Gatto Atlantico

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Pablito


Cabrini se magnò er rigore che poi mica s’è mai capito perché je lo fecero tirà a lui che poi a tutte je piaceva Cabrini ma a me me piaceva de più Tardelli. Era proprio un figo Tardelli che poi l’anno scorso l’ho visto dar vivo a Zagarolo pe’ Stradarolo e è figo pure adesso e pure un po’ de più e so’ rimasta a guardallo da lontano e nun me so’ avvicinata perché ci avevo paura che era finto e se sgretolava.
Che quer go’ che fece e quello strillo… che quello strillo l’avemo fatto tutti e io ci avevo ancora la voce delle “regazzine regazzine” quindi ero lo strillo dei regazzini che già nun era quella de mi fratello che era già un ragazzo e strillava come strilla pure mo’ e strilla pure troppo ma a piazza rondanini se poteva pure còre sur coridoio che ci avevamo a angolo retto su 155 metri quadrati de casa.
Quell’antro nun ce stava. Stava a fa er militare e ancora nun era tornato.
Ma comunque prima de Tardelli ci aveva pensato lui. Ci aveva pensato Pablito, Paolo Rossi, lui così piccoletto gracile sempre sorridente che te scappava fòri in mezzo alle gambe e manco lo vedevi e zacchete te la buttava dentro.

Che non parlamo de quanno la vòrta prima Socrates (che òmo pure lui) alla fine fece finta de avella buttata dentro e Zoff co’ la mano a dije “noneeeeee nun è entrata” manco nun ce fosse l’arbitro e stessero a giocà ar campetto fracico de pioggia a Torpignatta.
Ma je ne ha fatti tre. Tre. Quelli pareggiaveno? E lui je ne ha fatti tre.

E ci aveva ragione Nando: nun era fòrigioco er go’ de Antonioni che peccato se semo cacati sotto fino all’urtimo e su Falcao nun dico gnente sennò l’amichi de la Roma cominceno a difendelo. Dico solo che se l’è presa nder posto lui e Zico e tutti l’antri Gialloni come lui.

Poi la Polonia in semifinale che all’epoca ce stavano i communisti ma pe’ poco che poi ci ha pensato er Papa.

Che belli che erano tutti: Bruno Conti Scirea, pure Altobelli anche se quanno ha segnato se guardava intorno un po’ lonzo tipo e che so’ stato io. Pe’ nun dì de Oriali che alla finale prese tante de quelle botte stava sempre pe’ tera e infatti er primo go’ è nato dopo che l’avevano buttato pe’ tera. Che er Liga ci ha scritto puro la canzona.

E poi ce stava lui: Sandro Pertini, che strillava più de tutti coi reali de Spagna che se lo guardavano e ridevano. E sì. Mica ce stava Franco, a belli, che era morto sette anni prima.

None. Ci avevate lui. Er partigiano come presidente. Che strillava e diceva nun ci prendono più
E pe’ lui se sa che batte i tedeschi era na specialità. Che poi erano quelli dell’ovest co’ la capitale a Bonn e ce stava er muro.

Ma quella sera er muro eravamo noi.

E che gioia e che ricordi me dispiace che papà già nun ce stava più.

Ma Roma era bella tutti ammucchiati e coi bandieroni.

Ner 2006 stavo a casa co’ Stelio che nun stava bene. Fu bello anche se so’ scesa in strada ai rigori nun li volevo vedè.

Sì fu bello ma nun fu come quanno Pablito ne fece sei e divenne er capocannoniere der Mondiale.

Ero na regazzina ina ina e la vita ce l’avevo tutta davanti a me.

Cosa farai a Natale?


Vi racconto una cosa che mi è accaduta oggi e che mi ha molto impressionata.

Devo fare una premessa, spero breve. In Italia esiste una cultura del vino che da una parte capisco, dall’altra molto meno. Un buon vino a tavola con gli amici è sempre una cosa buona. Ma l’alcol è una delle peggiori dipendenze dell’uomo e uccide lentamente molte persone. Persone che credono di essere loro stesse anche nel disagio. Non è così. Un alcolizzato è un malato e tutto quello che fa dipende dalla sua malattia.

