Gatto Atlantico

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Che poi sto amore


Che poi sto amore.

Si discuteva oggi quei cinque minuti di amore.
Che quando eri più giovane ne discutevi a tutte le ore. Ma forse anche no perché ti vergognavi.

Ora ti vergogni perché sei vecchio ci hai un’età l’amore non è un giochetto a ruzzica, sappiamo di che si tratta

si diventa esigenti.

io che non mi innamoro mai poi.

il fatto è che passano gli anni e forse l’unico vero cruccio: e se non mi capitasse più di avere tutto quel sommovimento interiore, che causa tutti quei fastidi ma anche tanto friccicarello?

L’ultima volta che mi sono (più o meno) innamorata è stata nel 2011. Non fu esattamente una buona idea. Neanche cattiva in realtà.
Ma insomma è stata una vicenda complessa e poi amici come prima.Che io resto sempre amica de tutti. De quasi tutti anzi, me devo ricordà sto quasi.

Dopo di lui ci sono stati un paio di calessi.

Una volta era diverso. Da ragazza erano calessi, landò, tricicli.

Ora la vita è fatta di soddisfazioni professionali, abbracci amicali, interessi carnali e racconti di gente che perde la dignità pur di avere una attenzione.

Uè amici, sarà che ci avevano ragione quelli che a una certa è andata come è andata e ciccia al cù.

Poi ogni tanto penso a quella volta che mi sono innamorata proprio davvero, io che non mi innamoro mai, di uno che diceva: io non mi innamoro mai quindi che sta succedendo eh? e che lo dici a me.
Mannaggia non mangiavo più e quando appariva lui me spariva tutto intorno.

Insomma non dico quell’innamoramento consono a una che non se innamora mai.
Ma almeno l’inappetenza signore, su! Dai!

Per non parlare de quelli che se innamorano sempre, che è tutto un amore de qua e uno de là.
Ma come faranno? Bah

Ancora su Sanremo: ambienti musicali e calamite


Nel mio racconto a caldo su Sanremo, mentre ero ancora seduta in sala stampa, non ho parlato in realtà di una delle cose che più mi ha impressionato. Non l’ho fatto perché sapevo che il discorso meritava un post a parte e perché avevo bisogno di metabolizzare e dare forma scritta a una sensazione.

Perché quando vado a Sanremo io mi trovo in doppia veste: per prima cosa quella di lavoratrice Rai, che si muove all’interno del perimetro magico (sempre più largo peraltro) in totale libertà: All Area c’era scritto nel mio pass. Noi potevamo andare ovunque e la nostra attività si svolgeva là dentro, tutto il resto era secondario e lontano: noi eravamo quelli ufficiali, non so come dire. Ma poi io sono anche altro, sono un critico musicale – almeno ci provo – che si occupa di canzone d’autore, di arte, di qualità, di musica indipendente comunque la si voglia chiamare. Che l’arte con la A maiuscola ogni tanto entri a Sanremo – e gli faccia bene – è una cosa buona e giusta; e accade, vivaddio. Ma Sanremo è un’altra cosa.

E comunque in linea generale io appartengo al mondo della musica indipendente. Mi occupo anche di altre cose ma solo di rado e perché ha un senso. Il mio mondo insomma è quello che ruota in quell’infinità di eventi collaterali, di giovani promesse in vetrina, eccetera, che si muoveva a Sanremo intorno a quel perimetro. Si suonava in piazze, locali, sedi di club, ovunque. Si muovevano intorno cantautori giovani e vecchi, rapper, madri, amici, parenti. C’erano trasmissioni radiofoniche di ogni tipo, televisioni locali.

Ma se le vedevi da dentro quel perimetro, tutte queste cose erano periferiche, distanti, nulle. Là dentro tutto era indifferente, lontano.

Era come se quegli eventi fossero attaccati al frigorifero come le calamite, ma che il contenuto fosse dentro.

