Gatto Atlantico

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London calling


Londra, le luci, i rumori, la gente, le facce, che facce, i cappelli: neri alti bassi morbidi rigidi, gli asiatici british, il tè, le luci e merry christmas, la neve, Churchill, gli alberi di Natale, i pub, le catene di negozi di cibo, i parchi, i mercati, la gente, che gente, che facce, come sono inglesi questi inglesi, le amiche.

Shakespeare, la Magna Charta, la civiltà, gli indiani, labour party, i liberali, i tories, i whigs. Falstaff, Puk, Amleto nero, underground, overground, Notting Hill, the richness, the queen, 99 anni, la middle class, gli addobbi di Natale, le stoffe di Liberty, le catene di negozi di stracci, il freddo, il fumo dalle case, le facce di Ken Loach, i poveri i così così.

Camminare correre urlare. Il rosso, le cabine, le amiche, la guida a sinistra, traffico traffico traffico, le amiche, le corse, Scrooge, Oliver Twist, David Copperfield, Virginia Woolf, Jane Austen d’inverno, i capillari sulla guancia, le facce irlandesi, i ricci, gli stinchi scoperti, pukka, cammina cammina cammina, David Bowie, gli Smiths, the Clash.

Carnaby Street, le amiche, Covent Garden, te invidio turista che arivi, semafori, traffico, la gente, che gente, quanta gente, il fiume, il ponte, Thames, il Globe, i murales, elementare Watson!

Corri ritorna riparti, Wstminster, la Camera dei Comuni, Pelham, le amiche, Pitt quello giovane quello vecchio, Vittoria, lo stile, la Scozia, Scotland Yard, Bobby, guanti, piumini, nun dà confidenza a quelli del sei, i vinili, la musica, che musica, la gente, che gente, le facce che facce, le amiche.

Non ero mai stata a Londra. Per tante ragioni. Ma ora nessuna mi sembra ragionevole. Come sempre non ho avuto il colpo di fulmine. Ma mentre prendevo l’aereo era già tutto in ordine in testa ed è stato grande amore.

Tornerò molto presto.

London Calling.

Annalisa, il treno, la vita


L’altro giorno, scendendo dall’ennesimo treno, ho visto che malgrado i suoi sette minuti di ritardo erano in molti a correre in direzione contraria alla mia per raggiungerlo.

Non mi sono girata a guardare e non per il normale disinteresse che la vita di estranei dovrebbe darmi (solo Iddio, se esiste così come ce lo hanno raccontato, può interessarsi ai treni persi di ognuno di noi). Non mi sono girata invece perché se poi qualcuno lo avesse perso io avrei sofferto davvero per lui, mi sarei chiesta che disagio, che appuntamento perduto, che occasione mancata, che disfatta quel ritardo avrebbe potuto significare. Lo so che è assurdo, ma io mi immedesimo sempre nel disagio altrui.

Questa mia constatazione interna mi ha fatto ripensare ad alcune cose che mi stanno capitando in questo periodo. E ho capito che quel non girarmi per evitare di incontrare lo sguardo di chi stava perdendo il treno era una forma di salvaguardia e c’entrava molto per capire anche il perché mi sto comportando allo stesso modo per ben altre cose, con ben altra importanza nella mia vita.

Ho capito a un certo punto che se volevo salvare la mia vita fisica e mentale e affettiva dovevo andare per sottrazione. Per diminuzione. Una diminuzione che riportasse equilibrio. Quindi non una decrescita felice. Le decrescite sono infelici sempre. Ma una diminuzione per continuare a crescere.

Questa scelta sta portando dolore e in qualche caso non solo a me. Importa poco ora come ora il fatto di avere spiegato, avvertito, provato a far comprendere, segnalato i campanelli di allarme, l’essermi mossa anche con qualche reale ragione. Il dolore è il dolore. Quando te ne procuri o lo procuri ad altri devi sapere cosa fai.