Purtroppo per ragioni mie personali ho nei confronti di chi beve troppo una certa rigidità. È sbagliato perché non si giudicano le persone e perché un mio disagio non dovrebbe compromettere i rapporti personali.

Ma ammetto la mia debolezza. Non considero il bere troppo una cosa figa. Non capisco quelli che ne fanno una specie di status. Essere beoni non vi trasforma in Bukowski. Vi rende solo molesti e pure se vi lavate vi puzza il fegato ed è estremamente difficile starvi vicino.

Ecco, lo vedete? Sono dura. Questa confessione mi costerà molto in rapporti personali.

Ad ogni modo se ho fastidio in generale, figuriamoci l’effetto che mi fa il barbone mbriaco e molesto che mi viene sotto per chiedermi denaro.

Sotto casa mia ci sta un bangladino dove da mani a sera una umanità finale – molto finale – staziona. Queste persone chiacchierano e ridono sguaiate e sdentate. Non proprie pulite. Sono maschi e femmine.

Io li schivo. Ho scritto bene: li schivo e non li schifo. Semplicemente li tengo a distanza perché purtroppo la mia parte piccolo borghese quando decide di prendere il sopravvento è tronfia.

Oggi però ho visto una cosa nuova.
Il gruppo era dietro l’angolo (il bangladino ha due entrate sulle due strade) mentre a fianco al mio portone c’era solo una ragazza. Poteva avere tra i 20 e i 25 anni. Mora. Tutto sommato ben vestita. Aveva un chiodo. I capelli sembravano puliti. Erano ricci. Di quel riccio simile al mio.
Il viso era devastato mentre si scolava la sua birra disperatamente.
Aveva un occhio spento. Non nel senso di un handicap. Aveva proprio lo sguardo alcolista ma solo da un occhio. L’altro era vigile e mesto.
La pelle bianchissima e avvizzita. Sembrava quasi di plastica.
Le labbra erano del rosso della gioventù ma quasi una fessura.

E ho visto così tanto dolore in quel volto che avrei voluto portarmela a casa. Metterla sotto una coperta, cantarle una canzone, dirle che sarebbe andato tutto bene.

Ma non ho fatto niente. Sono andata avanti. Ho preso la mia strada e miei stivali si sono diretti verso il centro.

Ecco. Pensavo: chissà cosa farà lei a Natale.

Il righello di Luciano


Con Luciano ho lavorato. A lungo. Tre anni. La mia prima esperienza di lavoro davvero importante, anche se ho cominciato a guadagnarmi i soldini da quando ho finito il liceo.
Ma quello era un lavoro vero. Con Luciano ci siamo stimati molto e ci siamo molto voluti bene. Qualche volta ci odiavamo: lui mi diceva che a volte la sera tornava a casa e dopo essere stato tutto il giorno nella stessa stanza con me (io ero a un certo punto la sua assistente ma mi incazzavo quando cercava di deviare il suo telefono sulla mia linea telefonica, allora quando rispondeva Luciano faceva le voci sceme per non essere riconosciuto. Mi ammazzavo dalle risate) pensava di odiarmi. Era il mio stesso sentimento ma il giorno dopo avevo i sensi di colpa e quindi andavo dal tabaccaio e compravo sigarette e cioccolatini per lui. Si incazzava perché diceva che lo facevo ingrassare. Rido molto quando penso a Luciano. Fumavamo come ciminiere dentro la stanza che era una camera a gas e ci facevamo un sacco di risate. Mi ricordo i consigli che mi dava. Mi chiamava: Nena e io lo chiamavo Neno.
Si incazzava anche molto per le mie vicende sentimentali. Disapprovava la mia nascente relazione con Stelio che inizialmente mi fece alquanto penare. Ovviamente Stelio era molto geloso di Luciano che era molto alto e anche un bell’uomo. Era sposato e allora con un figlio. Poi ne ha avuto un altro.
Adoravo Luciano. Anche lui me. Penso si sia capito. Non ci siamo mai del tutto persi di vista. All’inizio pranzavamo insieme un paio di volte l’anno. Poi sempre meno. Però una telefonata me la fa ancora ogni tanto. Abbiamo una cena sospesa dal covid.
Luciano aveva una serie di fisse. Una era un righello che non so bene cosa gli servisse. Ma lo teneva sempre in mano e era come la sua coperta di Linus. Quando mi mandarono via perché l’azienda decise di mandar via i collaboratori e io nel frattempo avevo vinto il Dottorato, mi appropriai del suo righello e gli dissi che me lo sarei tenuto. Lui mi disse “testa di abbacchio” come al suo solito e altri improperi ma aveva la sua consueta faccia buonissima.