Ora chiaramente per me questo è il mondo alla rovescia. Sono quindi sempre più convinta – vista la posizione “bipolare” – che fare i mendicanti intorno al palazzo del Re non solo non serva ma sia anche controproducente.

Che se devi entrare, devi entrare dalla porta principale. Quando succede e può accadere. Altrimenti, se cerchi visibilità, devi andare altrove.

Devi seguire la tua strada. La tua.

La tua.

La nostra.

Qualcuno lo ha già fatto in passato ed è stato vincente. Non serve che io faccia nomi e cognomi.

Impressioni di Sanremo


Come sempre scrivo le mie considerazioni su Sanremo. Lo faccio alla come viene viene, perché dentro non vi saranno solo considerazioni critiche sul fatto musicale o sullo spettacolo in sé, ma anche molte mie considerazioni personali, umane. Sassi nelle scarpe, emozioni, pensieri.

Quest’anno ero lì. In realtà sono ancora qui, seduta in Sala stampa, in attesa della Conferenza stampa finale. Con la mia azienda che si farà i complimenti da sola – ma anche giustamente – e la Stampa che dopo aver tirato per tutti questi giorni fuori la faccia dura per fare più paura (citazione di canzone), ora si complimenterà, applaudirà eccetera (infatti: standing ovation per Amadeus).

La prima considerazione è proprio sull’Azienda. Per la Rai Sanremo è importante. Per il Paese anche. Ormai sembra una festa nazionale. Si conta il tempo partendo da Natale, Capodanno, la Befana, Sanremo, Carnevale, Pasqua … è una considerazione sul costume di questa Italia. L’idea di narrarla come quest’anno è stata vincente. Senza voler dare insegnamenti, fare cultura, dire qualcosa di nuovo: è stata una festa pop, dove si è parlato di temi caldi in maniera rassicurante.

Un grande contenitore che all’Azienda serve per andare avanti. Lo dico spesso: manifestazioni come Sanremo permettono alla Rai di fare anche molto altro.

Sanremo è appunto una festa popolare, dove la trasgressione è rassicurante. Come lo è stata quella di Achille Lauro.

Tanto osannato. Sia chiaro: anche io l’ho trovato divertente, vincente, interessante. Lui e il suo staff, il suo marketing, hanno avuto una idea intelligente che copriva una canzone sostanzialmente vecchia. Sembrava un Vasco Rossi  vecchia maniera. Se avesse avuto un pezzo più esplosivo e se avesse lavorato un po’ sull’intonazione e sull’interpretazione allora sì che avrebbe vinto tutto. Ma la Rivoluzione non è griffata Gucci. E chi parla di Rivoluzione mi fa tanto ridere: quello che ha fatto è stato già tutto scritto tutto già fatto (citazione di canzone). Era gradevole da vedere, divertente. Ma non è da lì che passa la Rivoluzione. Io credo che Achille Lauro abbia assolutamente voglia di farla. Ma se vuole li mandasse tutti affanculo. E ci mostrasse se stesso. O la maschera che davvero lo rappresenta. Davvero: in realtà per me lui è un vero talento. Ma se non esce da questa plastica che gli stanno costruendo intorno se lo mangeranno così come ora lo stanno esaltando.

Che poi, in questa era social così provinciale, in questa festa nazionale così immensamente provinciale, il fatto che non lo si possa toccare perché interviene sempre qualcuno a difenderlo indignato, mi ricorda quando a Roma non si poteva dire nulla contro Totti e anche se giocava una partita de merda, come dice sempre mio fratello, i giornali scrivevano “non classificato”. Così facendo non aiutandolo a crescere: a un fuoriclasse così gli fai un torto invece che aiutarlo. Guardate le cose che fa Morgan…  Evitiamo che Sanremo diventi per Achille Lauro quello che Roma è stata per Totti: una casa rassicurante, dove giocare con i soldatini. (non devi parlà de Totti e della Roma, Bè, che se incazzano, non devi, non devi, per carità… e niente, l’ho detto!)