Resta però che la comprensione del perché molte diminuzioni mi siano così necessarie non ce l’ho avuta fino a quando su facebook non ho raccontato il fatto del treno. Non so quanti lo abbiano davvero compreso. So solo che Annalisa, una persona che non “conosco” nel vero senso della parola e che della mia vita reale sa proprio poco, ha fatto un commento e con una sola frase ha spiegato tutto. L’ha spiegato a me. Mi ha aperto gli occhi come accade a volte quando vai dallo psicologo e ogni tanto ti fa aprire certe finestre nel cuore e nella mente.

Lei ha scritto: “Penso che quando forti dolori..il tempo non guarisce..poi se ne succedono altri..si sviluppa uno stato d’ansia ingestibile..si somatizza tutto.io sono cosi.”

Anche io sono così cara Annalisa. Somatizzo tutto. E mi si sviluppa uno stato d’ansia ingestibile. Il problema degli altri diventa mio. Quel treno lo sto perdendo io.

Così come ci sono persone che pur essendo in grado di gestire ogni angolo della loro vita da soli e brillantemente, pensano di “aver bisogno”; magari solo di una spalla. E così certe ansie come la mia e certi bisogni come quelli di altri quando si incontrano possono fare dei bei casini.

Ho pensato per anni di essere immortale infrangibile e lontana dall’usura: della vita, dei dolori, dei problemi, delle preoccupazioni, del troppo cibo, della vita fuori.

Io non vivo in casa, sto sempre in giro, penso, leggo scrivo, amo, ascolto musica cammino mi carico mangio mi sovraccarico, mi accollo i problemi di chi amo e faccio finta di dimenticare tutto quello che è stato.

Non dimentica però il mio colesterolo, il mio fegato malandato, la pressione che non va, il livello di stress, il mio cuore e la mia testa, per non parlare delle troppe sciarpe che ho comprato e che mi appesantiscono.

Ieri con mia madre, la grande madre, siamo andate a fare i regali di Natale. All’improvviso mi sono sentita come il bambino che diventa adulto. Cercate di ricordarvi: il momento in cui avete capito di essere grandi è stato quando al posto di quell’astronave scintillante pronta a partire per gli spazi infiniti, vi siete resi conto di avere in mano un pezzo di latta o di plastica o quello che è. Ieri all’improvviso ho visto intorno a me solo stracci, stracci e stracci.

Avevano ragione i nostri vecchi a dire che bisognava avere pochi capi ma di alta qualità. Veramente lo diceva sempre Stelio.

Bisogna amare con qualità, creare spazi appositi per farlo e non chiedere all’amore quello che non può dare, diceva Tenco.

Bisogna mangiare con qualità, creare appositi spazi per farlo per bene con cose buone.

Bisogna viaggiare con parsimonia e visitare solo luoghi belli.

Scegliere i giusti film

Dosare le forze al lavoro

Tornare a casa la sera quando fa freddo

Leggere dei buoni libri.

Sì. sì: ho 50 anni.

E non voglio morire.

Il Paese, il Limes, la bellezza


Spesso ho pensato all’Italia come a un limes: basta inquadrarla geograficamente, magari dall’alto, da un satellite o su un vecchio mappamondo azzurro, in qualche vecchia scuola con qualche vecchio banco. Quelli che avevano i buchi per il calamaio.

Basta conoscere l’Appennino per capire il senso del limes. È così difficile varcarlo coi pensieri e con le opinioni. L’Adriatico non è il Tirreno, la Toscana non sono le Marche.

E c’è chi sta in mezzo.

E poi l’Italia è un limes umano.

Esiste un mondo orribile nel nostro Paese. Quello dell’ignoranza, dell’analfabetismo di ritorno, del consumo perverso, delle violenze negli stadi, delle pasticche nei locali, della musica mainstream, dei centri commerciali di domenica, dei film stupidi e misogini, della televisione aberrante di “uomini e donne”, della corruzione, del malgoverno, del ladrocinio, dell’evasione, della mafia, della collusione, della speculazione edilizia, del massacro idrogeologico, del caporalato nei campi di pomodori, dell’odio, del razzismo, del machismo, della violenza.

