Gatto Atlantico

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LUCIDA FOLLIA


Non trovo più quelle parole che ho trovato per anni in questi anni senza Stelio che è stato come è stato trovare una nuova voce dei nuovi occhi

Vedevo cose le trasformavo le dipingevo le immaginavo

Ora sono stanca e torno a vedere la punta dei miei piedi.

Però sono belli i miei piedi specie quando ci metto lo smalto e uso sandali colorati. Camminano bene e sulla strada risaltano.

Ho simpatia per le mie estremità. Dal ginocchio in giù dal gomito in giù.

Esistono il pensiero l’azione l’ingiustizia e la stupidità.

E anche certe paure e certe solitudini inaspettate.

Poi però ci sta mamma quando ride di se stessa e Mauro e Leonardo e poi Giorgio e i suoi progetti.

Io non so dove mi colloco però ho degli anelli da urlo e ora comincio anche ad avere una collezione di bracciali che sono davvero chic.

Anche sulle borse, amici, beh, ho molto da dire.

Ogni tanto mi esce una lacrima poi mi metto a scrivere a condividere

La solitudine dicevo

Quella che mi faceva attraversare carponi i corridoi che avrò avuto un anno forse ma io me lo ricordo magari era anche meno.

Mi manca quel corridoio con quella mattonella per sempre rotta davanti camera di mamma e la pendola che aveva comprato papà anche se non serviva a molto

Che il tempo non serve a molto se non a farci sentire vecchi e male e arrabbiati

Ci sono dei giorni come questa notte in cui tutte le cicatrici dell’anima pulsano e fanno male

Fanno una curiosa geografia, mari fiumi montagne e piccoli avvallamenti

Si arrossano ogni tanto.

Non li controllo più molto e poi ho fame.

Sono nata sola ma mi piace. Essere soli è una bella condizione dell’anima anche quando sei confusa e scopri cose nuove

Come l’impossibilità del perdono a chi fa male

Agli stupidi

Ai crudeli

Ai razzisti

Ai menefreghisti

Agli ipocriti.

Mi vesto di nero perché l’anima è punk ma mi circondo da sempre di colori. Ora intorno a me vedo il giallo il verde l’arancione il rosa e il mix di frutta secca.

Non sto molto bene ragazzi. E saprei anche attribuire a misura le responsabilità.

E poi all’improvviso mi sento felice come non mai.

Come quando da ragazza mi mettevo seduta sul muretto di casa a Sant’Angelo e mi fissavo a guardare la macchia.

Tra il verde meraviglioso della mia montagna c’era un vuoto, un nero, una non macchia. E dentro quattro alberi.

La macchia ha richiuso il buco intanto.

Ma io continuo a sentirlo nel cuore: non fa male: è da dove respiro la vita ogni giorno, è lo sguardo al futuro, alla speranza

Al gioco

Ai miei piedi laccati.

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Piergiò t’ho da dì un par de cose


Non ho un altro modo io per esprimermi che non sia la scrittura.

In questo vortice grande di confusione oggi solo il tuo viso mi gira dentro, dentro al centro del cuore; grande Piergiorgio, amico mio, così enorme in ogni espressione: nel riso, nella simpatia, nei momenti in cui l’uomo nero la faceva da padrone, nella forza assoluta del suono inconfondibile della tua chitarra.

Lo scorso anno mi hai fatto l’onore di accompagnarmi con la chitarra mentre facevo lezione con Alessandra.

Tu non lo sai, ma è stato importante per me. Lo sai perché?

Perché me so’ sentita abbracciata.

Questo so di te: che quando ti vedevo mi sentivo abbracciata.

Mi sentivo abbracciata forte.

Ci sono delle anime che ci vengono a far visita a noi che viaggiamo sempre su questa terra, a volte con fatica, altre con gioia, ma sempre qui, ad altezza prato, asfalto, margherite e sterco.

E poi ci sono quelle anime bellissime, che le vedi dialogare con un altro pezzo di mondo che non ci appartiene; le vedi avere fretta di concludere, fare, andare, tornare, consumare, abbracciare, amare, ridere, giocare.