Ma questa di Achillone rientra tra le tante cose che ho in testa. Sono frastornata. È stato un tale casino questo circo Barnum.

Sono abbastanza scioccata. Ero stata al Festival negli anni Zero del 2000. Ci sono andata fino al 2007 ed era anche allora un circo Barnum. Ma ora è pazzesco. I controlli, la folla, i fiori, l’inquinamento acustico, i cantanti nelle vetrine dei negozi, le esibizioni su strada, le mascherate e soprattutto le facce serie.

Sembra come se a Sanremo Festival il divertimento sia essere incazzati. Stanchi, duri e puri. Anche quelli che passeggiano.

Non sono riuscita a passare dal libraio. Il libraio di Sanremo. Lo volevo salutare. Mi ricorda il Club Tenco e avevo piacere ad andare da lui. Non ci sono riuscita. Non si poteva passare. Io a fronte della folla vado sempre in direzione ostinata e contraria (citazione da canzone).

A un certo punto ieri mattina ho sentito un senso totale di estraneità. Non è il mio mondo, non è ciò che amo, non appartengo a nessuno di questi modi di fare. Che non giudico. Però li osservo. Senza fare passi indietro. Ma facendo magari un passo di lato (sto usando questo termine anche per dire di altro, ma non è l’argomento di questo lungo post…)

Sia chiaro: ho incontrato colleghi, amici, ho abbracciato, fatto selfie e tutto quello che andava fatto. Ho lavorato: per l’azienda. Abbiamo, come Radio, fatto il nostro, con la nostra trasmissione evento sulla storia di Sanremo: io amo la storia e la storia siamo noi (aricitazione della canzone) e per me la storia è scienza e poesia. L’anno prossimo le mascherate di Achille diventeranno parte di quella storia. E saranno poesia Popular.

Ma tutto questo mi è estraneo. Ho anche qualche punta di disagio a guardare quello che ho intorno.

Per esempio la Sala Stampa dove mi trovo ora. A un certo punto mi sono guardata intorno, ho ricordato questa ostilità di maniera nei confronti dell’organizzazione, questo nervosismo necessario, obbligatorio, che fa parte del gioco. Non mi appartiene. Non lo capivo allora e non lo capisco ora. Ricordo tanti anni fa – con la Sgrena appena liberata (applauso appena appena accennato e nessuna testa alzata) ma Calipari morto – un giornalista gridare indignato perché in sala non c’erano fiori. Come se in quella settimana uscissero dalla realtà e nulla dovesse intervenire a interrompere il sogno virtuale. Proprio come nessuno deve interrompere me dalla frittura di verdure la vigilia di Natale.

Una follia questa sala, piena di gente e mi chiedo: ma col settore del giornalismo in crisi, i giornali che chiudono e perdono contatti, le edicole che chiudono, la gente che si informa via social, come è possibile che ci sia tutta questa gente? Per chi scrivono? Davvero per Cavalli e Segugi come scrive Brunella Selo?

Qualcosa è cambiato se Tosca non ha vinto il premio della critica. Una cosa che ha sconcertato gli spettatori e gli ascoltatori; ma qua esiste – cioè nel nostro lavoro – l’idea dei giovani, la musica dei giovani, la vecchia musica, il vecchio pezzo. Ma lo si stabilisce a tavolino.

Analizziamo questo fatto: il pezzo di Diodato è quanto di più classico ci sia. Un pezzo melodico “all’italiana”, con strofa e ritornello messo di proposito per favorire quella bella canna che ci ha questo talentuosissimo e simpatico e bravissimo cantautore. Un vero urlatore felice, intenso. Una canzone che piacerà a vecchi e bambine. E che nelle radio occuperà la quota melodica, in mezzo a trap, rap, urban, eccetera. Un testo elegante e classico.