Ed esiste un mondo invece meraviglioso. Quello dei volontari che si riuniscono in consorzio per restaurare una vecchia chiesa millenaria, con i suoi affreschi antichi e la sua vista mozzafiato; quello di Antonio, volontario anche lui, che cura quel pino e quella quercia in un orto botanico nascosto in un bosco e lo fa con la sua voce pacata, i suoi occhi azzurri, la sua sottile ironia; quello dove la ricchezza non è repellente ma frutto di un lavoro appassionato, ordinato, pulito, fatto di cose buone, come accade con certi produttori di vino o di altre eccellenze enogastronomiche. Esiste un mondo di ragazzi che tirano con l’arco e che portano la propria bellezza naturale aggraziando scuole e luoghi di lavoro, senza voler per forza diventare sciocche e incapaci Starlette o ottusi tronisti. Esiste un mondo dove si fa arte e musica, si costruiscono zappe e si prepara un fiordilatte con amore, dove si coccola una prima zagara spuntata fuori stagione, dove si sceglie di produrre ancora carta raffinata immersa tra i petali di fiori; esiste un mondo di signori che fanno il baciamano e lavorano ancora con cortesia, attenzione, dedizione.

Nella vita ho conosciuto tante persone. Molte sono ancora mie amiche. Sto facendo un lavoro in questo periodo che me ne ha mostrate tante altre meravigliose nel giro di sole tre settimane.

Ci si abitua a tutto. Ho dato per scontato per 33 anni quel Pantheon la cui cupola mi addolciva l’avvio della giornata.

Ma se facilmente si possono dare per scontati i luoghi – malgrado la tanta bellezza che ancora ci circonda e ci toglie il fiato –  mai si possono dare per scontate le persone.

Non so perché i media abbiano scelto di raccontare soprattutto e solo il male. Al punto da convincerci tutti che c’è solo orrore in questo nostro mondo e che ogni speranza va perciò abbandonata.

Io so solo che invece solo la bellezza ci salverà. L’ho sempre pensato. Lo penserò per sempre.

La continuerò a cercare, al di là del Limes.

Radio che follia


Quando nel 2000 Emilia mi telefonò formalmente per il mio primo contratto Rai ero emozionata e piena di aspettative.

Stelio diceva che era il mio e mi dava tante dritte.

Sono successe tante cose su questo corridoio che sbuca all’Audioteca. Ho ascoltato ore e ore di registrazioni, ho selezionato, analizzato, tagliato, ritrovato, catalogato, raccontato, scritto, parlato, immaginato.

Musica, suono, parole. La Radio è per me l’immagine più riuscita di quello che è l’anima così come ce la rappresentiamo.

In fondo noi non ci vediamo, ma ci sentiamo in qualche maniera distorta e a volte anche con qualche gracchio di troppo.

Pur avendo avuto un rapporto con i media sempre molto indipendente, ho amato molto la Radio.

Mi è stata di conforto, di aiuto, di insegnamento. Mi ha coccolato.

E qua ho incontrato amici, maestri, dolori, intensità.

Sono stati diciassette anni di grande amore.

Ora il distacco. Si chiama proprio così in azienda. E proprio di questo si tratta. Mi distacco fino alla fine di giugno. Poi si vedrà. Un po’ come le pause di riflessione degli amanti stanchi.

Vado a lavorare in Tv. Sarò spesso in viaggio. Mi occuperò di tutt’altro. Almeno per un po’.

Giusto il tempo di capire in che direzione mandare il cuore.

E la Radio?

La radio canta.

Il maiale di Giovanna


Nessuno probabilmente tra Castello di Tora e Colle di Tora ha mai saputo cosa pensasse il maiale di Giovanna.

Fatto sta che le vicende legate al Lago del Turano sono interessanti.

Ogni tanto in Italia qualcuno – nel secolo scorso – si alzava molto presto e decideva: “ci serve tanta ma tanta energia elettrica, POFFERBACCO!”

E costruiva centrali e dighe. Per fortuna non sempre le dighe si costruivano in luoghi inadatti comequella del disastro del Vajont.

Per esempio quella che ha poi formato il lago del Turano (e pure un altro lago ma noi oggi parliamo di questo) ha addirittura addolcito il clima e creato un nuovo habitat per flora fauna e cristianetti. Tranne per quelli che abitavano naturalmente nel villaggio ormai sommerso.