Io le chiamo anime di passaggio. Ne ho conosciuta più di una. Per esempio mio padre era un’anima di passaggio.

E lo eri anche tu Piergiò!

Però te lo voijo dì: niente come  ‘na foija bella, colorata, sfacciata, sfrontata, che te fa le smorfie mentre svolazza intorno a un albero, te po’ dà de più a sto mondo.

E io te porterò con me come quella foglia tra un libro, anzi, dentro a un vinile de rock americano – che a te te piaceva duro eh – ma sappi che è una foglia che non ingiallirà mai.

Piergiorgio.

Amico mio.

Nun je da’ retta, Roma!


Di chi è la colpa? Questo è il grido di tutti noi. La città è ai minimi storici, ma le persone litigano… è colpa della Raggi, no di Marino, no di Renzi, no di Alemanno, e allora Veltroni? No no Rutelli, Signorello, Ernesto Nathan, quel cazzo di Giulio Cesare.

Con Petroselli nessuno s’azzarda.

A me non importa più di chi sia la colpa; a me importa che la città si allaghi, si aprano le voragini, cadano pezzi di mura aureliane, i cassonetti, tutti, trabocchino, ci sia puzza ovunque, i bus non passino, e se passano puzzino anche loro, siano rotti, siano sporchi, le porte non si aprano.

Quando va bene,

perché quando va male

i bus esplodono.

Non esistono orari certezze, senso. Vogliono chiudere l’Angelo Mai, vogliono chiudere la Casa Internazionale delle donne, il Teatro Valle è morto lì.

Non riusciamo a fare neanche un albero di Natale decente.

Chiudono negozi, muoiono i vecchi esercizi, è tutto un magna magna, si aprono ovunque bar di camorristi, posti dove si gioca d’azzardo, tutte le stazioni sono fatiscenti, ci dormono i poveracci.

Eppure tu, Roma bella, nun je dà retta.

Sei la più bella, colorata anche quando piove, sei tiepida come un abbraccio amico, sei stellata sotto al Circo Massimo e piena di margherite a maggio.

Le ville sono rigogliose di verde e di speranza, i bambini giocano ancora, e ridono.

Non je dà retta Roma: prima o poi – lo sai bene – passa.

E attappete er naso.

La barca


La barca va,non dondola adesso. L’acqua è tranquilla ma la barca, lentamente va. Il vento accompagna e lo stomaco tace.

Non ci sono falle, non ci sono toppe. Forse è un po’ consumata. Ma l’odore del legno è vero, presente, intenso. E rassicura.

Io non ho paura. Il cuore è più limpido adesso. So bene come ama. Cosa desidera. Dove si ferma.

Non mi manca nulla. Ho cibo, da coprirmi, da prendere il sole.

E non sono mai sola. Perché so dove andare e so pure che ad ogni riva qualcuno mi aspetta.

Ognuno è nato a modo suo. Il mio è questo. Insieme eppure da sola. Nervosa eppure rappacificata.

A volte sono severa, ma il mondo mi interessa, gli altri mi piacciono. Adoro le storie e chi me le racconta.

La barca prosegue il viaggio.

A un certo punto si fermerà da qualche parte.

Ma che importanza ha ora?

Vorrei dirlo a chi si ostina a cercare nemici, a dare giudizi, a supporre, a tradire, a offendere e a non capire.

Vorrei dirlo a chi fa dispetti da comare, a chi vive i sentimenti come un adolescente coi brufoli.

Vorrei dirlo anche a chi dimentica che la vita è più semplice di così.

Tra le tante fatiche bisogna sempre ricordare che il silenzio è perdente e che la musica è vita. Anche quella delle parole. Bisogna saperla suonare. Bisogna saperla ascoltare.

E bisogna sempre, quando si prende il mare,

saperla cantare.

Donne all’ombra


Dedicato a Elisa Isoardi.

Un po’.

O forse no?