E analizziamo il pezzo di Tosca, che non vince perché dicono che è appunto antico, troppo classico, “all’italiana”, già sentito e basta. Ma de che? È molto meno classico, in quel suo crescendo, del pezzo di Diodato. E il testo è tutto meno che scontato, racconta uno stato d’animo preciso, importante…

Allora ho capito: lo abbiamo deciso a tavolino che deve essere così. Perché Diodato è giovane. E Tosca è una signora della canzone.

E i giovani, i giovani… i gggggiovaniiiii, non li capite i gggggiovaniii, il linguaggio dei gggggggiovani!

A parte che la musica non la ascoltano solo loro. Ma mi sono fatta un esame di coscienza. Ho rivissuto la mia storia personale. Quando ero ragazzina amavo i Clash perché erano rivoluzionari. Li amo ancora ma a risentirli un po’ “scordati” sono, no? Sono semplici, senza mezzi termini. Nel tempo ho sentito tanta di quella musica. Ora amo sì i cantautori storici, amo il jazz, continuo a impazzire per il rock british, vado all’opera e ogni tanto alla sinfonica. Mi piace l’urban contemporary. E apprezzo un certo rap d’autore. Un certo Pop d’autore, una certa canzone d’autore che si esprime in mille sound e contaminazioni diverse.

L’altro giorno Eddy Anselmi in trasmissione diceva che i giovani da quando Battisti è su Spotify preferiscono Anima Latina. Stavo per rispondere: e te credo…

Ci sono delle cose che sono immortali e che sono belle. Elodie ha cantato un pezzo con eleganza e io sarei stata altrettanto felice di vedere sul podio lei insieme con Tosca. Perché avevano due belle canzoni, diverse, ben cantate (certo: Tosca è una regina, ma che i giovani abbiano i loro spazi!). Bravo Anastasio, bravo Rancore. E bravo pure il povero Compagno Cally, che aveva l’unico pezzo politico e che dimostra come una canzone non si può giudicare solo dal testo: perché parole che sembravano banalotte, cantate spaccavano.

Però l’ha pagata quella canzone de merda di violenza. E quindi meglio così…

Però anche lì, quanta ipocrisia sulle donne! È stato un festival dove uscivano fuori storie di donne ovunque.

Ma protagonisti, come sempre, solo uomini.

Per fortuna niente trash, perlomeno non “istituzionale”.

Su Morgan l’unica cosa che vale la pena dire è: facciamo silenzio, così forse si calma.

Su Sanremo: beh, ho scoperto Bussana Vecchia ed è bello poter dire di avere amici su cui contare in ogni posto che vai. Io sono come i marinai.

Però il Sanremo che ho amato e comunque continuerò ad amare, è quello del Tenco, che mi ha dato tanto, per ragioni umane e professionali e non smetterò mai di dispiacermi di come sia andata a finire per me. Che poi, ma chissà se lor signori, i miei detrattori (che stanno più a Roma peraltro), hanno mai pensato che a stare dalla parte di chi perde e si ritira e se ne va (alla Bugo) io non ci guadagno niente. E che a volte alle cose si rinuncia per correttezza, per coerenza, per vera solidarietà, per principio.

Per questo, mentre qui parlano di dati di ascolto, oggi mi complimento da sola: avrò pure un cattivo carattere, ma non ho mai perso la mia anima rock, anzi, la mia anima punk.

E malgrado l’età, non ho mai smesso di … far rivoluzioni!

L’arte dei complimenti e Sanremo


 

Allora, era il 1987. Me lo ricordo perché era l’anno di si può dare di più e quella sera Pippo Baudo diede l’annuncio della morte di Claudio Villa.
Io ero molto molto giovane, ancora adolescente o poco più. Ed ero ancora in pieno Sturm Und Drang. Quando non uscivo, mi vestivo di nero (anche ora), ascoltavo gli Smiths e me rodeva. Ero triste di fondo.
Era sabato pomeriggio, sul tardi. Tornavo a casa da via Merulana. Ero uscita con un’amica e mi accingevo a rientrare. C’era appunto Sanremo. E io Sanremo l’ho sempre guardato. Dall’anno successivo in compagnia. Fino al 1987 con mamma.

