lui gli regalava i 45 giri. Che puntualmente venivano distrutti dai miei fratelli piccoletti quando io nemmeno ero nata.

Che mamma me lo disse quel giorno: e diglielo no, di tuo nonno. Ma quello era Sergio Endrigo e io ci avevo la secchezza delle fauci. C’era anche Stelio con me. Non stava bene quel giorno, ma mi aveva accompagnato e si era messo seduto sui gradini di una casa di quella piazzetta tiepida.

Che serata!

Poi – dicevo – c’era de Angelis, il mitico Direttore Artistico del Premio Tenco, quello che era stato il braccio destro di Amilcare Rambaldi; uno di quelli che mi faceva una soggezione, uh, e che gli potevo dire io lui? E Stelio mi dava della babbea, e va’ da sta gente, va’, va’; e no no e che gli dico io? Sto qua buona buona e metto questi dischi, lavoro, sorrido…

Mi sa che era il 2004. Sono passati dodici anni eppure mi sembrano molti di più. Soprattutto perché ora parlo anche troppo.

Non con Sergio Endrigo purtroppo. Ma con Enrico sì. CI ho parlato tante volte. Sono stata a casa sua a consultare il suo archivio per il libro che stiamo scrivendo, accolta come un’amica antica. Ci sono stata con Daniela. E lì abbiamo capito tante cose sul Club Tenco. Sulla sua storia. Su quello che persone come Enrico rappresentano per la sua esistenza così com’è: oasi di cultura, arte dell’incontro. Su quell’idea di Amilcare Rambaldi: non li vuole nessuno sti cantautori? Li prendo io!

Abbiamo capito molto altro, sfogliando giornali, foto, lettere dell’epoca…

Siamo ripartite con l’idea un po’ da donne del Sud che “a noi Enrico nun ce lo devono toccà”.

Questo è il mio blog personale quindi non ho problemi a dire che devono averlo toccato eccome. E lo devono aver fatto per parecchio tempo. Al punto che Enrico ieri si è dimesso.

E ora il Premio Tenco non ha un Direttore Artistico e soprattutto non ha più Enrico a mantenerne l’indipendenza, lo spirito libero, l’idea.

Ma questo è un problema interno al Club, che spero il Club saprà risolvere.

Io qua volevo solo dire pubblicamente che da quel giorno lontano ho scoperto tante cose su di lui; la principale è che Enrico è una bella persona. E che non vedo l’ora di essere insieme a San Benedetto, in giugno, al Festival Ferré, con Marie e Pino e Maurizio e Luca, Nicolas, Claude, Annie, Timi e Andrea, e Maria Cristina, a mangiare fritto ascolano e a parlare di musica e poesia.

Là dove l’aria che arriva dal mare è respirabile, caro Enrico.