Marta è un’artista. Un’artista pura. Vive a Mantova, si occupa di grafica. In realtà è una illustratrice dell’anima; una volta abbiamo fatto un viaggio insieme, un tour in Francia seguendo dei ciclisti. Eravamo su un camper sgangherato e lei soffriva la macchina. Si arredò di immagini e disegni la cuccetta; al mattino si alzava coi suoi colori a cercare pace, ispirazioni, equilibrio. Quando tornammo aveva il rosso sulle gote e un gran sorriso.

Qualche tempo dopo ci siamo ritrovate a dividere una stanza. Io portavo una camicia da notte rossa e avevo i soliti lunghi capelli. Mentre dormivo mi ha disegnata. Come se dormissi in mezzo al mare e fossi un corallo tra i coralli. Quel mare era il mio pianto e quel disegno somigliava molto alla mia anima in quei giorni complicati. E mi somiglia molto anche ora.

E così ho pensato a Marta stamani, al suo stare sempre all’ombra per disegnare le virgole del cielo. Ci pensavo proprio mentre, col suo disegno in mano, raggiungevo il negozio di cornici lì vicino alla Piazza di Testaccio. “Non solo arte” recita l’insegna. E in fondo perché no? C’è l’artista e poi anche l’artigiano. Quello che poi interviene a mettere un po’ di legno robusto intorno alle idee. Perché non si perdano.

Dentro il negozio c’era una ragazza. O per meglio dire una giovane donna. Molto graziosa, magra, occhiali grandi, ben vestita. Bella voce. Trillante. Accogliente. E infatti mi ha accolto e io – pregiudicante al massimo – ho immaginato di veder spuntare da un momento all’altro dalla scala l’artigiano: il nonno, il padre, lo zio, il datore di lavoro.Occhiali e mani che lavorano. Sai quegli artigiani di Roma, di una volta, sempre a combattere con la perfezione e l’agenzia delle entrate? Proprio quelli.

E così, mentre decidevamo colori e misure pensavo a quanto fosse brava e competente questa giovane impiegata…  ho scoperto che in realtà l’artigiana era lei.

Che sciocca che ero stata! E glielo ho chiesto: “Ma lei fa tutto da sola?” e mi ha risposto che l’aiuta un po’ sua madre però in realtà fa tutto da sé: “Me la canto e me la suono”. E lo ha detto con il grande sorriso di chi azzarda, è felice e fiera di sé.

E sono uscita pensando a lei e a sua madre, graziose e fiere donne all’ombra del loro negozio silenzioso. E pensavo che non potevo affidare l’ombra di Marta in mani migliori di quelle.

Infine sono andata a prendere il caffè. Ed è entrata una donna adulta, molto bella, molto magra, molto alta. Molto glamour. Una donna che vedi bene a condurre un programma del mattino.

Aveva dei giornali appena comprati in mano. Chissà perché ho creduto potessero essere i classici giornali al femminile, tipo Amica o Vogue. Ma oggi proprio questi luoghi erano tutti fuori dal comune: in realtà aveva in mano Internazionale e un paio di quotidiani. Modello giornalista insomma. Impegnata. Col suo caffè e il viso serio. Nessuna luce su di lei anche se una come lei è proprio la luce ad andarla a cercare.

Invece c’era un’ombra. Un’ombra che mi faceva sorridere: quella disegnata dalla sua lunga sciarpa, la sua tazzina di caffè e i suoi giornali. Sapete quell’ombra che si forma sul pavimento aiutata da quelle luci che  entrano da certe finestre in stile finto-antico?

Quell’ombra lì.

Ma sì. L’ombra! E già! Magari quella che arriva a metà pomeriggio, al paese mio, davanti casa, quando mi siedo sul muretto, con la schiena poggiata alla parete di Nannina e Salvatore. E guardo la Macchia di fronte a me. Come mi sento bene in quel momento.

È proprio vero amiche mie!

non c’è niente di più bello che mettersi all’ombra!

E che bell’aria fresca! (cit.)

I PROFESSORI CHE CONTANO ZERO


Post lungo. Sulle elezioni.