Il righello di Luciano è sempre con me. Oggi ci ho pensato mentre facevo il pacchetto per un regalo. Per tagliare la carta è perfetto. E volendo misura ancora le cose.

Io non perdo mai niente di quello che conta. Resta sempre con me. Come quella grandissima testa d’abbacchio de Neno.

Nina si voi dormite


Dico l’ultima. Poi me quieto.
Ci ha un titolo

NINA SI VOI DORMITE

Come accade tante volte c’è stato un tale che j’ho voluto proprio tanto tanto bene. Ce sta ancora eh. Volevo solo dire che j’ho voluto bene ma bene assai. Quelle robe che se sèmo capiti. Allora è che non lo posso nominà. Ma insomma succede che poi ci si allontana e poi ce se ritrova e ce se vòle sempre bene. In modo tutto diverso ma ce se vòle bene per fortuna.

Allora era che siccome che non stava a Roma perché non è de Roma, me chiamava de mattina e me cantava una canzona pe’ damme er bongiorno nì. E sta canzona era sempre la stessa. Se potrebbe dì che era quando se dice: “questa è la nostra canzona”, anche se non se lo sèmo mica mai detto. Ma insomma lui me la cantava perché – mettemola così – je piaceva de cantà e quindi cantava e cantava eccome – e je piaceva tanto sta canzona che me piaceva tanto pure a me e ne parlavamo perché ce piaceva come la cantava Gigi Proietti.

E insomma era Nina si voi dormite, e a lui je piaceva de cantammela pure che nun era romano perché je piaceva de cantà “Che v’addorcisco er sonno cantanno ADACIO ADACIO”. Je piaceva de dì adacio. Je piace tanto a quelli che non so’ de Roma.

E allora me cantava – so’ passati un ber po’ de anni eh – Nina si voi dormite sognate che io ve bacio che v’addorcisco er sonno cantanno adacio adacio – e me ce sveijava insomma.

Allora è successo che stamattina che me so’ sveijata e che ero annata a letto che Gigi era gravissimo e poi purtroppo se ne è annato, lui, quello che j’ho voluto bene e me cantava la canzona alla mattina, che era un po’ che nun se sentivamo, lui m’ha mannato la canzona, me l’ha mannata su whatsapp senza dimme niente. Così senza parlà.

Che se sèmo capiti.

Che questo è l’amore, quello che non ci ha bisogno de niente, de spazio e de tempo. Che l’amore è come l’energia: non nasce e non more

ma se trasforma.

NON C’È COVID A SANTA CECILIA


Con la musica da camera faccio fatica. Ci ho provato tante volte ma dopo un po’ mi perdo.

La sinfonica invece l’adoro e quando c’è una serata che riesco a capire, fosse un paio di volte l’anno, ci vado. Di solito con Flavia con cui dall’ottantuno condivido bellezza e altre cose che non starò adesso a dire.

La musica è il mio ristoro, la mia culla, la mia tranquillità interiore. E anche se sono ignorante come una cucuzza non mi faccio mai mancare ogni anno del freddissimo jazz, l’opera e appunto una bella orchestra che mi spara Mozart, Bach e compagnia suonando.

Davvero mi fa proprio stare bene, allo stesso modo di quando scrivo. Forse avrei dovuto imparare a suonare uno strumento: ma poi mi dico che l’amore è meglio farlo in compagnia che da soli.