ABBIAMO FATTO BENE


Stamani un’amica carissima mi ha chiesto: abbiamo fatto bene?
Sia chiaro: era come me convinta del suo voto nel merito. Ne avevamo parlato lungamente. Ma anche mio fratello stamani diceva: quando “vinco” mi sento sempre dalla parte del torto.
Ed è giusto: è questa la prima ragione per cui ABBIAMO FATTO BENE. Perché sappiamo porci dei dubbi, anche quando le nostre decisioni sono frutto di lunghe e approfondite meditazioni.
E ABBIAMO FATTO BENE proprio perché le abbiamo fatte quelle meditazioni, abbiamo soppesato le ragioni, abbiamo letto, confrontato, ci siamo informati e abbiamo deciso che era NO.
E ABBIAMO FATTO BENE perché il nostro era un voto di coscienza.
E ABBIAMO FATTO BENE perché essendo di coscienza era un voto senza paura.
E ABBIAMO FATTO BENE perché quando si vota per paura si rinuncia alla propria libertà.
E ABBIAMO FATTO BENE perché ogni volta che abbiamo scelto per paura abbiamo regalato il Paese ai fascismi palesi o nascosti.
E ABBIAMO FATTO BENE perché non siamo noi che abbiamo votato coi fascisti, ma sono loro che hanno votato con noi.
E ABBIAMO FATTO BENE perché quei fascisti che vi fanno inorridire odiano quella Costituzione e il modo in cui è stata fatta, eppure sanno che in questi settanta anni ha permesso loro di esprimersi e di battersi per le loro idee, in un regime democratico, e si sono trovati costretti a difenderla: questa è una grande vittoria dei padri costituenti.
E ABBIAMO FATTO BENE perché i padri costituenti non ci hanno consegnato una cosa intoccabile, ma ci hanno REGALATO UN METODO INTOCCABILE: quello per cui in piena guerra fredda si sono riuniti in una grande assemblea e INSIEME hanno tirato fuori un piccolo gioiello di equilibrio.
E ABBIAMO FATTO BENE perché quel gioiello di equilibrio può essere modificato ma deve essere fatto per bene e non con una cosa “migliorabile” e a colpi di maggioranza, con le opposizioni fuori dall’aula: era proprio l’unica cosa che i costituenti non volevano noi facessimo.
E ABBIAMO FATTO BENE perché chi ha imposto questo plebiscito unico sulla sua figura è un presidente del Consiglio che con arroganza ha fatto e disfatto per anni senza tener conto di nessuno: sindacati, forze politiche, istanze sociali, opinione pubblica, lavoratori, insegnanti, le domande del suo stesso partito politico.
E ABBIAMO FATTO BENE perché la sinistra non è morta ieri sera. Perché Renzi non è un uomo di sinistra e la sinistra è un’altra cosa. Ha bisogno di idee, di sogni, di speranze, di coraggio, di opposizione alle ingiustizie. La sinistra non è quella che le ingiustizie le fa ad alcuni e ad altri no.
E ABBIAMO FATTO BENE perché dei populismi italiani, ieri è stato sconfitto il peggiore, il più subdolo, quello in cachemire, quello che veste morbido. Quello che si allea con gli establishment economici, delle banche, dei mostri che stanno annientando il paese.
E ABBIAMO FATTO BENE perché i populismi non si combattono con altri populismi ma con la forza delle ragioni, con la cultura, la pazienza, il dialogo.
E ABBIAMO FATTO BENE perché non è rimandando un problema che lo risolveremo: esso diventerà più grande semmai.
E ABBIAMO FATTO BENE perché non è costruendo muri che risolveremo il problema ; i muri lo sappiamo che non servono a niente. I mostri o si vanno a guardare per scoprire se in fondo solo solo dei bambini mascherati che hanno più paura di noi oppure, se sono mostri, si combattono con le armi. Le armi della coscienza, del confronto e anche dello scontro se necessario. Le armi della ragione e dello studio, della conoscenza. Non si scappa, non ci si nasconde dietro un muro
E ABBIAMO FATTO BENE perché nessuno conosce il futuro. Ma se vogliamo, il passato è dietro di noi e possiamo guardarlo e capirlo.
E ABBIAMO FATTO BENE perché i giovani hanno votato NO e non hanno paura del futuro, perché il futuro è roba loro e noi glielo consegnamo con una costituzione che li proteggerà, come ha protetto noi.
E ABBIAMO FATTO BENE perché in un voto così eterogeneo noi eravamo quelli che non pensano che chi ha votato Sì sia il male; perché erano i nostri fratelli, le nostre sorelle, i nostri amici più cari. E dipende solo da noi parlare e ripartire o continuare a recriminare.
E ABBIAMO FATTO BENE perché la democrazia è accettare che vinca la maggioranza. E se la maggioranza sarà quella che noi paventiamo vorrà dire che sarà giusto così.
E ABBIAMO FATTO BENE perché ora il Paese è affidato al Presidente della Repubblica, un costituzionalista per bene. L’unica cosa ben fatta da un piccolo personaggio politico che credeva di essere Napoleone, che ha tradito i suoi compagni e si è fatto largo a spintoni e che ora deve mangiare un po’ di polvere se vuole riproporsi. Pane e umiltà ci vuole.
E ABBIAMO FATTO BENE perché se un giorno ci svegliassimo pensando di aver sbagliato, sapremo però che eravamo limpidamente in buona fede.
E ABBIAMO FATTO BENE, infine, perché siamo persone serie e per bene e pure se spesso ci svegliamo chiedendoci perché siamo nati proprio qua, noi amiamo questo assurdo Paese, che vive di DIVERSITA’. La DIVERSITA’ è condanna e l’immensa risorsa dell’Italia. È lei che ha reso possibile che una costola di montagna che trema tra due mari sia una terra rigogliosa e piena. Noi ne facciamo parte. Anche noi siamo una risorsa.
Evviva l’Italia