Ieri sera una persona – per la quale tra l’altro provo simpatia e rispetto – ha risposto stizzita a una serie di commenti ad un mio post che attaccava Renzi. Evidentemente questa persona è stata sostenitrice del Padroncino della Leopolda fino all’ultimo. Un fedelissimo. E ha sofferto nel veder attaccato il suo beniamino. La cosa che mi ha colpito molto è il modo in cui ha attaccato. Le parole scelte. Che denotano in realtà un eccesso di astio nei confronti degli altri. Non del pensiero degli altri. Ma proprio degli altri. E anche un modo antico di ragionare sul potere. Senza volerlo questa persona ha diviso il mondo tra sudditi e sovrani. Noi siamo i sudditi ovviamente. Si è forse dimenticato che se così è vale anche per lui. Ha detto: “quanti professori! Peccato che contate zero!”

Ma certo. Noi tutti contiamo zero. E ne siamo consapevoli. In qualche modo lo abbiamo anche scelto.

Contare zero non significa essere zero. E comunque Zero conta più di Uno. E Quando siamo zero, zero vale sempre zero. Mentre uno non vale uno. Non vale mai uno. Perché se cominciamo davvero a contare, allora devono valere competenze capacità e prestazioni. È un principio di responsabilità. Semplice e chiaro. E quindi, cara persona che ci ricordi che siamo zero, noi ti rispondiamo che lo siamo davvero. Con consapevolezza. Perché siamo cittadini. E i cittadini parlano, discutono, si arrabbiano, scendono in piazza, sbagliano, si accapigliano, sbraitano, a volte sparano cazzate, a volte ascoltano. A volte, per dirla con de Gregori, sanno benissimo cosa fare. Si chiama democrazia. Continueremo a fare i professori da bar. A litigare. A pensarla diversamente.

Ma poi succede che lo Zero vuole diventare uno. Può farlo, sia chiaro. Ma come si diceva prima, lo deve fare con responsabilità e consapevolezza di essere davvero all’altezza. Rivoltarsi contro decisioni inique è doveroso; così come indignarsi per corruzione e ruberie. Arrabbiarsi poi per l’incapacità è sacrosanto. Che non vi arrabbiate se vi montano male un elettrodomestico? Che avete pagato? Ma il punto è: se non siete capaci, lo fate voi? Se il vestito che avete fatto fare dal sarto è tagliato male, ve lo sistemate da soli senza aver mai messo mano a una cucitrice?

Questo è l’altro fatto che a volte non bisognerebbe dimenticare quando siamo zero. Il fatto è il comprendere che si possono anche vincere le elezioni quando ci si arrabbia ma poi a governare bisogna saperlo fare.

Ieri, parlando del movimento cinque stelle, un signore che non conosco (e che come me non ha votato Di Maio) ha detto che non bisogna necessariamente saper far tutto e giudicare tutto. E che lui, essendo laureato in scienze politiche, non ha mai pensato di fare il

Deputato per questo. Allo stesso modo e seguendo lo stesso ragionamento gli ho ribadito – da collega – che pure io laureata in scienze politiche non mi sono mai sognata di fare la deputata. Proprio perché so cosa significa.

Ora i grillini non sono più quello che erano cinque anni fa. Hanno un po’ più di esperienza. Hanno fatto i loro errori e sono in fase ancora di crescita. Di entusiasmo. Sono sincera: mi ha fatto tenerezza di Maio l’altro giorno. Sembrava un bambino colmo di felicità.