E poi mentre la musica va io mi perdo nei rituali. Mi emoziona il primo violino che accorda e trovo fantastico il modo in cui i musicisti maschi si sistemano le code dei frac manco fossero tutti Paganini. E quando sale sulla pedana il direttore – stasera era Pappano – fa sempre degli strani rumori sul legno. Che non disturbano. Anche loro vanno a tempo. Così come va a tempo il voltapagina.

Perché poi è arrivato Bollani che fa la magia di far suonare il piano da solo e lui sembra non muoversi e poi le sue mani si contorcono si spostano si ambientano si ribellano si contraggono si rincontrano si seducono si riabbracciano e scompaiono, tra i legni e i tasti, ancora e ancora. E intanto – dicevo – il voltapagina con la mascherina si alza a tempo a girare lo spartito e lo fa con metodo, in velocità, con delicatezza, con decisione, con personalità. Batte il ritmo: questa sera il voltapagina aveva davvero un groove pazzesco. Gli ho voluto bene. Mi chiedevo: sarà preoccupato? Starà agitato? Lo fa spesso? Lo pagano bene? È un bravo ragazzo, si vede da come tiene le mani mentre aspetta il suo momento.

Chissà se sogna di diventare una star.

E che star che sono tutti i Maestri. E che divo d’altri tempi il direttore, Pappano, mentre esce e rientra e sorride e impugna la bacchetta e sconfigge Voldemort invocando Stravinskij.

Alla fine le luci si sono accese. I signori – specie quelli anziani – hanno defluito in buon ordine. Nessun assembramento sociale. Solo sorrisi e gioia interiore.

Domani penseremo ad altro.

Ma stasera non c’era covid a Santa Cecilia.

Un giorno rivedremo Venezia


Si smette di avere paura.
Per esempio ho avuto tanta paura dell’aereo. Facevo di tutto per evitarlo.
Poi mi sono arresa. Ci ho messo tantissimo a prenderlo senza patemi d’animo.
Adesso riesco anche a guardare mentre comincia la discesa.
Oggi ho visto una cosa pazzesca che non avevo mai visto con gli occhi miei.
Ho visto Venezia avvicinarsi.
Un tappeto poggiato sull’acqua e sopra tanta magnificenza. Come reazione ho avuto l’impulso di accendere il telefono per fare una foto. Ma poi ho lasciato stare perché volevo godermi quello che stavo vedendo e tenermelo dentro come un regalo inatteso.
È sempre una buona idea smettere di avere paura.
Non ho ancora imparato però a smettere di aver paura di amare. Malgrado tutto.
Ma chissà.
Un giorno rivedremo Venezia.