Insomma, mentre cammino occhi abbastanza bassi e rodimento di chiccherone (quello di default), intravedo un signore, altezza Rascel, fisico fred Astaire, un po’ male in arnese. Lui mi viene incontro, mi guarda, sorride, rallenta, allunga una mano e io penso “Eccola là, questo mi sta per chiedere l’elemosina e io nun ci ho manco una lira”.

Invece il Rascel de noantri mi stupisce intonando un bellissimo: “BELLEZZA MIAAAAAAAAAAAAAAAAA”. Mi mise un grande buon umore. Pensai alla canzone della Mannoia, che avevo sentito i giorni precedenti: E dalle macchine per noiiii i complimenti del playboyyyy.
Solo che siccome si trattava di me il mio playboy era a piedi e somigliava a Renatino.

Dopo però le cose andarono meglio: rimase lo Sturm, ma il Drang se ne andò.

Oggi, vigilia della partenza per Sanremo. O meglio: parto mercoledì e ho il tempo di fare la sanremata di rito con gli amici domani.
Cammino come sempre, come tutte le mattine, verso il centro da Piramide: è il mio esercizio quotidiano, il movimento che mi dà la vita. Sono presa da mille pensieri e comunque dalle macchine per me i complimenti del playboy non arrivano più da tempo. Sono passati quei momenti quando uno sguardo provocava turbamenti … ah no, questa è un’altra canzone.

Ora sono una signora e si vede. Non si disturbano le signore.

Ma io sono una che non guida, sarà per questo. E così mentre passo davanti al Reale, ennesimo cinema chiuso in malo modo, quasi supero un signore che suona la fisa. Sta lì, suona e io gli passo davanti, non lo guardo, non gli dò il soldino, ormai sono andata quasi oltre e lui, con accento slavo e un paio di denti in meno intona:

“CA-RI-NAAAAA”

beh ragazzi, sarà Sanremo, ma passare in più di trent’anni da “Bellezza” a “Carina” è un grande risultato.

Potevo passà da Bellezza a vecchia carampana.

Vuoi mette?

P.S. Dalle macchine comunque io poca roba. Mi ricordo una volta con Fabiola a Piazza Navona con due in bicicletta (una storia di ragazze babbee) e uno una volta in moto che ha rallentato si è tolto il casco e mi ha detto “Sposiamoci”. Era un gran figo. O magari era la moto. Ma macchine me sa niente da fa!

Dell’amicizia e del lavoro


La doverosa premessa di questo discorso è che da quando lavoro (in maniera saltuaria dal 1987 e in modo continuato dal 1995) sono sempre stata “sotto padrone”. Ho preso ordini, come si diceva un tempo. Il mio – anche quando non riconosciuto giuridicamente – è sempre stato lavoro dipendente. Siccome sono pigra ed indolente e quando sono a riposo tendenzialmente mi sdraierei sul divano – anzi, sul letto – a sonnecchiare e basta senza alzarmi più, per vincere questo stato deleterio ho sempre fatto un miliardo di cose a partire da una certa età e, per dirla col mio amico Mauro De Cillis, ho sempre “sofferto di moltitudine”. Quindi conosco moltissime persone e ho anche con mia grande fortuna tantissimi amici veri, che mi hanno aiutato in momenti difficili, chi in un modo chi in un altro. E a cui sono davvero molto grata. Non rientro quindi in quella multiforme categoria (ahimè frequentatissima anche da tanti con cui ho o ho avuto a che fare) dei “beneficiati rancorosi”, che ti odiano perché li hai aiutati. No. Chi mi ha aiutato io me lo ricordo uno per uno e so che mi ha salvato la vita. Grazie sempre. Quindi ricapitolando, minimo otto ore e mezzo di lavoro dipendente e il resto del tempo – esclusa la nanna – diviso tra amici, musica, cinema, teatro, scrittura. Soprattutto quella: scrivo di musica ma nella vita ho scritto anche di altro e penso di tornare anche a farlo a breve. Ora per esempio sto scrivendo un libro con una amica collega, qualche volta organizzo eventi, ora sto andando a presentare un disco… insomma. A volte torno a casa sfranta. In mezzo a questo ho messo anche fidanzati, un marito che è morto ma che mi ha vissuta in un periodo in cui preparavo questa destinazione della vita ma dentro ci mettevo pure tutta la vita con lui nel bene tanto e nel male (ospedaliero) che abbiamo vissuto.