Qualcuno dice che io sia – zero nello zero – prevenuta e invasata nei confronti del movimento. No. E perché dovrei? A me cosa cambia? Io zero nello zero. Semplicemente so -perché le vedo – che ci sono cose che non vanno bene all’origine. Piano piano il

Movimento si sta istituzionalizzando come partito. Deve farlo perché è nell’ordine naturale delle cose. Ma resta il fatto che per fare politica bisogna sapere che uno non equivale a uno se non nei diritti base. Che la democrazia si basa sulla rappresentanza nazionale e non sul mandato imperativo. Che l’avversario non è il nemico ma semplicemente uno che la pensa diversamente. Che bisogna avere un programma lucido e che la politica è l’arte della mediazione, anche se poi questo ti fa perdere consensi. E che esiste un pensiero di destra e uno di sinistra. Economicamente, civilmente, socialmente. E questo conta meno quando si urla ma molto quando si decide. Io conosco molte persone che votano cinque stelle anche tra i miei cari. Hanno tutta la mia comprensione. Fossi stata giovane forse lo avrei votato anche io. Quando sei giovane si è per il

Movimento a prescindere. Si ha l’anima – se non le idee – futurista. Io votai Democrazia Proletaria la prima volta perché il PSI era occupato da Craxi e compagnia e io da socialista volevo l’onestà (senza acca finale) e il PCI mi pareva un elefante in cammino verso il cimitero apposito. Quindi io li capisco quelli che hanno votato Movimento Cinque stelle. Ma – così come è accaduto a Roma – non mi sento di prendermi in giro da sola. E so che gli uomini politici non li tengono nel magazzino dei panni sporchi e ogni tanto ne tirano fuori uno non lavato che puzza. Siamo noi come società ad avere un problema con l’onestà, i diritti, la corruzione, la scorciatoia. E come dimostrano certe misere vicende come i bonifici tarocchi riguarda tutti. L’onestà si rifonda a casa, nelle scuole, nei servizi pubblici, nelle letture, nelle mentalità. E non fondando partiti. L’onestà non è un ideale. È un valore base di un Paese civile. A noi manca alla base questo, un po’ a tutti. Allo zero e all’uno.

Però ora come si dice a Roma spero che ci toglieremo la sete col prosciutto.

Meglio loro – sia chiaro e lo dico a pugni chiusi – con l’appoggio esterno di chi avrà L’onestà di farceli provare (ma non scordiamo che loro non lo permisero ad altri) che Salvini.

Perché Salvini rappresenta una svolta verso l’ignoto, del razzismo, dell’egoismo popolare, del fascismo di ritorno. Che lui lo voglia o meno.

E allora – e con questo concludo – torniamo a noi che contiamo zero e a Renzi, che ora conta meno di zero ma non lo accetta.

Ieri Renzi ha dimostrato di essere quello che si vedeva da subito. E non ci nascondiamo dietro agli inganni. Lui, la sua arroganza, i suoi modi da bullo, il suo dare la colpa agli altri erano chiari sin dall’inizio. E piaceva proprio per questo. Altra scorciatoia. Stavolta da sinistra: “io voglio vincere e mi metto dietro a uno che ha l’arroganza e la furbizia per vincere”.

E ci siamo tolti la sete col prosciutto. Che non basta vincere una mezza volta sull’onda di un entusiasmo. Poi devi essere onesto. Renzi ha perso con i suoi modi spregiudicati che hanno disgustato subito una fetta di elettorato. Ha sgomentato per l’arroganza con cui ha tentato di cambiare la costituzione da solo, cieco di potere e di vanità. Ha spostato a destra un partito di sinistra con riforme raccapriccianti e mal funzionanti. Dimentico del bene non solo del paese ma anche della sinistra italiana e dei valori che la stessa porta, ha scelto fino all’ultimo per l’annientamento. Come il

Generale Custer che portò a morte sicura i suoi uomini.

E ieri Renzi nel sommo dell’arroganza ha attaccato tutti, dal Quirinale ai compagni di partito, fino ai cittadini che hanno bocciato la

Sua Costituzione. Tutti. Tranne se stesso.

E dice pure che se ne andrà ma dopo aver dettato l’agenda politica dell’intero Paese compreso il Presidente della Repubblica. Invece di fare un passo indietro per il bene di tutti.

Il pallone è mio e se mi fate giocare in porta me ne vado e lo porto via.

Il pallone però non è tuo. E lo so che è dura tornare ad essere Zero.

Però per noi che lo siamo continua ad essere una buona posizione da cui guardare.