Non lo faccio più


Oggi ho fatto qualche piccolo stravizio. Ho per questo un vago senso di colpa, ma neanche più di tanto.
Stasera passeggiavo vicino al laghetto dell’eur e ho visto un riflesso sull’acqua come fosse un invito, un accenno dì qualcosa, un discorso iniziato.
Quel riflesso ha fatto molto al mio cuore. L’altro giorno mi sono svegliata con un grande peso sul cuore e oggi mi sono un po’ irritata per certe solite noiosissime storie.
Però poi mi succede sempre così ultimamente: che mi sento all’improvviso bene. Bene come quando hai diciassette anni e non “si può essere seri” come dice il poeta. Bene come la leggerezza totale rispetto alla vita. Bene come la gioia per un sorriso improvviso. Bene come l’illogica allegria di Gaber. Bene come la felicità, che è essa stessa un bene. Un bene scarso e quindi prezioso come certi metalli che abbelliscono le mie mani.
Ho pensato a quelli guardando quel riflesso, ai miei anelli bellissimi, a certi libri della mia vita. A certe stoffe morbide di vestiti che ho amato.
Poi mi sono ricordata che probabilmente sono un poco innamorata e che questo mi mette una indicibile allegria. Che non importa come dove perché e chi. Non solo perché questo è un post su Facebook e non bisogna raccontar i fatti propri. Ma perché davvero nemmeno importava in quel momento, con quel riflesso sul lago che faceva tutto chiaro e semplice.
La vita è davvero un miracolo essa stessa una poesia che si declina all’infinito e a volte non mi turba e non mi sgomenta. Mi rende volatile, gassosa. Mi permette di viaggiare. Non mi sentivo così da anni. È bellissimo. Mi chiedo io stessa perché lo scrivo. Non sono un poeta e non sono un cantautore e nemmeno un pittore. Non sono una artista io. Sono solo una che vive in punta di penna e quindi scrive e scrive e scrive. Perché anche quelli come me hanno bisogno di esprimersi. Ma io tutto questo non lo saprei mai dire. Per questo lo scrivo al mondo. Raccontare i fatti propri è pornografia. Raccontare emozioni e sentimenti è parte integrante della gioia e della natura umana semplicemente. A che serve provare sentimenti se non li condividi?
No. Non mi sentivo così da anni. Finalmente liberata. Finalmente il laccio intorno al braccio caduto. Finalmente cosciente. Potendo amare senza se, potendo vivere senza ma, potendo godere di un riflesso dell’acqua, così come di una carezza.
Anni e anni e anni ho vissuto gioie amarezze vite una sopra l’altra. Ho apprezzato conosciuto riso condiviso coltivato seminato raccolto fiori e spighe e grani. Amici amori dissapori mostri e fate nel bosco.
Tutto è accaduto. Molto è stato bello. Molto è stato brutto.
Ma così come ora non mi sentivo da più di venti anni.
Mi ricordo di un giorno. Un anno dopo del mio lutto o poco meno forse. Avevo appena incontrato una persona che per la prima volta mi piaceva in maniera sconsiderata. Non so nemmeno perché mi fosse scoppiato dentro così intensamente. So che ero con la mia amica cara che non mi lasciava mai sola e forse nemmeno comprese il mio gesto. So solo che mi dovetti poggiare su una transenna e piegarmi per attutire e spegnere quel fuoco dentro che non riuscivo a sostenere. E così lo rigettai nelle più profonde segrete. Sono amica di questa persona che non l’ha saputo mai.
Cose così mi sono capitate ancora. Una volta ho molto amato. Ma continuavo a piegarmi.
Ho continuato a piegarmi fino a pochi mesi fa. Mi ricordo ancora l’ultima volta.

Ma ora non lo faccio più.

Buonanotte ❤️

Il campetto e la poesia


Ho una amica che si è trasferita. A trenta minuti da casa mia. A piedi. Posso quindi andare a trovarla senza prendere mezzi. Per farlo intraprendo una specie di strada interna che mi porta in zona Marconi. Una zona che conosco poco e che è tradizionalmente molto popolare. È la seconda volta che vado e per la seconda volta incontro pipinare di ragazzini. Anche perché c’è un campetto, un giardinetto pubblico.
Sono tutti di seconda generazione. Figli di filippini bangladini indiani eccetera. Sono tutti belli scuretti e parlano uno slang semiromanesco anche molto divertente.
L’altra volta ho incontrato la poesia perché ho visto sul ponte pedonale vicino il Teatro India una bimbetta con un abito da principessa che guardava in basso, mentre la madre con l’amica entrambe col velo in testa ciaccolavano serenamente sedute in panchina.

Oggi ho invece proprio esultato. Perché al campetto c’erano anche dei ragazzini seduti vicini che giocavano col telefonino. Non tutti: due giocavano e gli altri guardavano tipo partita a briscola.
Poi però ve ne erano altri che schiamazzavano e correvano in vari modi e soprattutto un gruppo di ragazzine che stavano giocando a pallavolo e stavano usando come rete l’inferriata del campetto. Quindi cinque fuori il campetto e cinque dentro.
Le ho trovate fantastiche. L’idea era geniale.
E ho pensato che sarebbero tanto piaciute a Pasolini.
Che esiste ancora la verità.
E che la poesia se vuoi la incontri ovunque.
Anche in un campetto di un rione che una volta era periferia.