Peraltro leggo anche dei libri per piacere mio, faccio le parole crociate, coloro mandala come scacciapensieri e pratico meditazione con l’i ching. Mi sono segnata in palestra e quando riesco partecipo ad un bellissimo coro. E qualche volta parto e vado in giro. E avrei anche una madre, due fratelli e un nipote che adoro.

No. Non mi drogo. Semplicemente quello che faccio mi piace perché soprattutto mi piacciono le persone. Tantissimo.

Però bisogna poter scegliere. Non solo le persone: anche il modo in cui si convive con le persone. Il lavoro dipendente soprattutto in una grande azienda ti mette a contatto con persone che non hai scelto ma con le quali trascorri la maggior parte del tuo tempo in veglia. Devi – se vuoi sopravvivere – imparare la dignità, l’equilibrio, la calma, la capacità di ingoiare rospi, la sopportazione (fondamentale perché gioco forza anche tu ogni tanto sarai insopportabile in quanto essere umano). Ho tanti colleghi con cui vado d’accordo e qualcuno con cui in effetti è meglio mantenere qualche distanza; ogni tanto devo fare cose che mi rompono le scatole. Cerco di sorridere sempre. Qualche volta sclero anche io. Insomma faccio del mio meglio.

Con qualcuno è nata grande amicizia e ad altri voglio bene anche senza frequentazione. Ma è chiaro che quando esco dal lavoro io punto alla totale qualità dei rapporti umani e professionali: intendo dire che scriverò di quello che amo davvero e frequenterò chi considero piacevole e amico. Facile, no?

No. Non lo è. Le persone pretendono molto. Pretendono di chiamarsi tue amiche sempre, si aspettano prestazioni lavorative tutti i momenti (visto che mi occupo di critica musicale), confondono sempre l’amicizia con la professione. Se non sei sempre sul pezzo allora forse qualcosa non va.

Soprattutto pretendono da te un rapporto sempre di amicizia anche quando il loro non lo è.

Per loro è normale confondere i piani. Fanno un mischione.

Se non mischi anche tu sei rancorosa. Confondono la fine di un rapporto intimo, o un sentirsi offesi per un comportamento, con una ritorsione professionale.

Ecco: vorrei dire a lorsignori che io queste cose non le faccio mai. Quelli che vi hanno detto che lo faccio mentono e casomai sono loro ad agire così. Io non faccio parte di cerchie, gruppi e camarille. Canto solo qualche volta il lunedì in un coro.

Semplicemente da un amico mi aspetto un comportamento da amico. E quando questo comportamento non arriva, dopo averglielo fatto presente, semplicemente prendo le distanze. Per difendermi. Per non restarci male. E perché il mio tempo, come il loro, è prezioso. Si può sempre recuperare, quasi con tutti. Io sono qui. Ma certo per essere amici bisogna rispettarsi sempre e comportarsi come tali. Tutti e due. Vicendevolmente. Sullo stesso piano. Con stessi diritti e doveri.

Spero di essere stata chiara.