Anche noi però dobbiamo guardare davvero. E non tifare.

Il bene del Paese è una cosa seria. Riguarda tutti. Anche quelli come i ragazzi di Potere al Popolo che gridavano felici slogan di giubilo per un misero uno e niente nel loro Quartier Generale. Felici, mentre non esiste più una sinistra rappresentata davvero in Parlamento e fuori. Felici mentre monta la marea nera e putrida del fascismo degli anni dieci. Quasi venti.

Quando la facciamo finita con questo gioco?

Siamo zero. Ma l’altra faccia dello zero è l’infinito. Perché vi accontentate di essere uno virgola uno?

Damose da fa.

Sanremo 2018. Un gancio in mezzo al cielo?


POST PER QUELLI CHE SI OCCUPANO DI MUSICA COME ME.

Beh lo dico subito che il mio personale bilancio sul Sanremo 2018 è positivo. E siccome non accade mai e il Direttore Artistico di quest’anno è un artista che per me musicalmente ha sempre rappresentato “il male” (con la emme minuscola però), due parole proprio mi va di spenderle. Sono considerazioni varie per le quali sto cercando una sintesi. Vediamo dove riesco ad arrivare.

Parto forse da Flavia e dai nostri fratelli maggiori che sentivano i Genesis e i Pink Floyd. Come potevamo quindi amare Claudio Baglioni? Flavia ed io siamo amiche da sempre ed eravamo compagne di Liceo. E per noi la musica era importante. Quando io ero ragazza la musica che si ascoltava ci divideva. Io non frequentavo quelli che ascoltavano Claudio Baglioni. Questa cosa mi fa ridere fino alle lacrime, soprattutto se penso che a malapena sopportavo i cantautori italiani. Però è interessante aver condiviso questo pensiero l’altro giorno con Flavia a Milano. Dove eravamo per vedere uno spettacolo teatrale, peraltro bellissimo. E quindi è stato davvero surreale entrare in albergo dopo tanta bellezza e trovarsi all’improvviso di fronte a una specie di Karaoke con Nek, Max Pezzali, Baglioni e Renga a cantare l’ennesima canzone appasserottata del Nostro. La faccia della mia amica era fantastica. Per non parlare di quando hanno fatto risentire degli stralci delle tre canzoni in gara per la vittoria (“Ma sono bruttissime Bettona! Ma perché vincono?”) e infine si è dovuta anche cibare “La Canzone intelligente” trasformata Nella Canzone Demente.

Sì. Ci sono stati dei momenti trash in questo Sanremo. E probabilmente me ne sono persi un bel po’, perché non l’ho visto tutto e alcune cose le ho recuperate i giorni successivi e ho fatto un po’ tutto a pezzi e a bocconi. Ma credo di aver visto abbastanza per formulare un timido parere.

Innanzitutto nel valutare il trash. Sarà difficile dimenticare quel momento straziante delle “donne che cantavano le canzoni sulle donne”. Se non l’avete visto fatevi coraggio, ingoiate una pasticca per restare calme, amiche, e cercatelo. In quel momento le tombe delle suffraggette hanno avuto un movimento sussultorio fortissimo e terribile. Anni di battaglie femminili annegate in una macedonia lasciva e ributtante che neanche le uscite serali delle casalinghe l’8 marzo negli anni 80 hanno mai saputo eguagliare. E come poter dimenticare il Volo? Il Volo che ha dimostrato in maniera così plateale di non aver capito una beneamata di chi era Sergio Endrigo? E questi sono solo esempi di certi momenti bassissimi di questo Festival. O anche certe sciocchezze, come cercar di fare umorismo inglese senza essere inglesi e senza avere una platea inglese.