Ma – almeno così dicono le cronache – li dovrebbero aver avvertiti prima e la loro sorte deve essere stata più banale di quella degli abitanti di Atlantide: hanno fondato un nuovo villaggio, nuove pietre, nuove chiese, nuovi cimiteri, nuovi camini che fan fumo.

Ma sia come sia, nulla avrebbe mai smosso Giovanna e il suo maiale. E se il maiale fosse o meno d’accordo nessuno può aver l’ardire di testimoniare.

C’era un villaggio anche sopra ad un monticello, infatti, perché una volta per proteggersi dai briganti e dai lanzichenecchi bisognava poter veder dall’alto e poi tirar le pietre.

Però quando l’acqua arrivò a valle tutti si sa che preferirono le comodità. L’acqua corrente poi non ha prezzo. Prova un po’ tutti i giorni a incollarti l’acqua da basso e farti quella salita un po’?

Io l’ho fatta. Niente di che ma mi ha straccato, come direbbero dalle parti del paese di mio nonno. E non ci avevo mica brocche. Al massimo una bottiglietta da mezzo litro. Naturale e liscia, grazie.

Figuriamoci Giovanna col maiale. Ma lei non se ne voleva mica andare da sopra la montagna. Lei e il maiale. E che avrà pensato mai quel maiale nessuno veramente lo sa.

Poi ci fu la guerra. E poi l’emigrazione. E tutti scendevano a valle. Uno per volta. Alla fine erano rimasti in due sul monticello. C’era un altro signore di cui si è perso il nome e poi Giovanna col maiale.

Ma dopo la guerra anche l’altro s’arrese. Comodità, acqua corrente.

E Giovanna col maiale rimase da sola, a controllare il lago, Atlantide e le siccità.

Alla fine a Dio non rimase altra scelta.

Un mattino di pioggia, tipo quella che ha allagato il Colosseo ieri l’altro, Gesù tirò giù un bel fulmine dal cielo. Di quelli che tagliano in due i pini secolari.

E zacchete! Prese insieme Giovanna col maiale.

E il maiale grugnì.

 

Ed è una storia vera.

Grunf.

Fiori e frutti


Scherzando sul bel cappello di Lucia in partenza per qualche giorno verso una meritata vacanza, mi è venuto da pensare che in effetti quando si parte per una qualsiasi avventura è necessario avere sul cappello il fiore adeguato.

Sembra una faccenda tutta al femminile, ma è una convenzione. Anche un uomo quando parte deve portar con sé il giusto fiore.

Poi però c’è anche la frutta. Che stimola oltre all’olfatto e alla vista anche il gusto.

Leggevo un libro qualche tempo fa che invitava a simulare visioni diverse su se stessi. Pensarci belli invece che brutti, associare all’idea di noi stessi un’immagine che ci faccia stare bene.

Potrebbe essere un vecchio vestito che ci piaceva tanto quando eravamo magri e in forma, oppure Trilly che con la bacchetta magica vola circondata da tante stelline.

Potremmo immaginarci pesche tabacchiere, che sono così buone e dolci e ne mangi in quantità.

Oppure potremmo pensarci semplicemente in una grande casa, con l’aria condizionata, un personal trainer, una vista sul mare.

Eppure io, quando penso a me, immagino sempre di essere un frutto con cui ho avuto solo rari incontri nella vita. Siamo conoscenti, ma non abbiamo mai approfondito il rapporto.

Uno di quei frutti che sono un po’ come quei gioielli meravigliosi che non sono stati costruiti per il tuo collo, per capirci.

Uno di quei frutti che devi sapere come utilizzare. Ed io in defintiva non lo so.

Quando mi fermo a cercare una immagine che vorrei mi rappresentasse fino in fondo, immediatamente davanti a me appare un melograno.

Un sano. E rosso.

Melograno.

Chissà perché…

Pep, le arance, i miei dieci anni e me


Oggi Peppe Voltarelli ha fatto un post su Facebook per ricordare i suoi dieci anni di carriera dal suo primo disco da solo, senza il Parto delle Nuvole pesanti.

Dieci anni, proprio dieci anni fa ci siamo conosciuti con Pep, con la sua scrittura senza punti e senza virgole, il suo piccolo fagotto sulla spalla di personaggio da film muto americano. Che non può guardarsi indietro troppo spesso.