Con tutti. Una volta per tutte

 

Questo post è dedicato ad una persona con cui ho avuto una accesa discussione stamani. Glielo dedico perché gli voglio bene

 

La diminuzione. Buon 2020


Di solito si caccia via l’anno vecchio parlandone male. Io ci ho pensato e in effetti poi non mi lamento. Ho fatto cose bellissime. Ho raggiunto dei traguardi. Del lavoro sono abbastanza soddisfatta. Gli amici sono tutti lì. Quelli veri, quelli che ci sono sempre stati, i nuovi arrivi che valgono la pena. Lo so: non sempre ne è valsa la pena e a volte ho chiamato amico chi non lo era. O sono stata chiamata amica senza che avessi dato l’autorizzazione. Ma va bene. Dovrei parlare di biennio. Il 2018 è stato complesso anche se non brutto (di brutti me ne ricordo e non sono stati così). Però è stato molesto. È stato pieno di inciampi, di delusioni e di sorprese amare. Ma il regalo vero è stato alla fine la scomparsa dell’ansia. Le persone come me, quelle che hanno sempre lo sguardo rivolto fuori dalla finestra, vivono di pane allegria e inquietudine. Sempre. Quando l’inquietudine volge in ansia, però, il gioco si fa duro. Ecco: per me l’ansia è svanita così: puff! Se ne è andata e non mi manca. Non so se è stato un regalo dell’età o di quello che mi porto dietro di esperienze. So che nel 2019 non mi è tornata.

Le negatività però non sono mancate e sono venute tutte da fuori. Le ho affrontate come so fare io. Ho chiesto pareri professionali e autorevoli per essere sicura che fosse la strada giusta. Mi è stato detto di sì. Mi è stato detto che sono forte e che ce la potevo fare seguendo la strada che mi ero prefissata.

Ed è qui il senso di questo post: auguro a tutti per il nuovo anno la Diminuzione. Quella che ho cominciato ad adottare già da metà 2019 e che devo continuare a portare a termine nel 2020. La diminuzione è un segno, un esagramma dell’ i ching, che è questo libro di pratica e di meditazione (così lo vivo io) cinese che dal 2009 mi insegna sempre moltissimo. Diminuire, tagliare rami secchi, rinunciare alle cose e a certe persone che ho avuto intorno – in un attacco di bulimia, di arroganza verso me stessa, di senso di immortale presunzione o solo di paura (chissà) – quando è possibile delicatamente e poi con lo “strappo al motore” se serve. Ci sono persone che ti fanno fuori dalla loro vita senza una spiegazione. Senza nemmeno un minimo di ipocrisia. E ci sono quelli come me che ti spiegano il perché. Non so essere falsa. So che levare, diminuire è quello che va fatto sempre. Non è un fatto di età. È un fatto di scelta. Un modo per proteggersi. Per avere analisi mediche migliori. Per guardare con fastidio tutte le eccedenze del mondo.

Questo auguro a tutti quindi: la diminuzione. Perché la diminuzione è sempre – come dice appunto il saggio cinese – l’inizio dell’accrescimento che verrà.

Penso alle tante persone a cui voglio bene. Che ne vogliono a me. Che mi riempiono da sempre – chi da prima chi da dopo – di stima, attenzioni, amore e leggerezza. Di parole di conforto e di forza. Da questo anno che va via scelgo di eliminare le arrabbiature, le parole cattive ricevute, gli attacchi violenti con minacce (sì: sto pensando ad un attacco recente ricevuto per messaggio vocale da parte di una persona che deve stare proprio tanto male, poveretto), il senso di soffocamento dato da “attenzioni” in bene e in male che sono davvero stufa di ricevere. Elimino le cadute dei capelli, le pressioni indebite, i rallentamenti. Mi tengo le preoccupazioni per la mia famiglia e per le cose che vanno risolte. E che risolverò. Diminuire. Eliminare. Rinunciare.

Lasciare spazio per scrivere, per progettare, per lavorare, per amare, per ricominciare – come sto provando a fare – a sognare.

Buon anno felice a tutti.

E quando dico a tutti intendo tutti. Anche a persone a cui auguro davvero e con tutto il cuore ogni bene e ogni riuscita e ogni fortuna, senza rancori e rivendicazioni. Ma lontano da me.