E però: Sanremo è uno spettacolo televisivo, una specie di evento che si ripete ogni anno come il Carnevale. È una festa laica che in molti aspettano, per criticarlo, per cantarlo tutti insieme con gli amici, tra pizzette e fiaschi di vino – e qui lo dico ad alcuni artisti: se pensate di fare spettacoli con le canzoni di Sanremo, sappiate che chi vi starà di fronte ad ascoltare, canterà sempre a squarciagola in un ululato liberatorio: siate pronti ad accettarlo o lasciate perdere – per dire che non lo vedranno, per indignarsi con la Rai, per ripartire con le polemiche; fa tutto parte del gioco. È un evento popolare e come tale un po’ di trash ci sta. E questa volta, dopo anni e anni e anni, non è stato volgare. Non coscia al vento, non farfallina, non doppi sensi da adolescenti appena usciti dalla parrocchia che cercano di non farsi sentire dal prete, non volgarità gratuite, mani sul pacco, tette al vento. Invece abbiamo avuto di fronte tre professionisti, una presentatrice che sa fare il suo mestiere, un attore che ci ha regalato i momenti più belli del Festival al di là della musica – indimenticabile quello che ha fatto l’ultima sera con quella lettera dello Straniero. Ha fatto molto di più lui – e anche Mirkoeilcane – per far comprendere alle persone, per creare empatia con l’evento tragico che è una migrazione, di tanta inutile retorica politica in un paese travolto dall’egoismo, dalla paura e dai fascismi – e un Direttore Artistico finalmente degno di questo nome.

Certo: Claudio Baglioni ha fatto spettacolo cantando e facendo cantare a tutti gli ospiti le sue canzoni. Ma era questo che la gente voleva da casa. Le ho viste le mie amiche – e anche i miei amici – appasserottarsi tutti insieme a squarciagola e poco importa che a me non piacciano quelle canzoni. Io non le ho cantate solo per far scena anche io. Sanremo è un rito collettivo. Anche la Sala Stampa dell’Ariston è una specie di rito collettivo e tutti cantano e saltano insieme. Accade perché questo è Sanremo. C’è chi grida: Basta e chi ci prende gusto. Ha fatto benissimo a fare così anche se l’anno prossimo – se resta – dovrà inventare una cosa nuova. Sarà in grado?

Intanto però gli va riconosciuto che è stato in grado di scegliere le canzoni. Alcune erano orribili, a partire da quella che ha vinto, grondante di retorica e pure un autoplagio. Una canzone che non regala nulla se non un coraggio a chi già ce l’ha. Ma quella canzone funziona radiofonicamente. E anche “Si può dare di più” non era una canzone sensata. Eppure vinse. Ci sta. Sono operazioni a tavolino. E se Fabrizio Moro ha il suo percorso, io mi auguro che Ermal Meta riprenda subito il suo. È bravo. Può fare cose belle. E sue. E poi Annalisa. Il pezzo non mi diceva granché. Ma che voce, che forza, che potenza. Non mancavano quindi i talent, ma per la prima volta dopo tanti anni a queste realtà è stato dato uno spazio contenuto, come era giusto che fosse. Ed è stato invece dato spazio a della musica indipendente, anche se poi lo Stato Sociale ha presentato una canzone da quinta elementare. Però funziona eh. E poi si sa che a Sanremo non vince sempre la migliore. Ma in questo Sanremo abbiamo avuto la canzone di Ron, bellissima. Era di Lucio Dalla? Mi piace vincere facile? Può darsi. Ma la canzone di Diodato e Roy Paci secondo voi ci sarebbe stata con Carlo Conti? E quella di Avitabile e Servillo? E la tanta eleganza di Ornella Vanoni con Bungaro e Pacifico? Per non parlare della bellezza di alcuni duetti.

Insomma, ragazzi, dopo anni a Sanremo c’era la Canzone. Pop, all’italiana, che tanto ci ha fatto cantare. E anche sognare. Quella che gira intorno. A me Claudio Baglioni non piace come cantante, lui le magliette i passerotti e sto cavolo de gancio in mezzo al cielo che è tutta la vita che non capisco come faccia a reggersi. Ma è un ottimo direttore artistico, di musica ci capisce davvero, e di autori. E se vuole può anche migliorare nelle scelte. Io per una volta tifo per Claudio Baglioni. Ma al gancio non mi ci appendo. Eh. Ci ho paura.

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