Aspettando (i ritardatari)


Quante volte cambiamo? Quante vite attraversiamo?
Facciamo chilometri e chilometri di cammino. Conquistiamo. Conquistiamo erba montagne mari asfalto cemento cuori pensieri sentimenti grappoli di uva e cinghiali vipere gatti paure scogli molluschi topini e pantegane. Andiamo avanti con ostinazione a volte a volte invece solo per abitudine. Le gambe vanno da sole si muovono perché devono farlo e quando non ce la fanno ci sta il monopattino la bici la macchina i tricicli i bob sulla neve. Sì, perché poi c’è la neve e le albe e il freddo ci sono pure i quaranta gradi all’ombra e i nubifragi, le piogge come quella di oggi che purificano e non affaticano.
Ci vogliamo spesso bene ma anche spesso molto male. A volte camminiamo ad occhi chiusi con ostinazione e non vogliamo vedere nulla intorno a noi. I cuori dentro ai bunker incapaci di dire: perché no? La vita ogni scelta fatta ogni passaggio ogni bivio ogni cunetta ogni sosta… ci tornano addosso e non ci lasciano fiato. Accade tutto insieme e allora ci si guarda intorno e ci si dice: ma dove sono finito? Dove sta casa mia? Chi sono io? E tu che mi guardi con insistenza, chi sei? Non amarmi che io non amo. Se non l’ombra che non riesco a fermare e che mi si sposta davanti e dietro e di lato e si allunga e non la riesco ad afferrare.
Ma poi si riparte si fa chiaro il giorno e si fanno chiari i pensieri e non saprai dove giungere.
Ora io ho trovato una fonte. Mi sono fermata a prendere fiato. Riempio la borraccia. Mi proteggo un poco dalla pioggia. Vedo un raggio di sole in mezzo alle nuvole che come dice Antonella forse è un angelo nascosto che si fa largo.
E aspetto (i ritardatari).

Perché c’è tempo c’è tempo c’è tempo in questo mare infinito di gente (cit.)

Tu chiamale se vuoi


La vita è strana. Io qui sto bene. Non sento fatica. E anche se faccio stravizi e il mio apparato digerente si ribella sto bene lo stesso.
I miei pensieri sono limpidi soprattutto. Si sbrogliano i nodi e si schiariscono le ambiguità.
La serenità è un bene prezioso da conservare più a lungo possibile.
I fantasmi sono lontani. Non mi fanno più paura finalmente. Mi fanno anche tenerezza. La mia pelle è distesa. Le difese abbassate perché non corro pericoli nemmeno da me stessa.
Vorrei poter dire cose a qualcuno. Ma non riesco.
Guardo.
Mi affaccio. Sorrido.
Voler bene è facile. Più difficile saperlo esprimere davvero. Prima o poi ci si riesce.

Questa casa mi è familiare. Amo passarci la maggior parte del tempo quando sono qui. Ha la temperatura ideale.
E mi procura buoni pensieri. La macchia di fronte e le strade lievi in questo tratto di altopiano, i prati con i fiori bianchi e le fratte che fornivano materiali per i frustini a nonno, sono altrettanto familiari. La mia fortuna è aver vissuto sempre circondata dalla bellezza, ovunque abbia riposato.

Bellezza, riposo, pensieri sereni. Le voci di sempre fuori alla porta che chiacchierano del mondo.
Le risate con i compagni di gioco dell’infanzia e i loro capelli bianchi.
La mia vita che mi passa davanti, a rallentatore. Con le sue emozioni. Con il cuore sempre attivo. Con le attese, le pretese, le gioie e i dolori da dimenticare.
Ringrazio Dio o chi se ne occupa al suo posto di avermi fatto lenta a superare ma determinata a farlo. E a dimenticare il brutto. O a ricordarlo come si ricorda un film.
Non lo so dire – forse a volte lo so scrivere ma non sempre – ma a volte ho dentro di me onde di dolcezze infinite.

E amo molto quando trovo il silenzio adatto e me le riesco a godere tutte per me. Non capita spesso.

Ma oggi, alle 12.05 è così.

Vabbè va. Me butto sulle parole crociate crittografate.

Questo post è per tutti, ma anche, in qualche modo, un discorso che faccio a qualcuno in particolare. Non so se capire tu possa o no (penso di sì), ma comunque sia, “tu chiamale se vuoi emozioni”.

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