Sulle tracce di Dio


Dio non è morto; non credo almeno. Credo invece che Dio se ne sia andato. Qualcuno potrebbe dire forse che ad andare via siamo stati noi.

Ma noi siamo sempre rimasti qui. Però siamo cambiati, abbiamo deciso di vivere la nostra vita in un altro modo e Dio se ne è andato.

Quando parlo con amici musulmani scopro una cosa che a noi non appartiene. Col tempo ho capito che una volta apparteneva anche a noi. Loro non hanno “fede”: loro non credono in Dio. Il Dio – come dicono loro – semplicemente è accanto a loro, fa parte della loro vita, è come mangiare dormire amare, avere gambe e braccia. Dio per loro è come tutto quello che vedono, toccano, sognano.

Conosco anche molti ebrei. La maggioranza degli ebrei che conosco è atea. Ma nessuno di loro ha perso quel Dio che nominano poco e col quale hanno un rapporto complicato; non ci credono, ma Dio è con loro e loro sanno che c’è.

Nelle terre friulane di Pasolini c’era Dio; c’era anche nei miei Appennini; c’era nel mercato di Campo de’ Fiori, nell’isola Tiberina della Sora Lella. C’era nell’anima blasfema di mia nonna Augusta. C’era negli occhi tristi di mio padre.

Poi se ne è andato. Non so se per sempre o solo perché aveva bisogno di prendere una boccata d’aria.

Ma lo vedete anche voi che Dio non è tra noi, noi non lo sentiamo e non condividiamo con lui gli spazi, le preoccupazioni, la vita.

Dio era uno che faticava eh, come noi. Forse quell’intuizione del Gesù che si faceva uomo ora la capisco meglio.

Dio era nelle cantine dove si conservava il formaggio, nelle botteghe artigiane, nelle bocche sdentate, nei visi rovinati dal vento e dalla salsedine, tra le reti dei pescatori, nel calamaio degli scrittori, nella gobba di Leopardi, nelle trincee di Asiago; nelle processioni c’era Dio e non era portato a spalla. C’era nei bambini che giocavano a palla a San Rocco, anzi, a Sarocco come dicevano i miei fratelli.

Ma quanti tradimenti all’umanità, le stragi, le ingiustizie, le manipolazioni, il cinismo, il “tanto così fan tutti”, le televisioni piume e paillettes, le informazioni distorte, le luminarie nei negozi che vendono paccottiglia, i vetrini colorati, l’ansia, la fretta, la stanchezza.

Abbiamo preteso troppo da Dio e allo stesso tempo lo abbiamo trascurato. Un po’ come accade a certe persone che a un certo punto vengono lasciate dai compagni e non capiscono perché.

Non è un fatto di chiese e di rosari. Quel Dio immanente che viveva dentro di noi non c’è più e noi non siamo in grado di pregarlo per farlo tornare, perché con lui se ne è andata anche la gratitudine per la vita.

E invece la vita è bella ed è bello poterselo ricordare.

È forse questa l’unica traccia di Dio rimasta.

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