Però oggi l’ha fatto, e chissà perché? Magari si sente un po’ più sedentario, un po’ più invecchiato.

Quando l’ho conosciuto, proprio dieci anni fa, lui era inquieto, strano, insolente eppure dolcissimo. Io invece ero una fresca vedovella, intenta a raccogliere i cocci e a far finta di essere sana.

Ma non lo ero affatto. E lui se ne accorse abbastanza presto.

Mi ricordo ridendo di quando mi disse “testa di cazzo” e di quando siamo andati al Puff e ridevamo senza poter smettere e non certo per lo spettacolo. Per non parlare poi di quella volta che ascoltando un provino di un ragazzetto giovine, gli disse: “Beh, innanzitutto comincerei con l’accordare la chitarra”. Una volta con Pep di notte andammo in un locale dove c’era gente anche un po’ equivoca, in centro. E c’era il karaoke. Allora ci mettemmo a cantare, soprattutto Lucio Battisti. E uno si avvicinò pensando di fargli un grande complimento e gli disse: “Lo sai che la tua voce non è niente male?” e Pep gli rispose un grazie come se fosse la prima volta che prendeva un microfono in mano.

Che ridere e che piangere.

Se Pep ha preso in mano questi dieci anni, non potevo non farlo io che la cifra l’ho fatta tonda per ragioni anagrafiche. Oggi ci ho pensato eccome a questi dieci anni da quando Stelio se ne è andato.

Non penso proprio che siano volati. Li sento tutti. Sento ancora quella paura di dormire con la luce spenta dopo quella morte e poi ricordo di aver spento la luce in stanza e lasciato la lampada sul comodino. E dopo un po’ ho lasciato accesa la luce nella camera da pranzo. E poi l’ho spenta e ho acceso quella del soppalchino.  Infine ho spento tutto ma non ho mai più chiuso le serrande.

Penso a quella luce che non si spegneva mai neanche quando spingevo l’interruttore, e continuava a vivere di vita proprio. E penso a quelle arance regalate da Peppe e poi da Carlo e infine da Ciro. E ai mandarini in fiore. Alle Nine di Raffaella. A quanto avevano ragione lei e Chiara a dire che quell’inizio dello spettacolo andava tagliato e chissà perché mi ero tanto impuntata. Mi ricordo i complimenti di Andrea e di Ulderico, le parole accorate di Clotilde quando lesse il testo. Ricordo tutti quelli che mi hanno aiutato, che ci hanno aiutato.

Penso a quell’amore che mi ha affettato in piccole porzioni il cuore e a quella causa di lavoro che mi ha devastato l’anima.

Ma penso anche all’incontro con Guido Bulla, ai suoi consigli da scrittore, alla mia voglia di vivere in punta di penna, al Premio Tenco dove tornare era sempre una festa e che tanto mi ha dato in termini di crescita professionale.

Penso a Parigi, al Tour de France. Ai disegni sulla sabbia di Licio. A quanto mi hanno dato Timi e Andrea. E i Tetes de bois tutti.

E l’amicizia con Marie, per non dire di Ilaria e di quella volta che mi sono trovata a dormire nella sua stanza e mi dicevo: sto dormendo nella stanza di Ilaria; oddio, allora non era solo una vignetta. Esiste veramente Ilaria.

La mia testa è un calderone, di conoscenze, brutte esperienze, incontri straordinari, amori, dolori, scoperte.

Di crescita soprattutto.

Guardavo Jamil ieri sera e pensavo a quanto la vita ci ha cambiato, da quando lui è venuto a Roma per essere il mio fratellone arabo. Erano gli anni Ottanta.

Siamo cambiati eccome. Però ci piace ancora mangiare.

È tutto dentro. Io ci sono. Sono inquieta. A volte mi sento persa. Ma sono sempre in costruzione. Nell’assenza e nella presenza.

Dieci anni e tutto è cambiato, nelle prospettive, nel sentire, in quello che sono io, in come mi vedono gli altri. In quello che so fare.

Eppure eccomi. Mi riconosco proprio eh.

Chissà perché.

Chissà che cosa pensa Pep (di sé)

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