Sapranno riconoscersi.

Il tempo su di noi


Il tempo non esiste ma si vede. Un po’ come quelli che dicono che non esiste la canzone d’autore ma la ascoltano.

Ma non voglio parlare di musica. Voglio parlare di corpo e di viso e di cambiamenti.

Ringrazio molto – adesso – il non aver mai dato una importanza decisiva al mio aspetto fisico. Sia chiaro: sono una donna, quindi ci tengo. Tengo molto al decoro, alla pulizia, al viso rilassato, ai capelli in ordine di fronte al disordine. A coprire i capelli bianchi. A usare creme rinfrescanti.

Mi piacciono tantissime cose che sono assolutamente leggere. Adoro le borse, gli accessori, le scarpe, i gioielli. Non sopporto di abbinare colori sbagliati. Eccetera.

E quando mi dicono: stai bene, sembri più giovane, sei carina, sei bella, si affascinante e tutte le cose che ne conseguono sono sempre contenta e grata.

Quando dico che ho dato poca importanza all’aspetto fisico, intendo dire che mi sono concentrata – anche troppo – su altri aspetti miei. L’indipendenza, la curiosità, lo studio, l’inseguimento delle cose che volevo imparare a conoscere e poi l’accoglienza, la condivisione. Ho preferito ricevere stima e simpatia, essere complimentata per intelligenza, onestà intellettuale, sincerità.

Mi sono sempre dispiaciuta per il mio carattere troppo diretto, che non mi fa tacere quando non sono d’accordo, ma l’idea di passare per oca giuliva che scodinzola su tacco 12 mi ha sempre fatto spavento.

Di contro amo molto le donne intelligenti quando sono belle, eleganti, non volgari, gentili, delicate. Tutto quello che non riesco ad essere io.

Insomma. Non ho mai pensato di essere brutta, tranne certi momenti di cupezza (su di me il cattivo umore o l’infelicità si notano molto). Ma ho sempre saputo di non essere bella nel senso oggettivo e canonico del termine.

Magari qualche volta mi avrebbe fatto piacere. Ma, insomma, mi sono accontentata dei complimenti di chi mi ha voluto bene di chi me ne vuole ancora.

Di contro resto malissimo se qualcuno mi considera stupida. È decisamente accaduto di rado. Sopporto molto di più passare per antipatica che per brutta.

Anche se non credo esista al mondo qualcuno felice di sentirselo dire.

Ma perché tutto questo pippone? Perché col passare degli anni vedo i segni del tempo sul viso. Le borse sotto gli occhi, le palpebre che sentono troppo il richiamo della gravità. Non ho rughe, ma magari la pelle è meno lucente. Combatto con i chili di troppo che non vanno bene per la salute oltrettutto. Ma la verità è che mi seccano molto di più quando me li vedo rappresentati in video e in foto. Non mi riconosco. Non so chi sono…

E so che molte mie amiche che hanno la mia età sentono a gradazioni diverse lo stesso tipo di problema.

Esistono trattamenti estetici non invasivi che aiutano. Ma mi chiedo come sia possibile sfregiarsi il viso con queste plastiche devastanti che mai potranno restituire l’unica cosa che veramente rivorremmo indietro, ma senza speranza: la freschezza della gioventù.

Ecco. Sono contenta di riuscire ancora ad accettare quello sguardo che non è più come era anche solo ancora cinque, sei anni fa.

E so che questo accade perché ho tante altre risorse da utilizzare.

Ma quello che so sopra ogni altra cosa, amiche, è che se la freschezza della gioventù non torna, invece la radiosità, la luminosità, quella non dipende dall’età e dai centri estetici. Ed è quella l’altra componente essenziale di ogni bellezza.

Averla dipende solo da noi, a qualsiasi età, dipende dalla forza che mettiamo nel ricominciare e metterci tutto l’amore che abbiamo.

Ma amiche mie, non serve che io ve lo dica: voi siete belle sempre.

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